Femminismo

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17 Settembre Set 2019 0803 17 settembre 2019

Chiara Ferragni e il body shaming, una battaglia sincera?

Il documentario Unposted arriva nelle sale il 17 settembre, per raccontare una vita fatta di successi, critiche e persino insulti. Spesso e volentieri sul suo aspetto fisico. Che l'influencer ha sempre rispedito al mittente.

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Esce nelle sale italiane il 17 settembre, e Unposted ha già accumulato due record. Il documentario dedicato alla vita e all'ascesa di Chiara Ferragni ha infatti già generato guadagni per 10 milioni secondo i calcoli del Media Impact Value di Launchmetrics, algoritmo che calcola il valore di una singola citazione riportata sui media tradizionali e online, ma allo stesso tempo ha incassato una serie piuttosto lunga di stroncature per i suoi toni agiografici. «Non è cinema, è propaganda», ha scritto Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera, «di quelle che pensavamo adatte a Kim Jong-un e non a una Mostra d’Arte Cinematografica»; Gabriele Niola ha sostenuto su Wired che Unposted è «una celebrazione di Chiara Ferragni e della sua storia. Ottimo per i fan, meno per chi era curioso dell’incontro tra un soggetto interessantissimo e una brava documentarista».

Chiara Ferragni sul red carpet di 'Chiara Ferragni - Unposted' alla Mostra del Cinema di Venezia, settembre 2019.

UNA FIGURA CHE DIVIDE

D'altra parte Chiara Ferragni divide da sempre, è nella sua natura, o forse in quella della nostra società. Il suo profilo Instagram da 17,3 milioni di follower le garantisce un fatturato milionario ma allo stesso tempo le procura insulti continui. Chiara è l’influencer più importante al mondo nel settore moda secondo Forbes, ha persino tenuto una lezione ad Harvard, ma allo stesso tempo (e forse anche per questo) continua a essere attaccata da un numero crescente di hater. E non in maniera costruttiva, per ciò che fa e come lo fa, ma per come appare. In principio furono i piedi «brutti», poi la pancia e i chili, troppi o troppo pochi a seconda dei gusti e dei momenti. Così Chiara, forse involontariamente e in un modo del tutto spontaneo, si è scoperta una combattente in prima fila contro il body shaming. Le sue risposte, mai maleducate, sempre pacate, spesso ironiche, hanno fornito materiale per la fan page di Instagram lerispostedellaferragni. Ma lei si è spinta anche al di là dello scherzo e della minimizzazione, trattando più volte l'argomento sui social.

LEI E LE AMICHE «ROTONDE MA FELICI»

Quando il Corriere della Sera ha accompagnato una photogallery del suo addio al nubilato con una frase che descriveva lei e le sue amiche come «rotonde ma felici», Chiara Ferragni ha replicato nelle sue stories: «Trovo assurdo che dei giornalisti possano scrivere cose del genere. In un mondo in cui ci battiamo per far sentire bene le ragazze e dar loro sicurezza additare difetti fisici (miei o delle mie amiche) è veramente un messaggio sbagliatissimo». Negli stessi giorni una sua foto con un vestito in latex disegnato per lei da Alberta Ferretti suscitò le reazioni degli hater che evidenziarono una presunta curva sul suo ventre: «Sembra più incinta ora di quando lo era davvero», ha scritto qualcuno, e lei replicò con una hashtag chiaro: #bodyshamingisforlosers, «Il body shaming è da sfigati».

UNA BATTAGLIA DI FAMIGLIA

In questa sua battaglia, Chiara ha trovato la sponda delle sorelle, soprattutto quella di Valentina, che cercando di ripercorrere a modo suo la strada della sorella maggiore, ne ha ereditato anche gli hater. Accusata di essere troppo «grassa» per fare la influencer, Valentina Ferragni ha replicato: «È giusto accettarci per quelle che siamo. Anch’io ho dei punti deboli e dei punti di forza; cose che non mi piacciono e cose che mi piacciono. Quello che non mi piace, provo a migliorarlo ma comunque lo accetto. Mi piaccio così come sono». E Chiara si è schierata al suo fianco, riprendendo un commento di una follower che si lamentava delle donne che attaccano le altre sulla base del loro aspetto. Commento finito nelle stories dell'influencer più famosa d'Italia accompagnato dal solito hashtag «#bodyshamingisforlosers». «Amarci è già una missione molto difficile», ha scritto Chiara, «ci dobbiamo scontrare ogni giorno con le nostre insicurezze, ma se questo non viene portato all'esasperazione da commenti inutili di altre persone del nostro sesso tutto sarebbe molto più semplice. Pensateci».

LE ACCUSE DI PINK WASHING E COMMERCIALIZZAZIONE DEL FEMMINISMO

Chiara Ferragni ha ricevuto delle critiche anche su questa sua encomiabile battaglia. Non per le parole, ma per gli atteggiamenti che in qualche modo le contraddirebbero. È stata accusata di aver ritoccato con photoshop una foto con Fedez da alcune follower e persino la sua campagna contro l'hair shaming per Pantene ha attirato le critiche di Viola Carofalo di Potere al popolo: «La testimonial non è una ragazza con gli afro, o, per fare un altro esempio, una donna con pochi capelli perché sta facendo la chemio. È Chiara Ferragni: lunghi capelli biondi sempre in piega (fatti suoi, ma mi sembra una testimonial surreale)». Ci sarebbe poi qualche problema con la commercializzazione del femminismo e le accuse di pinkwashing. Accuse fondate, dal momento che Chiara Ferragni, dopo aver posato con la T-Shirt We All Should Be Feminist di Dior (prezzo 540 euro), ne ha creato una tutta sua, “Feminist”, vendendola per 75 euro. Nel mondo di Chiara persino il femminismo pare essere un business.

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