22 Giugno Giu 2018 1720 22 giugno 2018

Le donne del Pd sono l'ultima speranza di ritrovare la fiducia nel partito

Dopo le dichiarazioni di Beppe Sala, che vedrebbe «molto bene una donna alla segreteria», Luisa Rizzitelli lancia un appello: «Non chiedete una leader. Chiedete che cambino le regole per avere una leader».

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Towanda Dem Donne Pd

A chiedere che il Pd abbia una donna come nuova leader non è una femminista irriducibile e neanche una parlamentare del Partito Democratico. A far sentire la sua voce è il sindaco di Milano, Beppe Sala, che ha introdotto ciò che sabato 23 giugno dovrà essere oggetto di discussione nella riunione di Bologna delle «Towanda Dem».

Il gruppo di donne del PD che ha denunciato la beffa delle pluricandidature tornerà a riunirsi e a pretendere un ruolo diverso dalla comparsa «lava coscienze». Tra loro ci sono donne di grande personalità e valore: Francesca Puglisi, Laura Puppato, Monica Cirinnà, per citarne alcune. Eppure l’impatto del primo incontro di TowandaDem sulla dirigenza 'reale' quasi monogenere del Partito democratico è stato pressoché nullo. Le parole di apprezzamento di qualche collega uomo e i sorrisini compiaciuti di qualche alto papavero, felice di avere segnali di vitalità da un partito che gli avversari danno per comatoso, non sono stati altro che una recita già vista.

L’assist a una reazione dirompente l’ha data lo stesso Maurizio Martina, quando con inconsapevole e insopportabile aria paternalistica ha detto come un padre alle figlie nel pieno dell’età della ribellione: «Fate bene a essere incazzate, ma dovete passare, come sapete fare e state già facendo, dalla protesta alla proposta».

«Se fossi tra le donne di TowandaDem non avrei dubbi: imiterei l’azione di una atleta francese, la canottiera Alice Milliat».

Quale proposta può quindi fare la parte femminile dem, insofferente ai vecchi sistemi? Come può imporre al partito un vero cambio di rotta sulla presenza delle donne e quindi, come conseguenza naturale, sulla sua agenda politica? Per me in un solo modo: creando un problema, anzi un gigantesco problema. Se fossi tra le donne di TowandaDem non avrei dubbi: imiterei l’azione di una atleta francese, la canottiera Alice Milliat, che nel 1921, stufa della continua esclusione delle donne dai Giochi Olimpici, riservati ai maschi, fondò la F.S.F.I., Federazione Sportiva Femminile Internazionale. La Miliiat organizzò i Giochi Olimpici Femminili, in opposizione ai veri Giochi Olimpici, lanciando l’evento nel 1922 a Parigi. Contro ogni aspettativa, ebbero un grande successo, ma per paura che questi Giochi potessero oscurare la popolarità delle Olimpiadi, il CIO convinse Milliat a rinunciare alla sua iniziativa in cambio di una maggiore apertura alle donne all'interno del programma Olimpico. E così fu.

Oggi le donne del Partito Democratico hanno due strade: o riscrivere le regole del loro Partito e pretendere un nuovo corso sulle Pari opportunità, o uscire dal Pd.

Immagino cosa staranno pensando molte molti di voi: sarebbe un suicidio, l’ennesimo regalo alle destre, uscire dal Pd vorrebbe dire rigettare nel caos quel poco che resta di unitario nel partito. Sì, avete ragione, sarebbe questo. Ma allora, proprio per evitarlo, la dirigenza del Partito Democratico dovrebbe finalmente scendere a patti sul tema. Perché è chiaro a tutti che una donna al potere – anche se fosse segretaria di partito - non fa «Pari opportunità». Ed è ancora più chiaro che il mero fattore numerico non sia più garanzia di equità sostanziale. La parità formale, raggiunta troppo spesso con comitive di ancelle adoranti del capo o legate a doppia mandata dagli stessi meccanismi di egocentrismo sfrenato, sono solo l’ennesimo escamotage delle lobby maschili cui la poltrona sta molto a cuore.

«Il Partito Democratico si è ritrovato, senza troppo dolore da parte di Renzi, Gentiloni e Martina, dietro M5s e centrodestra in tema di rappresentanza femminile».

Oggi il PD, dopo il 'capolavoro' delle pluricandidature only-maschio-fiendly ha 116 deputati democratici alla Camera, di cui solo 36 sono donne; fra i 58 senatori, appena 18 le senatrici. Il Partito Democratico si è ritrovato, senza troppo dolore da parte di Renzi, Gentiloni e Martina, dietro M5s e centrodestra in tema di rappresentanza femminile.

È evidente che la strategia delle parlamentari dem per essere protagoniste nel proprio partito (ammesso che una strategia ci sia mai stata) non abbia avuto nessun successo. E oggi c’è una piccola differenza: in ballo non ci sono solo il rispetto e la dignità per le donne, nel maggiore partito di sinistra. In ballo c’è anche il saper o non saper frenare la deriva populista (e filo-fascista) in cui il nostro Paese sta scivolando. Le donne dem potrebbero avere oggi una forza che può alimentarsi non solo dalla convinzione di affrontare un annoso problema di civiltà legato ai diritti delle donne, ma dalla certezza che oggi gli uomini dem stanno solo fornendo l’ennesimo spettacolo distruttivo e perdente. Dal 4 marzo, Salvini e la sua linea mediatica (chiamarla «politica» è troppo...) cinica e spregiudicata, ha guadagnato oltre 15 punti percentuali nei consensi dell’elettorato. I 5 Stelle, seppur imbambolati da inesperienza e confusione, reggono. L’unico partito costantemente in discesa è proprio il Pd. Chiedo alle donne del partito: ma almeno voi, vi rendete conto che l’unica carta che ci si può giocare oggi, per riconquistare la fiducia del Paese, è una politica femminista che sappia essere credibile? Una politica che anteponga gli interessi collettivi alla brama di potere tra segretari, ex leader, reggenti e rampolli promettenti?

Osate, donne del Pd, osate. E rischiate in primis sulla vostra fedeltà ai capi e alla Direzione. Siate credibili e non pensate che le mediazioni, quando si tratta di cedere poltrone, funzionino con la mansueta pazienza di cui siamo portatrici.

E se volete un altro consiglio non richiesto, non chiedete una leader, come vi suggerisce Sala. Chiedete che cambino le regole per avere una leader. Che è ben altra storia.

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