15 Ottobre Ott 2018 0800 15 ottobre 2018

Le cose da sapere sul lutto perinatale

Di cosa si tratta precisamente. Quali sono i consigli della psichiatra Claudia Ravaldi per affrontarlo. E quando e come è nata la giornata internazionale, che si tiene il 15 ottobre.

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Lutto Perinatale

Letteralmente significa «perdita del bambino», ma il termine anglosassone «baby loss» ha a che fare anche con l’identità genitoriale, il dolore, l’isolamento e la paura. In italiano si chiama lutto perinatale ed è molto difficile classificarlo. È quando un bambino non ce la fa, per diverse ragioni, e muore o prima della nascita o subito dopo il parto. Dal punto di vista scientifico, se la gravidanza si interrompe prima della 22esima settimana, si tratta di aborto. Se accade dalla 22esima in poi, si parla di morte in utero. Quando un neonato nasce vivo, a qualunque età gestazionale, ma non riesce a sopravvivere, il termine utilizzato è quello di mortalità perinatale.

GIORNATA ISTITUITA DURANTE LA PRESIDENZA REAGAN

Il 15 ottobre è la giornata internazionale della consapevolezza del lutto perinatale, nata negli Stati Uniti durante la presidenza di Ronald Reagan. In quegli anni, i genitori che avevano subito una perdita di quel tipo chiesero di essere ascoltati e il presidente, anche per motivi personali, appoggiò l’idea di creare questa giornata. Nacque così un movimento che presto, dall’America, arrivò in Inghilterra e in Australia. E così oggi, in ogni città, alle sette di sera, è avvolta da un’ondata di luce simbolica. Coinvolge ogni fuso orario per unire tutto il mondo nella conoscenza di questo tema, con il fine di abbattere il muro di silenzio attorno a questa sofferenza.

Purtroppo, di questo argomento, si parla solo quando ci si sbatte il naso, perché c’è una forte resistenza culturale

Claudia Ravaldi, psichiatra e psicoterapeuta

«Il movimento di genitori, nato quasi 40 anni fa, ha restituito dignità a tutti i lutti, a prescindere dall’epoca gestazionale e dalla causa di morte del piccolo. Purtroppo, di questo argomento, si parla solo quando ci si sbatte il naso, perché c’è una forte resistenza culturale nel prendersi cura di questo tema e nell’esplorarlo, soprattutto nei paesi occidentali non anglosassoni», spiega la psichiatra e psicoterapeuta Claudia Ravaldi, fondatrice e presidente di Ciao Lapo Onlus che, 12 anni fa, perse il suo bambino. La sua associazione, dal 2007, ha accolto circa 10 mila «genitori in lutto», che si sono rivolti a lei per superare un trauma difficile da spiegare a chi non è coinvolto.

IL TABÙ DELLA MORTE INFANTILE

Uno degli aspetti per cui risulta così complicato affrontare l’evento della perdita di un figlio così piccolo è correlato al concetto del decesso infantile, un fenomeno che le società, ovviamente, non accolgono come norma. «È una circostanza che scuote: se pensiamo poi al fatto che, nel mito collettivo, non c’è posto dove si stia meglio della pancia della mamma, l’immaginare che, invece, in quel luogo, possano verificarsi situazioni che portano i bimbi ad ammalarsi o a morire, rende quest’evenienza un vero tabù», chiarisce la psichiatra. Che aggiunge come nel nostro Paese, e in alcune zone dell’area mediterranea, la paura che il piccolo non possa nascere vivo si associa a una serie di atteggiamenti «scaramantici» per i quali, per esempio, spesso non si comunica la gravidanza, se non a pochi parenti, fino alla dodicesima settimana o dopo gli esisti dei test diagnostici prenatali: «A livello antropologico e psicologico c’è una spinosità legata all’argomento perché è dall’utero che nasce la vita».

"Selfie e karaoke: l'aborto spontaneo non è più un trauma"

Riprendersi non è mai facile. E non ci sono protocolli o rituali da seguire. Così Piera Gelardi, co-founder di Refinery29, ha deciso di raccontare la sua storia, indicando le cose che l'hanno aiutata a ritrovarsi. E a sognare ancora.

Trattandosi poi di un dolore talmente tanto poco gestibile c’è chi ha preferito evitarlo. Un po’ anche per l’eccezionalità dei casi «perché», conferma la dottoressa, «fortunatamente il numero dei piccoli che non raggiungono la vita infantile è oggi diventato molto basso: la morte perinatale coinvolge circa quattro nati su 1.000» e un po’ perché sapere che si tratta di un fatto raro spinge le persone a pensare che non accadrà proprio a loro. «Tutto questo, negli anni, ha rallentato l’educazione verso questo tema. Eppure, al di sotto di due neonati morti su 1000, anche nei Paesi più evoluti, non riusciamo ad andare. Ed è anche per questo motivo che, per fortuna, in molti, soprattutto nei Paesi scandinavi, si cerca di investire in prevenzione e cultura della consapevolezza», aggiunge Ravaldi.

COME AFFRONTARE IL BABY LOSS

La perdita di un bambino costringe le persone a fermarsi, a prendersi del tempo per capire come affrontare il dolore e a leggere i segnali che dicono che la ripresa sta cominciando. «In questa circostanza non bisogna essere dei velocisti ma dei maratoneti e non si può ritardare la partenza», consiglia la dottoressa. Serve, fisiologicamente, circa un anno e mezzo: «A chi vuole risolvere il lutto velocemente dico che è come pretendere, appunto, di fare una maratona senza bere, senza riposarsi, senza sapere dove stiamo andando o quando partire. Correre senza allenamento e così velocemente ti espone a grossi capitomboli», aggiunge Ravaldi. Che sottolinea l’importanza delle tempistiche anche a livello personale: «Come associazione diamo enorme valore al rispetto del tempo delle coppie, che non sempre coincide tra uomo e donna. Ognuno ha il suo e nulla è da considerarsi anomalo o sbagliato nell’attraversamento di questo dolore».

Il primo consiglio della psichiatra è allontanare il senso di onta che, spesso, avvolge le persone coinvolte. «La vergogna non ci serve: vergognarsi di essere genitori di un bimbo morto, di piangere troppo o troppo poco, di truccarci, di tornare al lavoro non ci aiuta». Inoltre, secondo Ravaldi, non bisogna avere paura di fare domande, anche tante volte, ai curanti, ai medici specialisti o all’équipe che ha seguito la gravidanza. «Non bisogna temere di prendersi del tempo per sé, che non significa buttarsi a capofitto in cose che non c’entrano niente per stordirsi», chiarisce la dottoressa. La quale consiglia di privilegiare l’attività fisica e la compagnia di persone rispettose, di fare richieste specifiche ai propri datori di lavoro e ai colleghi quando il ritorno è imminente, cioè circa sette giorni dopo il parto o la perdita.

LA CRISI DI IDENTITÀ? È NORMALE

La psicoterapeuta spiega anche la normalità di una specie di crisi di identità quando si affronta questa esperienza: «Ci sembra di non essere più né carne né pesce. Si era genitori e poi non lo si è più, o forse sì. È una situazione molto simile a un post terremoto: bisogna prendere tutti i pezzettini del crollo per fare un po’ il lavoro d’archeologo, ricostruire con pazienza il prima, il durante e il dopo». Perché, secondo la psichiatra, «il lutto non si supera ma si attraversa, come un deserto». Si guarisce ma non è detto che sparisca la tristezza, la paura o la sofferenza: «Noi lavoriamo perché la qualità della vita migliori e che i giorni di dolore siano meno degli altri. Cerchiamo di fare in modo che nessuno si senta sopraffatto da questo».

Esistono teorie naif gravissime e culturalmente diffuse che, per esempio, spingono le donne a scegliere di avere un altro figlio per “dimenticare” il dolore precedente

Claudia Ravaldi, psichiatra e psicoterapeuta

Nei Paesi mediterranei esiste la tendenza a estremizzare o a edulcorare il lutto perinatale, trattandolo come se fosse un problema piccolo dipendente dalla volontà di stare meglio: «La nostalgia, il ricordo, il bisogno sono tutti elementi che, se gestiti un po’ di pancia, poco consapevolmente, possono provocare anche grossi danni». Tabù, stigma e credenze popolari, spesso, hanno fatto in modo che molti pensassero che non parlando di lutto questo scomparisse. Non è così. «Esistono teorie naif gravissime e culturalmente diffuse che, per esempio, spingono le donne a scegliere di avere un altro figlio per “dimenticare” il dolore precedente: questo crea delle ambiguità. Mi è capitato di ricevere coppie, dopo la nascita del bambino successivo, che si sono trovate in balia dell’ondata del lutto non ancora elaborato e alle prese con un’altra creatura che richiede molte attenzioni. Questo manda i genitori in estrema confusione», chiarisce la presidente della onlus toscana.

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