21 Gennaio Gen 2019 1935 21 gennaio 2019

Come si riconosce e si cura la depressione post partum

In Italia su un milione di nascite ne soffrono in 150 mila. Soprattutto donne tra i 30 e i 40 anni. Ma fortunatamente sono sempre di più le donne che chiedono aiuto. 

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Depressione Post Partum 1

Stava allattando la sua piccola di tre giorni, tenendola pelle a pelle, quando qualcosa improvvisamente si è rotto. E quell'invisibile filo madre-figlia si è trasformato in un cappio. Così l'ha gettata a terra ripetutamente, uccidendola, per poi tentare il suicidio subito dopo. Il caso della mamma di Vicenza è solo l’ultimo di una lunga serie a essere finito sulle prime pagine dei giornali. Forse lo stress, forse l'ennesimo episodio di depressione post partum. Un male sottile di cui si parla poco, perché una donna, ci si sente ripetere fin da bambine, deve essere innanzitutto una "brava" madre se non vuole andare contro natura. Eppure, secondo il rapporto presentato dall’associazione Kairos, su un milione di parti all'anno, ne soffrono circa 150 mila neomamme. Tanto che sono decine i centri dislocati in tutta Italia che si occupano di questo disturbo. Come il Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze della azienda socio sanitaria territoriale (Asst) Rhodense, che dal 2009 cura il progetto «Individuazione e trattamento dei disturbi psichiatrici emergenti: depressione in gravidanza nel post partum».

DALLA POST PARTUM ALLA DEPRESSIONE PERINATALE

Lo stato depressivo-ansioso non fa sconti. Insonnia, disturbi dell'alimentazione, perdita di interesse si manifestano anche durante la gravidanza, in quel periodo che tutte le amiche descrivono come «il più bello della vita». Gli esperti tendono, quindi, a parlare sempre più spesso di depressione perinatale, un disturbo che si presenta già nei primi mesi di gestazione e può accompagnare fino al compimento del primo anno di età. «In Lombardia su 80 mila parti all'anno, sono circa 9 mila i casi di donne affette da sindrome depressiva perinatale», spiega lo psichiatra Marco Toscano, referente del progetto curato dall’Asst di Rho che si occupa di trattare i disturbi psichici connessi alla maternità. «Si tratta di un fenomeno che colpisce generalmente tra i 30 e i 40 anni, ma che può presentarsi in altre fasce di età, perché la nascita di un figlio costringe a confrontarsi con una situazione completamente nuova. Questo può far paura». E così si osservano le altre neomamme con lo stesso sguardo pieno di tristezza con cui da piccole si guardavano gli altri bambini divertirsi sulle giostre. Diventano pane per i nostri sensi di colpa.

PIÙ COLPITE COLORO CHE SOFFRIVANO GIÀ DI DISTURBI DELL'UMORE

A essere maggiormente colpite sono le donne che già in passato hanno sofferto di disturbi dell'umore. «Chi presenta un quadro clinico con manifestazioni ansiose-depressive importanti può decidere se proseguire con le cure farmacologiche intraprese in precedenza. La maggior parte delle terapie non costituisce un rischio per lo sviluppo del feto, a differenza dello stato depressivo, che può avere invece importanti ripercussioni», precisa Toscano. A influire sull'incidenza del disturbo perinatale anche il contesto con cui la donna si confronta quotidianamente. «L'eventuale violenza, le condizioni economiche precarie e l'assenza di una forte rete familiare e amicale possono portare all’insorgenza della depressione perinatale, oltre che a fattori di natura biologica legati allo stato ormonale e ai neurotrasmettitori, rappresentano dei fattori di rischio». Ma, fortunatamente, sembrano essere sempre più le donne che chiedono aiuto. «Ѐ il segno di un trend generazionale che punta sulla prevenzione e non aspetta più che la malattia si manifesti nei suoi aspetti peggiori». E che combatte pregiudizi e stereotipi.

NON BANALIZZARE E NON STIGMATIZZARE

I sintomi del disturbo perinatale sono gli stessi che si presentano in qualsiasi altra sindrome depressiva. Insonnia, fluttuazioni dell’umore, senso di colpa e apatia. Ma soprattutto incapacità di prendersi cura del proprio bambino o addirittura di accettare di doversi dedicare a un altro essere per il resto della vita. «La madre si dimostra poco attenta alle infinite richieste del neonato: non lo lava quando dovrebbe, ignora il pianto, non lo alimenta con costanza», chiarisce Toscano. Per il bambino una mamma depressa rappresenta una minaccia addirittura maggiore di una mamma psicotica. «Il disturbo attacca il legame madre-figlio, che rischia di non venirsi a creare, con gravi ripercussioni sul lungo termine. Ecco perché da parte del compagno e dei famigliari è importante non banalizzare». Ma soprattutto non stigmatizzare. «Bisogna riconoscere quando è arrivato il momento di rivolgersi al consultorio di riferimento del proprio territorio e ricercare il supporto di uno psichiatra, che valuterà il tipo di terapia a cui sottoporre la donna».

QUANDO SOFFRE IL PAPÀ

Un figlio è un salto nel vuoto. Ma a un uomo non è concesso aver paura. Così come a una donna non è permesso non essere una brava madre. Eppure non mancano nemmeno i casi post partum al maschile. «Si tratta di un fenomeno purtroppo sottovalutato», spiega Toscano. «Anche il padre alla nascita del figlio deve rivedere la propria vita e questo può essere motivo di ansia e depressione». I sintomi sono gli stessi che si presentano nel caso di sindrome perinatale, con fluttuazioni di peso e di umore, spesso associati a insonnia. «Spesso l’uomo è costretto a riconsiderare il suo ruolo all’interno della coppia». Sentendosi spesso escluso dal processo di costruzione del legame madre-figlio. «In alcuni casi diventa difficile accettare l'idea di non essere più al centro delle attenzioni della propria compagna, che saranno inevitabilmente concentrate sul neonato. Ma cominciare a parlare di questo disturbo rappresenta un importante passo per incoraggiare chi ne soffre a chiedere aiuto».

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