20 Settembre Set 2019 1807 20 settembre 2019

Peggy Guggenheim in mostra a Venezia con 'L'ultima dogaressa'

La collezionista americana fu una figura rivoluzionaria: «Fece tutto ciò che desiderava quando per le donne questa non era la prassi. Ha osato osare». Ce la racconta sua nipote Karol Vail.

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Peggy Guggenheim Lultima Dogaressa

Photo Roloff Beny / courtesy of Archives and National Archives of Canada.

«Uno spirito libero e anticonformista». Così Karol Vail definisce sua nonna Peggy Guggenheim, a cui è dedicata la mostra Peggy Guggenheim. L’ultima Dogaressa, aperta alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia (Dorsoduro, 701) dal 21 settembre e visitabile fino al 27 gennaio 2020, dedicata alla vita veneziana della celebre collezionista americana. Non a caso l’esposizione, centrata sul collezionismo post 1948 di Peggy, rende omaggio fin nel titolo all’appellativo con cui la mecenate statunitense veniva affettuosamente chiamata dai veneziani stessi. «Peggy», racconta la Vail, «venne a Venezia con mio nonno Lawrence Vail: amava la luce della città e il fatto che ti ci puoi perdere camminando. Venezia ed i veneziani inizialmente guardarono con un po’ di sospetto questa eccentrica americana, ma poi ne furono sedotti. Più che la dogaressa moglie del Doge, Peggy in vita fu il Doge dell’arte contemporanea: dettava legge e le mode, consapevole del suo valore e del suo ruolo». Anche per questo sono in molti a considerare l’eccentrica collezionista, soprannominata dalla scrittrice Djuna Barnes «la bisbetica infelice», come un vero e proprio simbolo dell’emancipazione femminile. «A 40 anni dalla sua morte resta una figura rivoluzionaria», conferma la Vail «Fece tutto ciò che desiderava quando per le donne questa non era la prassi. Ha osato osare».

DOMANDA. Era una donna fuori dagli schemi?
RISPOSTA. Peggy è stata una figura cardine per il collezionismo del XX secolo, avendo puntato su scelte artistiche sempre originali ed assolutamente non scontate. In questo senso credo sia stata, e sia tutt’oggi, un esempio per i collezionisti del XXI secolo, che come lei amano scommettere anche su talenti emergenti. È stata una donna molto determinata, rivoluzionaria, che non solo è andata contro le convenzioni sociali borghesi, ma le ha scardinate. Una che con le sue scelte ha lasciato un segno indelebile nella storia dell’arte del Novecento.

Cosa rende questa mostra imperdibile?
Quest’anno il museo celebra un doppio anniversario: i 70 anni dal trasferimento a Palazzo Venier dei Leoni di Peggy Guggenheim e dalla prima mostra qui realizzata, e i 40 anni dalla sua scomparsa. Ho ritenuto necessario realizzare questa mostra per coronare questo 2019. Dopo New York, Parigi, Londra, Peggy scelse Venezia come sua città, e Peggy Guggenheim. L’ultima Dogaressa intende proprio ripercorrere mostre ed eventi che hanno segnato quei trent’anni trascorsi in laguna, dal 1948 al 1979, rivelatisi poi autentiche pietre miliari nella storia dell’arte del XX secolo.

In mostra ci saranno anche le due artiste astratte Grace Hartigan e Irene Rice Pereira. Quale fu il contributo di Peggy al sostegno dell’arte delle donne?
Oltre a finanziare molte donne artiste, riconoscendo dunque un valore economico allo spessore intellettuale di queste figure, diede loro anche visibilità attraverso tante mostre. Ricordo numerose donne che furono supportate da Peggy. Fu Guggenheim a finanziare la carriera di Berenice Abbott, Djuna Barnes e Emma Goldman. Ed ancora, nel 1938, Guggenheim invitò la pittrice surrealista danese Rita Kernn-Larsen a esporre nella sua prima galleria, Guggenheim Jeune, a Londra. Kernn-Larsen divenne la prima artista surrealista ad essere esposta da Peggy. Questa mostra segnò una tappa fondamentale nella crescita personale di entrambe le donne: il culmine della carriera artistica di Kernn-Larsen e l’inizio del mecenatismo di Peggy per il Surrealismo.

Karol Vail.

Il Surrealismo: un movimento artistico che ha espresso un rapporto ambiguo rispetto alle figure di donne rappresentate…
Nella concezione del mondo surrealista, la donna nelle sue varie declinazioni - sia essa femme-enfant o femme-sorcière, sirena, vampiro o sfinge - viene percepita come una sorta di strumento d’accesso alla sfera irrazionale. Per quanto la donna potesse incarnare una musa ispiratrice, un elemento imprescindibile nella creazione di un’opera d’arte, è forse proprio la parola ‘strumento’ a cui Peggy Guggenheim si sarebbe opposta. La donna rimane infatti relegata ad una concezione di essa come oggetto erotico, negandole la possibilità di un’identità creativa. Che fosse vergine o predatrice, i Surrealisti non sembravano concepire la possibilità di un confronto di identità alla pari tra uomo e donna, segregando quest’ultima nel ruolo di colei che può fondamentalmente soddisfare una determinata esigenza estetica.

Dunque Peggy era critica rispetto alla visione delle donne espressa dal Surrealismo?
Durante una conversazione con Marcel Duchamp, Peggy manifestò all’amico la sua opposizione alla tendenza surrealista di vedere la donna come pura e semplice musa e/o modella. In tutta risposta, Duchamp propose a Peggy di dedicare una mostra interamente a donne artiste, da cui nel 1943 nacque la mostra 31 Women. Credo si possa dire che Peggy cercasse di riappropriarsi di un’identità femminile da tempo negata, di dare alle donne un ruolo nuovo. Libera da qualunque ottuso moralismo, tentò di riscattare la donna dalla castrazione a cui era soggetta da secoli, sia supportando la creatività di tante donne che esprimendo la propria libertà e vitalità nei suoi rapporti umani.

Cosa significò la mostra 31 Women per l’emancipazione delle donne artiste e della figura femminile in genere?
Può essere compresa, ad oggi, come impeto e catalizzatore di un fondamentale processo di riconoscimento del valore culturale di molte donne artiste, che è tutt’ora in svolgimento. Negli Anni ’40 a New York nel mondo dell’arte la donna era concepita meramente come amante o modella, mai come artista. Il pensiero dominante ed ormai radicato era che le donne potessero tutt’al più avere delle intuizioni in tema di decorazione. E Guggenheim, attraverso 31 Women volle testimoniare che la creatività delle donne non era affatto da circoscrivere a tale ambito. Nel contesto di una scena artistica in cui regnava un Espressionismo astratto esclusivamente maschile, che annullava rigidamente l’identità femminile, 31 Women creò le condizioni per un’inversione di rotta.

Fu un’esperienza che precorse i tempi…
Preparò il terreno per il successo di donne artiste nei decenni successivi, come affermato dalle artiste Hedda Sterne e Buffie Johnson, alle quali questa mostra permise una carriera nelle arti. L'attenzione ottenuta da 31 Women rese possibile una seconda mostra chiamata The Women nel 1945, sempre curata da Peggy. Con questa mostra, Guggenheim dimostrò il suo coinvolgimento nella promozione di artiste giovani e relativamente sconosciute, come furono ai tempi Lee Krasner, Louise Bourgeois e Virginia Admiral, artiste a cui oggi accreditiamo notevole talento.

Che nonna era Peggy?
Non convenzionale. Delle estati trascorse a Palazzo Venier dei Leoni ricordo senz’altro i giri sulla sua gondola; Peggy è stata tra gli ultimi veneziani a possederne una privata. Mi portava a conoscere Tiepolo, ma anche Bellini e Carpaccio, erano tra i tanti maestri veneti che mi incoraggiava a conoscere, visitando le innumerevoli chiese e Scuole che ad oggi ne conservano ancora i capolavori. E poi ricordo i pranzi e le cene, semplici ed intimi, consumati nella sala da pranzo tra i capolavori cubisti di Picasso e Braque.

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