Femminicidio

Femminicidio

10 Ottobre Ott 2019 1728 10 ottobre 2019

Rete delle donne di Alghero: «Combattiamo per Michela Fiori»

L'associazione si è costituita parte civile nel processo per femminicidio contro Marcello Tilloca. Per la prima volta in Sardegna. La presidente: «Riguarda tutte noi». 

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Dentro lui, Marcello Tilloca, l'uomo che il 23 dicembre 2018 ha ucciso Michela Fiori, faccia a faccia coi parenti di lei e col giudice. Fuori un centinaio di persone, sedute davanti all'ingresso del tribunale per invocare giustizia per Michela. La sua famiglia non è sola, con loro c'è tutta la città, a partire dalla Rete delle donne di Alghero, che ha deciso di costituirsi parte civile, prima volta per un'associazione femminista in Sardegna nel contesto di un processo per femminicidio. L'idea, racconta la presidente Speranza Piredda a LetteraDonna, è nata quasi per caso: «Questo femminicidio ha colto tutti di sorpresa, ci ha lasciate attonite. L'amministrazione comunale di allora organizzò per il 25 dicembre, due giorni dopo la morte di Michela Fiori, una manifestazione chiamando a raccolta tutta la cittadinanza. Invitò anche noi come associazione. Ci fu una grande risposta da parte della popolazione».

UN'ASSOCIAZIONE NATA CINQUE ANNI FA

Rete delle donne di Alghero è nata cinque anni fa, per lottare contro la violenza di genere facendo prevenzione nelle scuole e sostenendo le vittime con l'apertura di un centro di ascolto. Il suo coinvolgimento sembrò dunque naturale all'allora sindaco Mario Bruno. «Da quel momento non abbiamo mai smesso di seguire da vicino la vicenda, fino a quando, mentre si iniziava a parlare del processo, una di noi non si è chiesta se non fosse possibile costituirsi parte civile». Era possibile. Le avvocate volontarie che sostengono l'associazione e operano nel centro d'ascolto per le vittime hanno fatto richiesta, insieme a un'altra associazione di Torino. Quest'ultima non è stata ammessa, ma Rete delle donne sì, «perché lavoriamo nel territorio di Alghero e per la nostra specificità».

«IL FEMMINICIDIO NON È UN FATTO PRIVATO»

Per loro, spiega Speranza Piredda, è «il momento di dare più forza e voce alle donne che spesso non ne hanno, che non hanno il coraggio di denunciare. Aiutarle perché prendano coraggio, denuncino già al primo segno di violenza, si salvino». Il femminicidio «non è più una cosa personale, non è un evento che colpisce solo la vittima, la sua famiglia, i suoi amici. Riguarda tutta la città, tutte le donne, e tutte le donne insieme devono farsi forza e dare forza. Il significato del costituirci parte civile nel processo è proprio quello: ci sentiamo offese come donne e vogliamo rappresentare tutte le donne. Se toccano una di noi, stanno toccando tutte noi».

RACCOLTI 100 MILA EURO PER GLI ORFANI

La mattina del 10 ottobre si è tenuta la prima udienza: «Io ero all'interno dell'aula», racconta Piredda. «Fuori abbiamo organizzato un sit-in, coinvolgendo anche altre associazioni che hanno risposto da tutta la Sardegna. In piazza c'erano dalle 50 alle 100 persone». Non solo donne: «Abbiamo ricevuto anche la solidarietà e la partecipazione di uomini». Compreso Mario Bruno, l'ex sindaco che organizzò la manifestazione cittadina a due giorni dal femminicidio, e che si è impegnato promuovendo anche una raccolta di fondi finalizzata a sostenere gli studi e le spese mediche per gli orfani di Michela Fiori. Una racconta fondi che ha già superato i 100 mila euro. «I figli di Michela sono stati adottati da tutta la città», racconta Piredda.

IL PM HA CHIESTO L'ERGASTOLO

Ora il processo con rito abbreviato andrà avanti. Il pm ha chiesto l'ergastolo per Marcello Tilloca e il 24 ottobre ci sarà un'altra udienza. «Noi saremo di nuovo presenti con un nuovo sit-in, e parallelamente continuiamo la nostra attività per la prevenzione, con eventi che coinvolgeranno le scuole in continuità con l'attività iniziata l'anno scorso. Siamo volontarie e questo è un impegno che ci siamo prese cinque anni fa e stiamo portando avanti». Anche un po' stupite di tutto questo clamore mediatico generato dalla loro decisione: «L'abbiamo fatto solo pensando di fare la cosa giusta, che fosse normale, sentivamo di dover essere presenti come associazione che opera in questa città». Accendere i riflettori sulla vicenda e sul tema, però, può essere utile: «Ce ne siamo accorte anche la mattina della prima udienza, vedendo l'interesse delle persone. In molti, poi, hanno sottolineato l'importanza della presenza delle donne che dà più forza a tutti, anche a chi era presente in aula, a partire dalla famiglia. Nessuno più è solo. Le donne non devono più essere sole».

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