21 Settembre Set 2018 1410 21 settembre 2018

La stilista israeliana Daizy Shely: «La moda è emancipazione»

Da una cittadina vicino a Tel Aviv è approdata a Milano per seguire il suo sogno, con una missione: «Far sentire le donne fiduciose e al sicuro». L'abbiamo incontrata alla Fashion Week.

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Daizy Shely SS19

Colorate, sfrontate ma, soprattutto, esotiche. Vivaci e serissime, abbracciate da fiori attorno al collo. Sulla passerella allestita nei chiostri di San Barnaba, in occasione della Milano Fashion Week, portano le sfumature del Medio Oriente e il calore delle strade di Israele. Sono le ragazze di Daizy Shely, giovane stilista israeliana che in Italia ha portato il suo mondo e l’ha messo negli abiti che disegna. Viene da una piccola cittadina, non lontana da Tel Aviv. Il suo primo atelier l’ha aperto a Milano, nel 2013, dopo il diploma in «Fashion Design» all’Istituto Marangoni. Nei tessuti ricercati, nello studio dei modelli c’è tutto di lei. La sua timidezza e la volontà di superare i limiti. E a LetteraDonna racconta il suo universo: «Nel mio lavoro ho portato tutte le esperienze personali e la mia storia. La mia più grande ispirazione? Il posto da dove vengo, dove sono cresciuta e le donne della mia vita».

DOMANDA: Shely, perché le sue origini sono così importanti nel suo processo creativo?
RIPOSTA: Perché le porto sempre con me. Lavoro in Italia, vivo qui e amo la moda di questo Paese ma mi sono sempre sentita un po’ diversa, un po’ «strana». Non l’ho mai avvertito come un limite e, anzi, sono felice di questo. Metto la mia personalità, ciò che vedo e le mie radici nel lavoro che faccio. Sono una designer israeliana per un brand italiano, già questo mi rende felice.

Da bambina sognava di fare la stilista?
No, affatto (sorride, ndr). Mi ci è voluto molto tempo per capire che questo era ciò che volevo fare. Quando ho iniziato a studiare avevo 24 anni, l’allieva più vecchia. È stato il lato «peggiore» di tutto (ride, ndr).

Ha detto più volte di considerare la moda il suo «terapista». Che cosa intende dire?
Nella vita sono una persona molto riservata, a volte persino impacciata. Nella moda, invece, posso usare la creatività per portare tutto il mio mondo all’esterno, in modo che gli altri lo possano vedere. Ovviamente non è come andare dal terapista ma qui posso tirare fuori gli aspetti più bizzarri, superare i miei limiti e se devo dire qualcosa a voce alta lo faccio in questo contesto. Così è molto più facile per me.

La moda aiuta le donne a emanciparsi, secondo lei?
Sì, è molto utile in questo, perché è uno strumento che ti permette di scegliere come apparire in quel dato momento. Puoi usare i tuoi vestiti per cambiare completamente il tuo umore o per mostrarti come vuoi che le altre persone ti vedano. Io la uso per dare alle donne una forma di protezione: voglio mettere addosso a loro qualcosa che le faccia sentire al sicuro, belle e fiduciose. Quando indossano questi capi è come se avessero una sorta di armatura.

Lei è femminista?
Non mi piace dire di essere una femminista, ma forse un pochino sì, lo sono (ride, ndr). Non amo chi estremizza il corpo delle donne e non mi piace quando la gente pensa che dovremmo essere coperte. Ma mi sento femminista perché amo mostrare: il corpo delle donne non è nulla di cui vergognarsi e nessuna dovrebbe mai sentirsi così.

Quindi il fashion le aiuta davvero?
Io sono contenta di creare un tipo di moda che dia loro degli «attrezzi» che le facciano sentire più forti e coraggiose. Noi non facciamo niente di importante ma possiamo essere d’aiuto in queste piccole cose.

Per esempio?
Posso citare il mio caso. Come le dicevo sono una donna molto timida e chiusa, ma in questo contesto sono completamente diversa, sono l’opposto. La moda mi ha aiutato a esprimermi.

Nell’ultimo anno si è parlato molto di molestie sessuali, anche grazie al movimento #MeToo. Com’è la situazione in questo contesto?
Penso che sia un fenomeno trasversale, presente ovunque. Purtroppo le persone usano la debolezza delle donne dappertutto, nella moda come in un qualsiasi ufficio. Non riguarda solo questa realtà perché le donne sono nude. Penso però che, in qualunque caso, si tratti di una cosa molto triste, come è stato ripetuto durante tutto l’anno. Più persone dovrebbero gridarlo a voce alta e credo che questo sia già accaduto.

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