Sessismo

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15 Giugno Giu 2018 1400 15 giugno 2018

Perché le critiche a Virginia Raggi non c'entrano niente con il sessismo

La sindaca di Roma, intervistata da Bruno Vespa, ha detto di sentirsi attaccata in quanto donna: ma è un'operazione di marketing. Un modo per passare da vittima all'interno di un partito maschilista.

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Virginia Raggi Sessismo

«Forse questo accanimento mediatico nei miei confronti sarà perché sono donna, sarà perché sono del Movimento 5 stelle, sarà perché sono scomoda: però deve finire. Io non sono lo sfogatoio d'Italia», ha detto la sindaca di Roma Virginia Raggi a Porta a Porta parlando dello scandalo tangenti che travolto il nuovo stadio della Capitale. Un'intervento che non ha per niente convinto Luisa Rizzitelli, che pensa che il sessismo in questo caso c'entri ben poco.

La definizione di «sessismo» dalla Treccani: «Termine coniato nell’ambito dei movimenti femministi degli anni Sessanta del Novecento per indicare l’atteggiamento di chi (uomo o donna) tende a giustificare, promuovere o difendere l’idea dell’inferiorità del sesso femminile rispetto a quello maschile e la conseguente discriminazione operata nei confronti delle donne in campo sociopolitico, culturale, professionale, o semplicemente interpersonale; anche, con significato più generale, tendenza a discriminare qualcuno in base al sesso di appartenenza»

Già leggendo questa definizione, la sindaca Raggi dovrebbe sentirsi rassicurata del fatto che le critiche che le vengono mosse non abbiano nulla a che fare con il sessismo. Ma siccome pare esserne davvero convinta, tanto quanto chiaro che di sessismo non si tratti, la domanda che più mi incuriosisce è: perché cerca in questa causa una motivazione ad un presunto accanimento mediatico di cui si sente bersaglio?

Forse perché creare una vittima del sessismo in un partito che ha appena avallato il Governo più maschile della storia, in fondo è una cosa furba. Ma la Raggi già da tempo adduceva questa motivazione ben prima della formazione del Governo Conte e lo ha ripetuto compulsivamente. Deve esserci un’altra ragione.

Pensandoci con un po’ di quella sana «astuzia cinica» di cui Casalino sembra portatore sano, la motivazione è forse più banale del previsto: è utilissimo per qualche donna del Movimento passare da vittima di uno degli strumenti più allegramente praticati da Grillo, capo carismatico dei pentastellati: il sessismo, appunto. Così facendo la Raggi raggiunge due risultati: il primo è passare da rappresentante di genere femminile di un movimento ritenuto da molti sessista a vittima. Il secondo motivo: consegnare all’opinione pubblica un’immagine emotiva, più «intima», di sicuro meno «robotica» (per non dire eterodiretta come sostengono i più feroci) di quello che appare.

Sintesi del mio pensiero. Perché la Raggi dice di essere vittima di sessismo? Per una pura operazione di marketing di sé stessa e del Movimento.

La sindaca sa benissimo che nessuna delle critiche che le viene mossa ha a che fare con il suo essere donna. Che ciò che le viene detto non ha proprio nulla di simile, ad esempio, con il famoso post di Beppe Grillo contro la Presidente della Camera nel quale si diceva «Cosa fareste a Laura Boldrini se fosse in macchina con voi?».

Non ci sono nella valanga di accuse di inefficienza che le vengono fatte, allusioni al suo essere donna. C’è invece molto di quello che lei è come donna in politica e come prima cittadina. E su questo, ci creda, ci sarebbe davvero tanto da dire.

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