22 Febbraio Feb 2019 1403 22 febbraio 2019

La moda è cambiata ma le modelle sono ancora troppo magre

Nell’era del Body Positive e dell’inclusione le top model più acclamate sono sempre quelle dal fisico perfetto. Le campagne con le curvy sono solo una goccia nel mare. Dalle mannequin alle plus size, storia di un'evoluzione.

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Modelle Curvy Fashion Week Magre

«Solo alle grasse non piacciono le modelle magre. Il mondo della moda è fatto di sogni e illusioni e nessuno vuole vedere donne rotonde». A dirlo fu Karl Lagerfeld, genio assoluto dello stile e dell’immagine scomparso il 19 febbraio, innamorato della bellezza femminile ma solo di quella che, secondo i propri canoni, potesse dirsi perfetta. Eccezion fatta per qualche polemica iniziale nessuno o quasi osò mai contraddirlo anche perché, nonostante il Kaiser del fashion system fu uno dei pochi ad ammetterlo ufficialmente, la maggior parte dei colleghi la pensano, la pensavano e la penseranno sempre nel medesimo modo. E poco importa che a sfogliare le riviste sognando i loro modelli non siano tutte taglie 36, in passerella devono essere così. Una tendenza che con sporadiche parentesi, governa il settore da quando esiste il concetto di sfilata, ovvero da circa un secolo.

GLI STILISTI E L’OSSESSIONE PER LA MAGREZZA

Nessuno può farsi distrarre dalle forme femminili, solo gli abiti devono essere ammirati. Chiunque frequenti i défilé per lavoro o piacere, o si trovi in questi giorni suo malgrado inglobato nel vortice della Fashion Week milanese, sa quanto questa affermazione sia priva di senso e inattuabile al tempo di Instagram e delle influencer che sfidano le temperature non proprio miti di febbraio con outfit improbabili per un like o un follower in più. C’è stato un tempo però in cui a parlare dovevano essere solo le creazioni sartoriali, per questo era richiesto che i corpi di chi li indossasse fossero quasi invisibili. Affonda le radici in quel periodo l’ossessione per le ragazze scheletriche chiamate non a caso Mannequin, manichini utili esclusivamente a vendere abiti, senza diritto di parola su di sé, né tanto meno sulla propria fisicità. Il primo a lasciare alle indossatrici il ruolo di semplici comprimarie pelle e ossa fu lo stilista francese Jean Patou, che nel 1924 propose un canone estetico preciso, spietato e irreale a meno che non si abbiano 13 anni (forse): fisico alto, snello, senza fianchi ne seno e con le caviglie fini. Proprio perché di fatto trasparenti, di quel periodo non si ricordano figure balzate agli onori delle cronache più di altre, eccezion fatta per la svedese Lisa Fonssagrives, prima super model della storia, neanche a dirlo, magrissima.

Lisa Fonssagrives.

DAGLI ANNI 50 AI 70: MINIGONNE, HIPPY E FISICI ANDROGINI

Negli Anni 50 parve che il vento stesse cambiando visto che, pur mantenendo saldo il binomio magrezza = bellezza, le forme in passerella si addolcirono leggermente seguendo i gusti di quel periodo che osannavano la celebre forma a clessidra. Ma una delle più celebri fashion star riportò presto tutti al sacro ordine del magro. Parliamo dell’adolescente dal fisico da bambina Twiggy (stecchino), ufficialmente scelta da Mary Quant per smorzare il più possibile l’effetto sensuale della neonata minigonna, più probabilmente preferita su tutte perché perfetta mannequin appunto. In un periodo storico caratterizzato da sesso, droga e rock’n roll fece fortuna anche Edie Sedgwick, presenza fissa della Factory di Andy Wharol, anch’essa scheletrica e involontaria testimonial di uno stile di vita tutt’altro che da promuovere.

L’ARRIVO DELLE TOP MODEL

Se si parla di super modelle però la mente di tutti corre a loro: Claudia, Naomi e Cindy. Non serve nemmeno citare i cognomi (per la cronaca Schiffer, Campbell e Crawford) perché queste icone furono talmente tanto osannate da entrare nelle case di tutti semplicemente con i loro nomi. Erano i ricchissimi Anni 80 e 90 e ogni cosa, compresi sfarzo ed eccessi, sembrava possibile e alla portata di quasi tutti. In due decadi nelle quali lustrini, paillettes, soldi e cocaina si imposero su buona parte del resto, a spiccare furono queste ragazze bellissime proprio perché magre ma non troppo, riconosciute finalmente anche dagli stilisti capaci di esaltare gli abiti con carisma e femminilità, non di offuscarli. Una virata molto forte visto che se negli anni precedenti riuscire a emergere era una rarità, da quel momento le top model di fama mondiale si moltiplicarono. Qualche nome? Kate Moss (unica vera eccezione skinny), Eva Herzigova, Carla Bruni, Linda Evangelista, Elle Macpherson, e l’elenco sarebbe ancora lungo. Sfociando negli Anni Duemila impossibile non citare Gisele Bundchen, Alessandra Ambrosio e l’invasione degli angeli di Victoria’s Secret che imposero un nuovo e differente codice ancora oggi il più in voga, quello della donna filiforme ma tonica, che possa permettersi di mangiare qualcosa in più, poco in realtà, facendo sport.

Naomi Campbell e Cindy Crawford nel 2007.

IL PROBLEMA DELLO STEREOTIPO UNICO

L’abbandono dell’eccessiva magrezza a favore di un modello di bellezza asciutto ma sano è stato dunque un tanto atteso passo avanti? Paradossalmente in un certo senso no perché il problema sta proprio nel concetto stesso di modello e nell’idea che debba esisterne solo uno. Certo, che questo lasci parametri impossibili da soddisfare e pericolosi per la salute, per abbracciarne altri leggermente più alla portata di tutte (con le dovute proporzioni, Naomi resta sempre inarrivabile) è già qualcosa ma non basta. Il messaggio che le passerelle prima di altri luoghi dovrebbero mandare, infatti, è che non esista un’unica idea di femminilità, ma diverse, e che ognuna possa trovare in se stessa qualcosa di cui andare fiera, da sfoggiare con orgoglio e, perché no, che la faccia sentire sensuale quando vuole.

NELL’ERA DELL’INCLUSIONE QUALCOSA SI MUOVE

Negli ultimi anni è giusto riconoscere come alcune cose stiano cambiando visto che sono sempre di più i brand che propongono linee curvy o decidono di far sfilare indossatrici non allineate al concetto di bellezza universale, siano esse meno esili, di origine non caucasica (altra vicenda spinosa visto che i dati parlano chiaro e dicono che solo circa il 30% delle indossatrici esca da questo parametro), non giovanissime, con la vitiligine o una qualunque forma di disabilità. È solo una goccia nel mare però, perché se da una parte non si può che applaudire a tali iniziative è impossibile non notarne le criticità. La prima sta nel loro essere nicchia visto che, come avviene in questi casi, una cosa fa notizia solo quando è percepita come fuori dal recinto dell’ordinario; la seconda è la scarsa penetrazione nell’immaginario e nell’ammirazione collettiva. Perché si possono fare tutte le campagne social che si vogliono e portare avanti ogni forma di iniziativa #bodypositive ma finché saranno le donne stesse a giudicare le altre in base a qualche chilo in più (vedi le ragazze scelte da Calvin Klein per una campagna pubblicitaria su Zalando e massacrate dagli utenti perché grasse) o in meno (chiedere a Celine Dino recentemente insultata per la sola colpa di risultare troppo magra in una foto su Instagram) nulla cambierà. E gli stilisti continueranno indisturbati, chi più chi meno, a portare in passerella come guest star solo Bella Hadid, Kaia Gerber, Lili Rose Deep e Cara Delevigne. Belle, ma noiosamente magre, tragicamente sovrapponibili e nemmeno utili per valutare come potrebbe stare a noi ragazze normali un vestito nella vita vera.

Bella Hadid.

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