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Diritto all'aborto

25 Settembre Set 2019 1627 25 settembre 2019

Come viene trattata una donna disabile che decide di abortire

L'australiana Nicole Lee ha affidato a un articolo pubblicato su Quartz la sua dolorosa storia. E ha ribadito l'urgenza di abbattere lo stigma attorno alla maternità delle persone diversamente abili.

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Quando una donna decide di abortire, desta nelle persone che la circondano reazioni diverse. C’è chi prova a capire le ragioni della sua decisione, accompagnandola nel percorso con delicatezza e discrezione. E c’è chi invece la mette in discussione, tentando in ogni modo di convincerla a desistere o, peggio, spingendola a sentirsi in colpa davanti a una scelta già molto complessa. Quando però, a interrompere la gravidanza è una donna con disabilità, smettono di esistere tanto lo sdegno quanto l’empatia e l’aborto sembra quasi diventare, nella mentalità comune, un passaggio obbligato e necessario. Proprio come ha raccontato l’australiana Nicole Lee, costretta su una sedia a rotelle da una lesione al midollo spinale, in un pezzo per il sito online Quartz, ripreso e tradotto da IVG, ho abortito e sto benissimo, blog italiano che supporta l'interruzione volontaria di gravidanza e la libera scelta delle donne.

LA STORIA DI NICOLE

Nicole Lee aveva solo 22 anni quando ha deciso di rivolgersi a una clinica per abortire. E, nonostante fosse cosciente e consapevole di quanto sarebbe stato difficile portare avanti quella scelta, non si sarebbe certo aspettata il trattamento che ha ricevuto da chi, invece, avrebbe dovuto avere il dovere (e il cuore) di assisterla. «Mi aspettavo che mi venissero offerti dei consigli, di essere trattata con empatia e preoccupazione», ha raccontato, «Stranamente, però, nessuno ha battuto ciglio. Nessuna consulenza, niente domande. E, in più, nessuno mi ha mai offerto supporto dopo l’intervento». Un atteggiamento che secondo lei non è stato innescato da nient'altro se non dalla convinzione comune per cui le donne disabili non sarebbero tagliate per la maternità viste le loro condizioni di salute: «Come donna disabile, la mia scelta di mettere fine alla gravidanza è stata vista dal mondo esterno come la decisione più giusta. Una visione che deriva dalle paure legate alla trasmissione di disturbi genetici e che ha le sue radici nell’eugenetica. Oppure potrebbe derivare dalle inconsapevolmente negative visioni che circondano il nostro corpo e la nostra capacità di far fronte alla maternità. In altre parole: la gente sembra pensare che essere incinta sarebbe stato troppo difficile per me». Uno stigma che non avrebbe dovuto in alcun modo portare a negare alla ragazza l’appoggio di cui aveva bisogno, lasciandola sola e in balìa di un trauma emotivo non indifferente: «Mi sentivo sola e confusa. Ci ripenso ora e mi rendo conto di quanto non fossi supportata rispetto alle altre donne non disabili della clinica. Il mio aborto è stato visto come semplice e senza emozioni», ha spiegato. «Mi è sembrato quasi che la mia scelta non fosse così difficile come quella delle altre pazienti attorno a me. Nessuna parola gentile dalle infermiere, nessun check-in. Niente. Silenzio assoluto». È stata proprio questa rabbia, mai completamente digerita nonostante gli anni, che ha spinto Nicole a dare voce al suo disagio attraverso un tweet, tentando di far capire al mondo quanto fosse sbagliato normalizzare la credenza secondo cui, per una donna disabile, abortire sarebbe l’unica e sola scelta possibile davanti alla possibilità di dare alla luce un bambino e diventare madre.

L’IMPORTANZA DI SCONFESSARE LO STIGMA ATTORNO ALLA MATERNITÀ

Il tweet di Nicole voleva, soprattutto, invitare il movimento femminista a riflettere su quanto sia importante battersi, oltre che per istanze come il diritto all’aborto, anche per un più adeguato trattamento della maternità nelle donne disabili: «Quando leggiamo il motto ‘il suo corpo, la sua scelta’, voglio che le donne sappiano chiaramente che le nostre scelte sui nostri corpi vengono regolarmente interrogate e negate». Una battaglia questa che l’australiana ha vissuto (e continua a vivere) sulla sua pelle da più di 20 anni e su cui, da tempo, molte altre disabili hanno tentato di far luce, contrastando gli abusi subìti dalle persone più vicine, dai partner ai medici che, senza alcun riguardo, ne hanno «sezionato, spogliato, messo in dubbio e in discussione la maternità». Perché non è bello vivere il percorso verso la genitorialità tra i dubbi e i giudizi di chi reputa che le proprie condizioni fisiche non collimino con la possibilità di diventare mamma: «Qualche anno dopo l’aborto, ero pronta per avere il mio secondo figlio. Pensavo di essermi lasciata alle spalle tutti i giudizi negativi, d’altronde avevo dato alla luce il mio primo bambino a soli 18 anni e avevo dato prova della mia competenza come genitore nonostante la disabilità. Ero felice, sono nata per fare la madre e, in più, la mia famiglia mi supportava in pieno. Il mondo esterno, però, non la pensava come me». E quella che aveva tutti i presupposti per essere una bella notizia, si è trasformata nel capro espiatorio perfetto per chi ha provato in ogni modo a dissuaderla dalla scelta di tenere il figlio che tanto aveva desiderato: «La mia decisione non è stata accolta a braccia aperte da tutti. Mi venivano poste domande del tipo ‘Come hai intenzione di far fronte alla gravidanza?’ o ‘Come hai intenzione di prenderti cura di un neonato?’. La cosa mi faceva male, mi terrorizzava. Venivo trattata in maniera diversa da come venivano trattate le altre donne, da come era stata trattata mia sorella: non sono stata inondata di congratulazioni dai commessi quando ho fatto acquisti. Le persone al di fuori della mia famiglia e della mia cerchia di amici non erano in grado di andare oltre la mia condizione di persona diversamente abile».

L’INCLUSIONE COME ARMA PER FAR VALERE I PROPRI DIRITTI

Raccontare apertamente la sua storia ha consentito a Nicole di rilanciare la necessità e l’urgenza di migliorare la consapevolezza che il mondo ha dei diritti riproduttivi delle donne disabili. Che, in casi di gran lunga meno fortunati rispetto al suo, si trovano costrette a sottoporsi a trattamenti di sterilizzazione o a interrompere la gravidanza contro il proprio volere. Abbattere le barriere, sconfessare i pregiudizi è fondamentale e non può che partire da una maggiore inclusione delle storie delle donne diversamente abili nelle politiche nazionali e nei programmi di attiviste e movimenti: «Chiedo di non escluderci dalle conversazioni. Di prestare attenzione alle nostre voci. Di farci spazio. E di darci una mano quando tentiamo, in ogni modo, di contrastare la discriminazione che, da anni, ci ferisce».

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