18 Settembre Set 2019 1345 18 settembre 2019

Perché il tentato omicida di Lucia Panigalli è libero

Condannato a otto anni per aver provato a ucciderla, l'ex compagno della donna ha cercato di eliminarla anche dal carcere. Eppure oggi vive a pochi km da lei. 

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Lucia Panigalli è una donna che vive, o forse sarebbe meglio dire sopravvive, nel terrore. «È come essere una malata terminale, mi aspetto di morire da un giorno all'altro», ha raccontato ai giornali. È così da quando lo scorso 29 luglio il suo ex compagno Mauro Fabbri, che aveva tentato di ucciderla, è uscito dal carcere di Ferrara ed è tornato ad abitare a pochi chilometri da casa sua. Lui è in libertà vigilata, lei vive sotto scorta, praticamente in gabbia. A rendere ancor più terribile la vicenda, il fatto che l’uomo abbia tentato di ucciderla un’altra volta e che la cosa, per così dire, sia passata in cavalleria. Ma facciamo qualche passo indietro.

«TI UCCIDO», POI LE COLTELLATE

Tutto inizia nel 2010, quando Lucia Panigalli, divorziata da anni e operaia in una fabbrica tessile, conosce Mauro Fabbri in una balera di San Pietro in Casale. Lui è un imprenditore agricolo, taciturno ma educato e gentile. Una persona perbene, almeno durante la loro relazione che, nata tra un liscio e l’altro, va avanti per 15 mesi. Quando Lucia lo lascia, e dopo due settimane di insistenze per tornare insieme, Mauro diventa «una belva», come racconterà la donna (che è quasi stata umiliata dall'intervista di Bruno Vespa a Porta a Porta). Un giorno si presenta sotto casa Panigalli con passamontagna, guanti di lattice e coltello. «Ti uccido», le sussurra, prima di prenderla per i capelli, sbatterle la testa sul selciato, prenderla a calci con le scarpe da lavoro con punta di ferro. E di accoltellarla, soprattutto. «Colpiva alla cieca, mentre mi dimenavo, cercavo di difendermi. Ho sentito la lama in bocca», ricorderà Lucia, che sopravvive all’attacco e, dopo cinque processi, riesce ad avere giustizia (nei limiti del possibile): Fabbri viene condannato a otto anni e quattro mesi di carcere per tentato omicidio, pena poi accorciata grazie alla buona condotta. Ma durante la sua permanenza in carcere, Fabbri paga 25 mila euro, più un trattore e un'auto, affinché il suo compagno di cella, un bulgaro di nome Radev Stanyo Dobrev, organizzi il femminicidio che a lui non è riuscito, mascherandolo da rapina in villa finita male. Un secondo tentato omicidio, insomma, archiviato come ‘quasi delitto’ in base all’articolo 115 del codice penale, secondo cui «qualora due o più persone si accordino allo scopo di commettere un reato, e questo non sia commesso, nessuna di esse è punibile per il solo fatto dell'accordo». E così, ora la povera Lucia gira con lo spray al peperoncino, esce con gli occhiali da sole per ridurre i danni in caso di attacco con l’acido, vive sotto scorta comunicando ogni suo movimento con un’ora di anticipo ai carabinieri. «Mi manca il futuro, vivo senza la possibilità di condividere il tempo con gli altri esseri umani», ha detto, raccontando una vita che non è vita.

LE INTERCETTAZIONI IN CARCERE

«C’erano dubbi sulla reale intenzione da parte di Dobrev, che aveva ricevuto da Fabbri l’incarico di far uccidere Lucia Panigalli», spiega a LetteraDonna Eugenio Gallerani, l’avvocato della vittima designata: «Era stato lui il primo a rivolgersi al magistrato di sorveglianza per denunciare l’accaduto e sentito poi dal pm aveva confermato la circostanza». A quel punto, spiega il legale, «la procura ha deciso di sottoporre i compagni di cella Fabbri e Dobrev a intercettazioni ambientali», dalle quali è emerso come in effetti si stessero accordando sulle modalità dell’omicidio. Nelle intercettazioni, ad esempio, i due ci sono riferimenti a «sopralluoghi effettuati e a una persona proveniente dall’estero, che si sarebbe occupata della cosa». Come spiega Gallerani, sono stati proprio questi elementi, paradossalmente, a salvare Fabbri da una seconda condanna: «A un certo punto la procura, temendo che succedesse l’irreparabile, ha inviato a tutte le persone coinvolte un’informazione di garanzia, bloccando tutto», una scelta prudente «che ha consentito alla difesa di Fabbri di sostenere che, nonostante il bulgaro fosse stato pagato con un assegno recapitato a un parente, non ci fossero elementi per ammettere che fosse davvero disposto a uccidere Lucia Panigalli».

OCCORRE CAMBIARE LA LEGGE

Insomma, Mauro Fabbri voleva l’ex compagna morta. Ha chiesto a una persona di occuparsene e l’ha persino pagata. Ma questo non basta per una condanna di tentato omicidio. «In assenza di elementi concreti dell’effettivo attivarsi per commettere il delitto, il giudice ha ritenuto che si trattasse di istigazione all’omicidio non accolta», spiega Gallerani: «In quanto persona pericolosa, per Fabbri è stata così disposta la misura di sicurezza della libertà vigilata, prevista dall’articolo 115 del codice penale». Lucia Panigalli, che vive barricata in casa nel terrore, mentre l’uomo che la vuole morta può uscire durante il giorno e dormire serenamente nel proprio letto di notte, ha depositato una proposta di legge in Senato, proprio con lo scopo di modificare l’articolo 115: «Sarebbe sensato prevedere la punibilità del committente, quando quest’ultimo ha esaurito tutto ciò che doveva fare», spiega il legale: «Fabbri si era accordato con il killer, aveva versato denaro, aveva persino dato consigli al bulgaro su come mascherare l’omicidio. Erano ai dettagli. La sua attività era conclusa». E a quel punto la palla sarebbe passata a Dobrev.

IL RUOLO DEL BULGARO

In questa vicenda, molto ruota attorno alla figura di Dobrev, «la cui situazione è obiettivamente ambigua». Come sottolinea Gallerani, la storia di Lucia Panigalli è tra l’altro tornata sotto i riflettori proprio perché è iniziato il processo per tentato omicidio nei confronti dell’ex compagno di cella di Fabbri: «Non ha optato per riti alternativi, dunque sono state acquisite le intercettazioni ambientali. Ritengo però difficile venga ritenuto colpevole, vista l’assoluzione del committente». Dopo le udienze di inizio settembre, l’appuntamento in tribunale è fissato per il 18 dicembre: «Sentiremo cosa ha da dire Dobrev. Quel che è certo è che stiamo parlando di un processo anomalo e di una vicenda unica». Nel frattempo, Lucia Panigalli «vive sapendo che, dopo ciò che le ha fatto, quella persona ha tramato la sua morte anche in carcere», spiega il suo avvocato: «Non sa se questa idea gli passerà o no. E si domanda: ‘Come posso stare tranquilla?». La risposta è che, purtroppo, non può.

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