Femminismo

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6 Giugno Giu 2019 1530 06 giugno 2019

La minigonna è un capo femminista oppure no?

Il 6 giugno è la Giornata mondiale dedicata all'indumento inventato da Mary Quant. Da anni si discute se sia simbolo di emancipazione o sia solo un modo per assecondare il patriarcato. 

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Minigonna Femminismo

Per chi non lo sapesse, tra le svariate giornate mondiali celebrate quotidianamente, dal 2015 ce n'è anche una dedicata alla minigonna, che cade ogni anno il 6 giugno su iniziativa del tunisino Rachid Ben Othman, presidente della Lega in difesa della Laicità e delle Libertà, e all’attivista femminista Najet Bayoudh, in segno di protesta contro un atto discriminatorio compiuto nei confronti di una studentessa algerina, alla quale era stato impedito di sostenere un esame per la sua gonna ritenuta troppo corta. L'iconico capo d'abbigliamento, che, insieme alla sua creatrice Mary Quant, è protagonista di una mostra al Victoria and Albert Museum di Londra fino a febbraio 2020, effettivamente merita di essere 'onorato' ogni anno, intanto perché per molte comunità rimane un tabù, mentre per le donne occidentali ha rappresentato un gradino importante verso la libertà di espressione (a parte quando diventa un obbligo per essere assunte).

LIBERE DI ESSERE SENSUALI

Pensate dalla Quant come qualcosa di pratico da indossare, le minigonne erano davvero considerate liberatorie dalle ragazze degli Anni '60. Addio agli orli pesanti e a tutti quegli indumenti soffocanti che andavano messi solo per modestia e per non scandalizzare gli occhi altrui, e, soprattutto, benvenuta femminilità e sensualità. L'effetto all'epoca forse è stato simile a quello che oggi ha sulla nostra società il movimento #freethenipple: la mini skirt era una dichiarazione contro le idee restrittive sulla nostra sessualità dettate dal solito patriarcato e un simbolo di ribellione culturale.

UN CAPO CONTROVERSO

Negli anni, però, molte hanno iniziato a vedere la minigonna con occhi diversi. Per qualcuna era solo un modo per assecondare lo sguardo maschile, un qualcosa che ipersessualizzava le donne. Per altre spostava l'attenzione: la battaglia non doveva concentrarsi sulla moda, ma sulla politica e sulla parità di genere.

LO SCONTRO È ANCORA IN CORSO

Uno scontro, quello tra chi considera il capo uno strumento di oggettivazione della donna e chi lo considera un'arma di emancipazione, che è ancora in corso dopo più di 40 anni. D'altronde c'è ancora qualcuno che dice che se indossiamo una gonna corta siamo in cerca di sesso e quindi anche se diciamo «No» non si tratta di stupro. Insomma c'è ancora tanta strada da fare e il 6 giugno è una buona occasione per indossare la mini usando la testa. Perché, ricordiamocelo sempre, qualsiasi indumento è un oggetto inanimato. A far la differenza è chi lo indossa. E finché portiamo la mini ricordandoci di dire: «Io voglio», prima di: «Voglio che mi desiderino», femminismo e femminilità possono andare benissimo d'accordo. E, come suggerisce Laurie Gaughran curatrice della pubblicazione Gender reflection : reconciling feminism and equality , se quando ci mettiamo qualcosa di corto siamo vittime di sguardi sessisti evitiamo di far finta di niente: sfidiamo il sessista con uno sguardo. In questo modo evitiamo di essere meri oggetti passivi del desiderio maschile, stabiliamo la nostra individualità e promuoviamo l'uguaglianza di genere.

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