11 Ottobre Ott 2019 0820 11 ottobre 2019

Giornata delle bambine: a che punto siamo in fatto di diritti

L'11 ottobre si celebrano le giovani donne, ma la situazione non è positiva. Dalle baby soldatesse alle spose minorenni, per molte l'infanzia rimane un'utopia.

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giornata internazionale bambine 2019

Le nostre vite corrono a velocità supersonica, la tecnologia offre soluzioni per qualsiasi problema ma, in quanto a diritti delle bambine e delle ragazze nel mondo siamo ancora fermi al Medioevo. Dall’aumento delle baby soldatesse e delle piccole schiave sessuali, passando per le minorenni date in sposa dalle famiglie per ovviare alla povertà, la situazione illustrata dai diversi report curati da Unicef e Terre Des Hommes non fa ben sperare. Anzi: restituisce la fotografia agghiacciante di un’infanzia negata che, fin troppo spesso, le istituzioni si prendono la libertà di ignorare. In occasione della Giornata Internazionale dei diritti delle bambine e delle ragazze, proviamo a fare il punto della situazione.

BABY SOLDATESSE IN AUMENTO

Sebbene quello dei bambini soldato sia un fenomeno prettamente maschile, il reclutamento delle bambine e delle ragazze è, purtroppo, un trend in forte crescita. Secondo l’analisi di Child Soldier International, il numero dei piccoli reclutati (senza distinzione di genere) dal 2012 a oggi è aumentato del 159%. Soprattutto in contesti come il Medio Oriente, la Somalia, il Sud Sudan, il Congo e la Repubblica Centrafricana dove andare in guerra non conosce limiti di età né di sesso. Per quanto riguarda le baby soldatesse, disporre di informazioni attendibili non è affatto facile: il fatto che, nella maggior parte dei casi, vengano tenute lontane dal fronte e impiegate in ruoli di supporto è alla base della sempre più rara disponibilità di statistiche ufficiali sulla loro presenza negli eserciti e nelle milizie. Gli ultimi dati, infatti, risalgono al 2017, quando si parlava di 893 casi, più o meno il quadruplo rispetto ai 216 del 2016. In generale, però, si tratta quasi sicuramente di sottostime rispetto a una situazione che le agenzie per la protezione dell’infanzia non riescono a prendere in considerazione con esattezza scientifica. Quel che è certo è che, rispetto ai coetanei maschi, sono sicuramente molto più esposte all’esclusione dai percorsi scolastici e al rischio di subire violenze sessuali. Come testimoniato dalla storia di Mary, riportata da Terre Des Hommes. Una ragazzina che, appena 12enne, è stata rapita assieme alla sorella dai soldati di una delle milizie ribelli del Sud Sudan e, per tre anni, è stata costretta a passare con loro le proprie giornate, cucinando, facendo il bucato, raccogliendo legna e acqua. Fino a quando, grazie a un programma di protezione Unicef, non è riuscita a lasciarsi alle spalle quell’incubo e a ritornare a scuola e a una vita normale, lontana dal timore di poter «incrociare ancora un uomo con la pistola».

IN NIGERIA LE BAMBINE FINISCONO IN PRIGIONE

In quanto a riconoscimento dei diritti, forse, la Nigeria è uno dei Paesi messi peggio. A partire dal 2013, infatti, l’esercito ha arrestato e messo in carcere migliaia di minori sospettati di avere legami con Boko Haram. A denunciare la situazione è stata l’ong Human Rights Watch che, attraverso il report They didn’t know if I was alive or dead, ha fatto luce su periodi di detenzione brutalmente prolungati e arresti avvenuti senza prove e imputazioni formali da parte dei giudici. Un fenomeno che, effettivamente, ha trovato riscontro anche nelle stime delle Nazioni Unite, nelle quali si legge come su 3600 minorenni imprigionati dal 2013 a oggi, ben 1617 siano bambine e ragazze. Che, secondo le informazioni raccolte da HRW, rappresenterebbero più la metà dei minori detenuti a Giwa, il carcere militare preso in esame. Molte di loro, addirittura, sono state due volte vittime: prima dei terroristi di Boko Haram, che le hanno costrette a sposarsi o, addirittura, a diventare kamikaze nei mercati, poi dell’esercito, che le ha spedite in carcere dopo la fuga o la liberazione dai loro primi aguzzini. Le storie raccolte dall’ong offrono uno spaccato tragico: da quella di Rashida, detenuta per nove mesi in una cella affollata dove donne e ragazze erano costrette a convivere in spazi ristretti e senza servizi igienici funzionanti, passando per quella di Halima, che ha visto molte delle sue compagne partorire bambini nati dallo stupro dei soldati, e di Safiya, data in sposa a un comandante del gruppo e costretta, più di una volta a impugnare una pistola e a far esplodere bombe in attacchi suicidi.

IL 23% DELLE VITTIME DELLA TRATTA SONO MINORENNI

Secondo le ultime cifre rese note dall’Unicef nel mese di luglio, in occasione della Giornata Internazionale contro la tratta degli esseri umani, il 23% delle vittime sono proprio bambine e ragazze. Che, nei paesi dell’Unione Europea, vengono coinvolte loro malgrado nelle dinamiche di uno sfruttamento sessuale indiscriminato e che le colpisce in modo sproporzionato rispetto ai coetanei maschi. Ovviamente, non si tratta soltanto di un fenomeno europeo: l’ultimo Rapporto globale sulla tratta degli esseri umani ha evidenziato come il miglioramento dei sistemi di individuazione di schiave sessuali e trafficanti e un incancrenirsi del fenomeno abbiano portato a un terrificante aumento del numero delle vittime. Molte delle quali non ancora 18enni e ingannate dalla promessa di un futuro migliore per sé e per la propria famiglia.

UNA RAGAZZA SU 10 HA SUBITO UNO STUPRO

Secoondo Save the Children, sono 120 milioni ad oggi le ragazze in tutto il mondo, una su 10, che hanno subito stupri o altri atti sessuali forzati e fino al 30% dei minori legati a gruppi armati sono ragazze (utilizzate spesso come schiave sessuali). Dodici milioni di giovani saranno coinvolte in matrimoni precoci entro quest'anno (un matrimonio ogni tre secondi) e solo nel 2019 2,4 milioni di bambine (4 ogni minuto) si sposeranno prima di aver compiuto i 15 anni. Le più vulnerabili sono quelle che vivono in Paesi colpiti da conflitti o altre crisi umanitarie. Nel mondo, più di 1 ragazza su 3 (35%) nella propria vita ha subito violenze fisiche o sessuali dal partner o da altri uomini e tra le ragazze di età compresa tra 14 e 21 anni, il 66% ha subito un'attenzione sessuale o molestie indesiderate in un luogo pubblico. Inoltre, più dell'80% dei minori sposati prima dei 18 anni sono di sesso femminile. Tra oggi e il 2030, scadenza ultima per raggiungere l'Obiettivo globale dell'Onu di porre fine ai matrimoni precoci, 134 milioni di ragazze si sposeranno e 28,1 milioni contrarranno matrimonio prima del loro quindicesimo compleanno. Se tutte le adolescenti del mondo portassero a termine l'istruzione secondaria, sottolinea Save the Children, si potrebbero evitare 51 milioni di matrimoni precoci fino al 2030.

NAILA E CHOMDONNA, LE DUE FACCE DI UN MATRIMONIO PRECOCE

Quello dei matrimoni precoci è un fenomeno che non conosce geografia, un retaggio che insegue, ogni anno, 12 milioni di bambine e ragazze in qualsiasi parte del mondo. E la storia di Naila Amin lo dimostra. Come si legge sul sito del progetto InDifesa, la giovane pakistana cresciuta a New York è stata costretta, a soli 13 anni, a ritornare in Pakistan e a sposare, in un matrimonio combinato dalla famiglia, un uomo di 26 anni. Una storia dove l’amore non ha mai trovato spazio e abusi e violenze hanno condannato Naila a dimenticare il sapore dell’infanzia. Oggi, a 29 anni, è ritornata nella Grande Mela per volontà dei genitori ma senza il marito che non è mai riuscito a raggiungere gli Stati Uniti. È passato molto tempo ma le domande e il dolore rimangono: «Ero così piccola. Perché non sono stati lanciati segnali d’allarme? Chi si è occupato di questa pratica non ha guardato la mia età?». A volte, però, capita che la situazione prenda una piega inaspettata e una giovane sposa riesca a trovare la forza di ribellarsi alle regole. È il caso di Chomdonna, raccolto dalla giornalista Ilaria Sesana per Terre des Hommes. Costretta dai genitori a sposarsi giovanissima per alleggerire il bilancio familiare (pratica frequente nei villaggi poveri del Bangladesh), ha dovuto fare i conti con un’adolescenza spezzata e un marito che la picchiava. E che, in un momento d’ira, ha cacciato lei e la figlia di casa, costringendola a ritornare dai genitori. Fino a quando, la fortuna o il destino, l’hanno portata a lasciare la casa di famiglia, a spostarsi nel villaggio di Chucknagor e a trovare lavoro in uno dei principali impianti tessili della zona. Una chance che le ha regalato uno stipendio con cui mantenersi e l’indipendenza che tanto aveva desiderato ma che, a oggi, non rappresenta la regola. Spesso, infatti, chi osa lasciare i villaggi non rischia solo di diventare una papabile vittima della tratta ma si trova anche a dover sopportare le occhiatacce e i bisbigli di chi la accusa di aver macchiato la reputazione della famiglia.

MARISOL E LA CONQUISTA DI UN FUTURO LONTANO DALLA SCHIAVITÙ DOMESTICA

Tra le storie di InDifesa relative alle minorenni costrette ai lavori forzati, quella di Marisol dà speranza. Nata sulle Ande peruviane da una violenza sessuale, la piccola non ha avuto il tempo né la possibilità di vivere con spensieratezza gli anni da bambina. Mentre le sue coetanee occidentali giocavano con le bambole o sfrecciavano libere in bicicletta, lei veniva portata in città per lavorare come domestica, ricompensata col poco cibo che i padroni di casa le lasciavano e l’opportunità di frequentare una scuola serale. Particolare che l’ha salvata da un destino di schiavitù: grazie all’intervento di una professoressa, infatti, la storia della piccola peruviana ha raggiunto le orecchie dei volontari del Centro Yanapanakusun che, da 20 anni, si occupa di accogliere bambine sfruttate. Alla psicologa del centro, Marisol ha confessato i maltrattamenti subiti, le violenze del patrigno e la tristezza di non riuscire a uscire da una situazione che la opprimeva, ma anche la voglia di continuare a studiare e di lottare per il futuro che aveva sempre sognato. Era il 2012 e, da allora, anche grazie a Terre des Hommes, è riuscita a elaborare i traumi, a ritornare a scuola, a integrarsi con le compagne e a superare, una volta maggiorenne, i test d’accesso per l’università. Ora studia per diventare ostetrica e, tra qualche anno, si dedicherà a prestare sostegno e assistenza alle donne più vulnerabili. Marisol, però è soltanto una delle tante vittime e la sua storia una delle poche eccezioni. Nel rapporto What works for working children: Being effective when tackling child labour si parla di quasi 34 milioni di bambine che, dai 5 ai 14 anni, sono costrette a svolgere lavori domestici per più di 21 ore alla settimana. Di cui, più di 30 mila solo in Perù e nella regione di Cusco, una delle più interessate dal fenomeno.

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