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Diritto all'aborto

7 Ottobre Ott 2019 1334 07 ottobre 2019

Perché la battaglia per l'aborto in Irlanda non è ancora finita

Dalla scarsa assistenza medica ai ricatti per dissuaderle dalla scelta di interrompere legalmente la gravidanza, le donne irlandesi non possono ancora accedere a un servizio libero e sicuro. E vengono messe alla gogna.

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Nonostante il pieno riconoscimento del diritto all’aborto (che nella Repubblica d'Irlanda è arrivato il 14 dicembre del 2018, mentre nell'Irlanda del Nord il 24 luglio 2019), la battaglia dei pro-choice non è ancora finita. Sono tante, infatti, le donne che si trovano ancora a fare i conti con l’impossibilità di accedere a una normale interruzione di gravidanza a causa di scarsa fornitura del servizio negli ospedali e nelle cliniche e stringenti limitazioni rispetto alle tempistiche che rendono possibile l’intervento. Ma non è tutto: ad appesantire la situazione anche l’atteggiamento inquisitorio dei pro-life, che continuano a battersi attraverso attività illegali e un’assurda quanto ingiusta campagna di umiliazione pubblica nei confronti di chi sceglie di disporre del proprio corpo come meglio crede. Una denuncia che arriva dal Guardian.

LE DONNE IRLANDESI NON SONO ANCORA LIBERE DI ABORTIRE

Da quando l’interruzione di gravidanza è stata decriminalizzata, ben poco è cambiato nella cattolicissima Irlanda. Anzi. Gli anti-abortisti hanno iniziato a organizzare veri e propri sit-in davanti alle cliniche ostetriche, costringendo le pazienti a farsi strada tra piccole bare (utilizzate al posto di bandiere e cartelli) e slogan ben poco delicati. «Se una donna si reca in ospedale per un intervento di quel genere, non può e non deve essere sottoposta a questo tipo di abuso», ha dichiarato al Guardian Celia Rafferty, manifestante che lotta per la libertà riproduttiva delle donne dal lontano 1983, anno in cui il referendum introdusse quell’ottavo emendamento (oggi abrogato) che rendeva l’aborto illegale, «Non si può parlare di libero accesso all’interruzione di gravidanza se si è costrette ad affrontare barricate inferocite di gente che non perde tempo a puntare il dito». Ed è proprio per questa ragione che, secondo lei, «servirebbero zone franche attorno agli ospedali», dove i manifestanti non hanno accesso. Richiesta che il ministro della Salute, Simon Harris, ha dichiarato di voler prendere in considerazione, mettendo in cantiere una legge che possa garantire a chi sceglie l’aborto di non essere messa alla gogna. Al di là delle parole e delle promesse, tuttavia, non è stato fatto ancora nulla di concreto.

L’OBBLIGO DI SPOSTARSI ALTROVE E DI ATTENERSI A TEMPISTICHE INGANNEVOLI

Se fino a dicembre 2018 quasi nove irlandesi al giorno erano costrette a spostarsi altrove per abortire, oggi queste statistiche sono leggermente cambiate ma il problema sussiste. Ed è stato ingigantito dal fatto che, spesso, il personale ospedaliero tenta di dissuadere le pazienti, ingannandole con tempistiche che non corrispondono alla realtà. Secondo la legge, in Irlanda una donna può abortire legalmente fino alla dodicesima settimana ed è costretta ad attendere tre giorni tra il via libera del medico e l’operazione. Unica eccezione a queste limitazioni è rappresentata da casi certificati di anomalie del feto, condizione che consente un’estensione del termine ma soltanto se i medici sono in grado di dimostrare che il bambino potrebbe morire entro 28 giorni dalla nascita. L’Abortion Support Network ha dichiarato che i limiti di tempo mettono, spesso, in crisi molte donne, arrivando addirittura a impedirne l’operazione. Come nel caso di una delle tante pazienti che, una volta contattata l’associazione, ha raccontato di essersi recata in un consultorio dove le hanno fatto credere di aver ormai oltrepassato le 12 settimane utili quando, invece, era appena arrivata alla nona. Una volta scoperto l’inganno, però, era ormai troppo tardi ed è stata costretta a spostarsi dall’Irlanda all’Inghilterra per cercare aiuto e assistenza.

IL BULLISMO DEI PRO-LIFE

Oggi, in Irlanda, più di 300 medici di base e dieci su 19 cliniche ostetriche garantiscono libero e legale accesso all’aborto. Ma i pro-life stanno tentando in ogni modo di rendere inutilizzabili questi servizi. A febbraio 2019, ad esempio, l’attivista anti-abortista, Eamonn Murphy, ha avuto un’ingiunzione restrittiva per aver messo in piedi un sito web con un dominio quasi identico a quello di My Option, servizio del governo che si occupa di fornire informazioni sull’aborto in Irlanda, mettendo a disposizione anche un centralino in grado di fornire i nomi dei dottori da contattare. Per quanto il sito internet sembrasse prestare il fianco alla causa pro-choice, in realtà il suo vero scopo era ricattare psicologicamente chi aveva pensato di optare per l’aborto o stava pensando di farlo. E non è tutto: si è scoperto che i report delle agenzie che si occupano di monitorare la crisi delle nascite nel Paese non sono stati altro che il frutto di veri e propri abusi, che hanno costretto le donne a sottoporsi a esami medici invasivi e non richiesti o a credere alla possibilità che abortire significasse esporsi al rischio di cancro, morte o instabilità mentale. Una situazione a cui il ministero ha tentato di trovare rimedio imponendo requisiti precisi a chiunque iniziasse a lavorare nei consultori. Tutto per evitare episodi spiacevoli come la fuga di dati riservati, ricatti telefonici di attivisti senza scrupoli che hanno cercato di imporre la propria idea alle pazienti delle cliniche o spregiudicate campagne a sostegno dell’adozione proposta come unico antidoto all’interruzione di gravidanza.

LA SITUAZIONE NELL’IRLANDA DEL NORD

Rispetto alla Repubblica d’Irlanda, quella dell’Irlanda del Nord è una situazione diversa. Il Northern Ireland Executive Formation Bill e i suoi emendamenti (che legalizzano l’aborto in questa parte del Paese), infatti, entreranno in vigore solo se il èparlamento non tornerà operativo entro il 21 ottobre. Nel frattempo, gli attivisti non sono stati con le mani in mano: il 12 settembre, infatti, hanno preso parte alla Rally for Choice a Belfast, rinnovando la richiesta di accedere a un'assistenza abortiva gratuita, sicura e legale. Battaglia che, il 3 ottobre, è stata avvalorata anche dalla Corte Suprema che ha definito le leggi anti-abortiste dell’Irlanda del Nord come una grave violazione dell’impegno che il Regno Unito ha sempre dimostrato di avere in fatto di tutela dei diritti umani.

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