13 Febbraio Feb 2019 0800 13 febbraio 2019

Le Pussy Riot per la prima volta in tour in Italia

Punk, eversive, femministe e rigorosamente anonime. Storia del collettivo musicale che si scaglia da anni contro il sistema russo.

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Pussy Riot

Le manifestazioni di attivismo possono trovare varie forme di espressione, che spaziano da proteste e cortei lungo le strade a esibizioni artistiche di diversi generi. La musica è, senza dubbio, un mezzo potente e spesso utilizzato per rivendicare diritti e ideali, politici o culturali che siano. E il Punk, controcultura ribelle per eccellenza, negli Anni '70, costruì un linguaggio basato su testi musicali provocatori e scandalistici, a volte colpiti da censura. In tempi più recenti, un gruppo che ha saputo richiamare l’attenzione è quello delle Pussy Riot (Pussy come vagina, riot come rivolta), il collettivo femminile russo noto per mostrarsi al pubblico, in battaglie attiviste, con il volto coperto da passamontagna colorati. Per la prima volta, le musiciste hanno previsto due tappe italiane del loro tour, a Milano e a Bologna, rispettivamente il 13 e il 15 di febbraio. Un concerto, si presume, carico di significati, con performance basate sul libro Riot Days, già distribuito in sette Paesi.

LE MUSICISTE CHE SFIDANO LA RUSSIA

Sono circa dieci le artiste che fanno parte del collettivo e, salvo per alcune, la prassi è quella dell’anonimato. Le giovani appaiono infatti rigorosamente con il viso coperto, sia nelle interviste che nelle esibizioni. Le uniche esponenti uscite allo scoperto sono Masha (Marija Alëchina) e Nadya (Nadežda Tolokonnikova) a seguito dell’arresto che è costato loro quadi due anni di reclusione. Un episodio che ha riscontrato opinioni contrastanti, tra chi vedeva la sentenza come un’ingiustizia e chi appoggiava la decisione. In ogni caso, vivendo da detenute, hanno potuto scoprire uno spaccato di realtà crudo e talvolta brutale che ha mosso l’esigenza di mettere in luce le condizioni dei penitenziari femminili. «È essenziale per noi far sapere come sono trattate le donne all’interno del sistema carcerario russo, che si basa su campi di lavoro», ha spiegato Masha, in una intervista telefonica a IoDonna. «Ho visto cento donne vivere insieme nella stessa stanza, lavorare per 12 o 14 ore al giorno, senza pause. I diritti umani là dentro non sono nemmeno considerati, non esistono».

LA PREGHIERA PUNK ANTI-PUTIN

Dopo aver inscenato una preghiera punk anti-Putin nella cattedrale ortodossa di Cristo Salvatore, è scattata l’accusa di teppismo per motivi di odio religioso. Amnesty International attaccò duramente la condanna, sollecitando una riflessione sulla difficile, se non repressa, libertà di espressione in Russia. E il dito è costantemente puntato contro il presidente, colpevole, a detta delle attiviste, di soffocare ogni forma di dissenso. Una critica che si sviscera trasversalmente anche verso la Chiesa, e che Masha, al quotidiano Guardian ha definito come «un gruppo di funzionari ladri, assolutamente ipocriti, che non hanno nulla a che vedere con la morale cristiana». Sono ben chiare insomma le posizioni delle Pussy Riot, che dopo un’amnistia concessa dal governo per alcune detenute (per cui Masha uscì due mesi prima), hanno giudicato l’azione come «strategica» in vista delle Olimpiadi invernali di Sochi, che il gruppo ha tentato di sabotare.

Un membro delle Pussy Riot durante l'invasione di campo alla finale dei Mondiali di Calcio 2018 in Russia.

LE MANIFESTAZIONI FEMMINISTE

L’esperienza di reclusione, raccontata anche nel libro, ha dato vita ad una organizzazione per la tutela dei diritti dei prigionieri, Zona Prava, fondata con la compagna Nadya, e al sito web Mediazona, volto a smascherare la corruzione dell’apparato giudiziario. Nonostante molti artisti si battono contro le istituzioni, l’Europa sembra rimanere estranea a quanto succede, perché, come dice la giovane «ciò che si legge sulle testate di informazione è un concentrato di falsità e fake news». Tra le proteste che hanno avuto più risonanza a livello internazionale, c’è stata l’invasione di campo durante la finale dei Mondiali di Calcio tra Francia e Croazia, che ha visto coinvolto anche l’ex marito di Nadya, Pytor Verzilov punito con 15 giorni di detenzione e il divieto di assistere ad eventi sportivi per tre anni. Se per molti l’atteggiamento delle Pussy Riot può essere definito anarchico, Masha ha preferito considerarsi «punk, termine che sta a indicare un’attitudine verso la vita basata sulla consapevolezza della necessità di porsi sempre domande scomode, e di rivolgerle alle autorità». Uno spirito eversivo, il suo, che già a 15 anni risultava evidente. Dopo aver lavorato in un negozio di videocassette durante l'adolescenza, la trentenne ha infatti scoperto che il suo mondo era molto diverso da quello oltreconfine. «Nelle scuole russe gli studenti non possono fare domande, da lì ho cominciato ad ascoltare musica, roba punk uderground».

ANCHE MADONNE E YOKO ONO LE SOSTENGONO

Il collettivo femminista è diventato un simbolo dell’attivismo politico, comparso sui giornali e sulle Reti di tutto il mondo. E anche molti big della musica si sono schierati a sostegno del gruppo. Madonna, Paul McCartney, Yoko Ono, i Beastie Boys, Patty Smith sono alcuni dei nomi che si sono pronunciati. Un caso diventato internazionale che punta su provocazioni «divertenti» come le definisce la portavoce Masha. Lo scopo è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica, perché la società possa riconoscere pari diritti civili alle donne, agli omosessuali e alla comunità LGBT. Tra i titoli delle canzoni che si scagliano contro il sistema ci sono Police State, Putin Lights Up The Fires, Kill The Sexist. Tutte bandiere di un femminismo asserito senza mezzi termini.

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