6 Agosto Ago 2018 0830 06 agosto 2018

Figli all'asilo nido, cosa bisogna sapere

Niente panico da primo giorno. Abbiamo sentito due educatrici e con loro abbiamo stilato una guida per la sopravvivenza per genitori e bambini. 

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Una realtà completamente nuova. Non una casa, né un luogo familiare, all’inizio. Piccoli tavoli, piccole sedie, piccole mensole. Giocattoli, libri e pupazzi. Stanze ampie e mai vuote, con qualche disegno colorato appeso alle pareti. Quello è il posto dove i più piccoli, per la prima volta, imparano a sperimentare. Tutto. Dalle relazioni con gli altri al distacco dalla famiglia. Che spesso risulta complicato. Soprattutto per gli adulti. Soprattutto le prime volte. L’ingresso all’asilo nido è l’inizio di tutto e rappresenta la prima forma di socializzazione per i bambini. Richiede impegno, pazienza, costanza e fiducia. Un percorso in continua evoluzione che si costruisce un passo alla volta. Per questo abbiamo interpellato due asili nido di Parma e di Milano, per fornire ai genitori, che portano i loro bimbi per la prima volta in queste strutture, una guida e un po’ di consigli utili.

SIATE FIDUCIOSI NELLA STRUTTURA CHE SCEGLIETE

«Alle mamme e ai papà che cominciano io consiglio di essere decisi a farlo, più che a provare», spiega Clelia Sacchi, psicomotricista, coordinatrice pedagogica ed educatrice dell’asilo Uno, Due, Tre di Milano. Che suggerisce alle famiglie di trovare una struttura che dia loro fiducia, che stimoli serenità e voglia di collaborare. «Invito madri e padri a prepararsi al distacco e alle difficoltà, a credere nell’asilo in cui andranno, a fare un colloquio prima per conoscere le attività e a chiedere il rapporto tra numero di bambini ed educatrici».

IL PROBLEMA DEL DISTACCO È NORMALE

«L’elemento più difficile che sperimentano al nido i piccoli è la separazione dalla famiglia: per loro, infatti, è complesso comprendere il concetto che mamma e papà vanno e poi ritornano», spiega Silvia Marchesini, psicologa, psicoterapeuta e coordinatrice responsabile del nido d’infanzia Cornocchio di Parma. L’idea del ritorno dei genitori la devono imparare. Attraverso l’esperienza e i processi maturativi, fino a quando l'asilo non diventa un contesto prevedibile, «come una sorta di zia», entrando nella costellazione familiare. Secondo l'esperta, i bambini per ambientarsi impiegano dai due ai tre mesi: «Durante i primi tempi stanno un po’ più all’erta, risultano più inquieti e controllano di più ciò che accade intorno a loro. Questo è il momento più complesso perché non conoscono la struttura e non esiste ancora il rapporto di fiducia che si consolida nel tempo». A quel punto, madri e padri, nel vedere i loro figli «sofferenti», si pongono qualche interrogativo. Per Marchesini, però, si tratta di un processo assolutamente normale: «Sono in molti a chiedersi se quella del nido sia stata una scelta giusta, ma questo è soltanto lo scoglio iniziale, perché si tratta di un’esperienza incredibilmente arricchente, per tutti. Ma in particolare per i bimbi, visto che tutto quello che succede lì è pensato per loro ed è occasione di crescita e di forte stimolazione».

FARE DOMANDE DURANTE L'INSERIMENTO

«La prima cosa che ci si deve aspettare è che potranno esserci delle difficoltà, anche nell’inserimento, previsto da diverse strutture come la nostra», racconta Sacchi. Parliamo di periodo, variabile da una struttura all’altra, che consente ai piccoli di abituarsi alla nuova scuola stando insieme alla mamma e al papà. Che li accompagnano e restano fino al termine dell’orario. «Si tratta di un passaggio importante. Serve al genitore per sentire l’atmosfera di questo posto insieme al proprio bambino, per conoscere le educatrici e fare loro delle domande. Per i bimbi, il fatto di avere madre e padre lì presenti è importante. Conservano il loro punto di riferimento fondamentale per conoscere il posto nuovo. Ma è particolarmente utile agli adulti per rassicurarsi. Perché se i genitori sono tranquilli anche i bimbi lo sono», continua l'esperta.

NON PRENDETE IN BRACCIO GLI ALTRI BAMBINI

«È molto difficile dare consigli specifici alle mamme e ai papà ma, durante il periodo di inserimento, esistono comportamenti virtuosi che è bene tenere presenti», chiarisce Marchesini. «Per prima cosa, all’arrivo all’asilo, consiglio al genitore di mettersi seduto. A molti sembrerà un 'tempo vuoto', che non serve a niente, perché il bimbo è già in giro a giocare: in realtà se il figlio gioca è perché sa che il padre o la madre sono lì», racconta la psicoterapeuta. Che prosegue spiegando che se l'adulto rimane in piedi potrebbe dare l’impressione di essere pronto ad uscire dalla stanza in qualsiasi momento rendendo insicuro il piccolo. Per questo è importante che si accomodino «in un posto ben visibile per il loro bambino, in modo tale che se lui vuole li può raggiungere». E se il bimbo vuole stare in braccio, non c'è problema: «Scenderà dalle ginocchia quando si sente pronto e sicuro». Per la coordinatrice parmigiana è molto importante che i genitori tutelino i loro figli dalle intromissioni degli altri compagni: «Gli educatori imparano molto dei nuovi arrivati dal loro rapporto con mamma e papà perciò, durante l’inserimento, rimanete seduti, in silenzio, non parlate con le insegnanti (quello non è il momento giusto perché crea conflitto tra i bambini), siate “accessibili” per i vostri figli e proteggeteli in caso di invadenze. Ci sono alcuni piccoli che vanno verso la madre o il padre del neoarrivato con un atteggiamento affettivo e magari vogliono essere presi in braccio: ecco, non prestatevi mai a questo». Tutto questo anche se il vostro piccolo non è geloso né possessivo: «In quella circostanza può diventarlo, soprattutto perché quello è un luogo nuovo. Il mio consiglio è di non fare delle mosse che agevolino questa vicinanza».

NIENTE PANICO DA PRIMO DISTACCO

In base al carattere e alle abitudini dei bambini, le prime separazioni possono essere complicate o più semplici. «Che pianga o che dopo il secondo distacco non voglia neanche uscire di casa è possibile. Come può succedere che, le prime volte, faccia fatica a entrare o che non mangi: queste sono tutte cose che colpiscono un genitore ma che si devono mettere in conto. Perché il cambiamento c’è però, in accordo con le insegnanti, queste difficoltà si superano gradualmente», specifica Sacchi. In ogni caso, Marchesini tranquillizza le famiglie spiegando che il pianto durante l’allontanamento è normale, «anzi, è bene che sia così ed è augurabile ai primi tempi: se non accade subito, accadrà più avanti». La psicoterapeuta emiliana paragona questa fase alle sensazioni provate durante i primi fidanzamenti: «All’inizio, quando cominciamo una relazione con qualcuno, le separazioni sono faticose perché il legame deve consolidarsi. È la stessa cosa con la mamma e con il papà».

OSSERVATE IL MOMENTO DEL RICONGIUNGIMENTO

Per capire se le cose stanno andando bene, un segnale può arrivare al momento del ricongiungimento. «Se quando il genitore arriva il piccolo, vedendolo, piange significa che ha fatto tanta fatica, che però non vuol dire sia stato trattato male», chiarisce Sacchi. Quel tipo di «fatica» è, secondo la coordinatrice pedagogica, dovuta all’abitudine del bimbo di avere la mamma tutto il giorno con sé, per esempio. I primi a comunicare se c’è qualcosa che non va sono comunque gli educatori. «La cosa importante è che, quando mamma o papà vanno a riprendere il figlio, si dirigano direttamente a lui senza prima passare da insegnanti o compagni», spiega Marchesini.

NIENTE CONFLITTI PRIMA DELL’INGRESSO

La psicologa emiliana si concentra poi su quanto sia fondamentale non lasciare la mattina il bambino dopo un piccolo litigio: «Se la mamma porta al nido il figlio dopo averci appena discusso, magari per un capriccio, quel giorno la separazione sarà più difficile. Perché c’è qualcosa di non risolto». La coordinatrice spiega poi come le ultime generazioni siano «più brave» a fare distacchi non conflittuali: «Le madri di oggi, rispetto a quelle di 20 anni fa, sanno che il tempo che possono passare con i loro bimbi è poco, quindi sanno anche che deve essere un tempo buono».

Gli esperti consigliano di lasciare i bambini all'asilo nido dopo averci discusso.

TUTTO DEVE ESSERE ETICHETTATO

Ogni struttura richiede alle famiglie di portare dell’occorrente. «Noi, di solito, chiediamo i certificati medici (tra cui quello di sana e robusta costituzione perché fanno tanto movimento e un attestato che ci dica se hanno allergie a qualche alimento), le vaccinazioni, tre bavaglini, un cambio (che deve rimanere qui), un ciuccio (se il piccolo lo utilizza), due asciugamani e una federa (se il bambino fa la nanna qui da noi). Tutto deve avere il nome indicato sopra, perché deve essere riconoscibile velocemente. Così si evitano attese spiacevoli. Le scritte chiare aiutano il personale», spiega la psicomotricista Sacchi. Etichettare, in alcuni casi, può essere la soluzione migliore. Esistono una serie di aziende che si occupano di targhette adesive che possono essere applicate su magliette, cappellini, calzini, zaini, biberon, ciucci e giocattoli. Tra queste Stikets, l’azienda creata da Stephanie Marko (che in questa intervista ci spiega come le è venuta l'idea). «Noi forniamo i pannolini, il biberon oltre a tutto il materiale di gioco», conclude Sacchi.

OK ALL’OGGETTO TRANSIZIONALE

Ai piccoli, se ne hanno la necessità, è permesso portare un oggetto preferito, per gli esperti definito «transizionale» in grado di aiutarlo nei primi distacchi. Si tratta, simbolicamente, di «un pezzettino di mamma» e può essere un fazzoletto che ha il suo odore o quel pupazzino che il piccolo utilizza per andare a dormire. «Non tutti i piccoli ne hanno uno, ma nel contesto dell’avvicinamento al nido può dare una mano», continua Marchesini. Perché quando il genitore non c’è, il peluche o il pupazzo di turno, avvicinati alla guancia del piccolo, diventano una sorta di «carezza» che rievoca la madre. «È una cosa qualsiasi: può essere anche un ciuccetto o il biberon, tutto dipende da come sono abituati», continua la psicologa di Parma. L’oggetto transizionale, per la coordinatrice, deve essere solo il loro. Tutti lo sanno, dalle maestre ai compagni. «Le educatrici ne sono al corrente e spero non ci sia bisogno di un’etichetta a ricordarglielo perché questo fa parte della presa in carico del bambino, che è molto personalizzata», ricorda Marchesini. Perché se così non fosse i piccoli farebbero fatica e si sentirebbero in un posto che non li riconosce, «un’istituzione che li considera anonimi».

DA CASA SOLO UN GIOCO O UN LIBRO

Alla domanda se è possibile, o consigliabile, portare qualche giocattolo da casa, Clelia Sacchi non ha dubbi: «Per un discorso educativo possono portare solo un giocattolo, perché magari il bimbo vorrebbe arrivare con la valigia e non è giusto. I piccoli sono capaci di accettare il fatto di doversi limitare, quindi spetta al genitore decidere quale. Ovviamente solo se il figlio ne ha bisogno, perché non è detto». Possono portare libri, perché la lettura insieme rappresenta un momento positivo. In ogni caso, è vietato portare oggetti pericolosi, tipo le palline. Oppure cose troppo ingombranti. «Le famiglie, poi, devono tenere ben presente che, spesso, al momento del rientro, il giocattolo non si trova, perché magari è stato nascosto dai figli o dai compagni», chiarisce l'educatrice. D'altronde i nidi sono già provvisti di tutto il necessario.

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