25 Settembre Set 2019 1809 25 settembre 2019

Criticare la camicia attillata di Ivanka Trump non è sessista

È intervenuta alle Nazioni Unite senza reggiseno e con i capezzoli in vista. Un outfit semplicemente non consono al luogo istituzionale in cui si trovava. Gridare continuamente al body shaming svilirà la battaglia.

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Ivanka Trump Capezzoli Nazioni Unite

Le immagini di Ivanka Trump all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite stanno facendo il giro del mondo, al pari dello sguardo truce lanciato da Greta a suo padre Donald. Merito, o meglio colpa, dei capezzoli messi inesorabilmente in evidenza dalla camicetta di seta che ha indossato per l’occasione. Se da una parte c’è chi l’ha criticata per la mise scelta, tanti altri invece l’hanno difesa a spada tratta dal body shaming e dal sessismo del web. Peccato che le reazioni al look di Ivanka non siano niente di tutto questo, e che nessuno abbia puntato il dito contro di lei in quanto rea di essere donna e avere i capezzoli.

Secondo la Treccani, il body shaming è «il fatto di deridere qualcuno per il suo aspetto fisico». Altezza, peso, strabismo, calvizie, gobba del naso, denti storti, peluria, disturbi cutanei: ecco, sono tanti gli aspetti che possono rientrare nel calderone del body shaming. E qui nessuno, ma proprio nessuno, sta deridendo Ivanka per il suo aspetto fisico. Stiamo parlando di una bella donna, che si è certo aiutata con qualche ritocco, sicuramente non rovinando la sua immagine. C’è sessismo? Beh, se suo padre Donald (preso notoriamente in giro per la sua capigliatura) si fosse presentato alle Nazioni Unite con i fuseaux e gli attributi in evidenza, avrebbe fatto allo stesso modo il giro dei social.

Il fatto è che, molto semplicemente, volenti o nolenti ogni occasione prevede un dress code. E le immagini di Ivanka sono diventate virali perché la stessa Ivanka, maestra di stile ed eleganza, questa volta ha toppato l’outfit. Passi per la gonna bianca decorata da rose gialle in 3D, ma quella camicetta celeste di seta era davvero troppo aderente e sottile, considerate le sue forme ‘importanti’ e la scelta di non indossare il reggiseno (e se c’era, non era proprio quello giusto).

Il popolo del web ha così esercitato il proprio diritto di critica. E di ironia. «Perché Ivanka e Melania insistono nel mostrare i loro capezzoli?», «Significa questo potere alle donne?» da una parte, «Avere i capezzoli non è reato», «Le donne dovrebbero sempre usare dei copricapezzoli per assicurarsi di non mostrarli involontariamente?» dall’altra. Sono solo alcuni esempi di commenti antitetici che si possono leggere su Twitter. C’è poi chi ha scelto l’ironia, osservando come alle Nazioni Unite avessero esagerato con l'aria condizionata o suggerendo che sia stato semplicemente l'effetto di un’accoglienza particolarmente fredda.

Questo ci dà l’opportunità per riflettere a proposito di un paio di episodi simili, per certi versi. Il primo riguarda Carola Rackete, criticata aspramente perché non aveva indossato il reggiseno in Procura. Certo, avrebbe potuto (non sarebbe stato un grande sforzo). Ma, ecco, non stava esattamente andando alle Nazioni Unite e non aveva nemmeno un vasto guardaroba a cui attingere, inoltre in quel caso i toni erano stati decisamente più aspri, all’interno di un dibattito che (da un lato) la stava dipingendo come il nemico pubblico numero uno, facendo leva su rasta, fede comunista e, appunto, capezzoli in evidenza. C’è poi il caso di Teresa Bellanova, criticata per il look scelto per il giuramento da ministra: quello sì è stato body shaming, perché il suo abito poteva essere più o meno indovinato, ma sottolineature come l’infelice «Halloween?» espressa da Daniele Capezzone, portava tutto inesorabilmente verso quella direzione. Insomma, per quanto LetteraDonna sia da sempre attenta a certe tematiche e ovviamente contraria a sessimo e body shaming, gridare sempre «Al lupo! Al lupo!» è controproducente, perché quando poi il lupo ci sarà davvero, non ci crederà nessuno.

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