10 Settembre Set 2019 1717 10 settembre 2019

È morta l'attivista iraniana che protestava contro lo gli stadi vietati alle donne

Condannata per oltraggio al pudore, dopo essersi data fuoco Sahar Khodayari ha perso la vita nella lotta contro il divieto che allontana le tifose dagli stadi. E che, nonostante le aperture, il Paese non vuole abolire.

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Sahar Khodayari non voleva accontentarsi di guardare le partite della sua squadra del cuore nella solitudine della sua casa. Desiderava vivere l’emozione del gol dagli spalti, tra le luci dello stadio, circondata dalle urla e dagli striscioni colorati dei tifosi. Ma il Paese in cui era nata non glielo permetteva. Ed è stato proprio lottando per questo diritto negato che ha perso la vita, scegliendo di darsi fuoco in segno di protesta.

LA STORIA DI SAHAR

La battaglia della 29enne iraniana è iniziata il 12 marzo 2019 quando, travestita da uomo, si era recata allo stadio Azadi per assistere al match in cui la sua squadra, l’Esteghlal, avrebbe affrontato l’Al Ain, team degli Emirati Arabi Uniti. In barba al divieto che, in Iran, proibisce alle donne l’accesso agli impianti sportivi, si era fatta un selfie in ricordo di quel giorno storico e lo aveva inviato alla sorella, per condividere con lei la gioia di quel momento. Leggerezza che non le è stata perdonata e che ha fatto sì che le autorità la riconoscessero e la arrestassero, infliggendole duri giorni di detenzione nel carcere femminile di Gharchak Varamin, uno tra i peggiori in termini di condizioni di vita e rispetto della persona. Era soltanto il primo tassello di una lotta che avrebbe pagato con la vita. Agli inizi di settembre, infatti, Sahar aveva dovuto fare i conti con una condanna a 6 mesi di reclusione per oltraggio al pudore, verdetto a cui aveva risposto dandosi fuoco. E provocandosi ustioni di terzo grado e ferite alle quali non è riuscita a sopravvivere.

IL CASO HA RIACCESO LE POLEMICHE

La morte di Sahar Khodayari ha rinfocolato il dibattito del Paese sull’anacronistico divieto firmato nel 1981, occasionalmente allentato su pressione della Fifa ma ancora in vigore. In sostegno della 29enne, nota in Rete come “blue girl” (soprannome ispirato ai colori dell’Esteghlal e diventato anche un hashtag), e di tutte quelle donne che, travestendosi da uomo, postando fotografie sui social media o manifestando davanti agli stadi, hanno protestato contro quest’imposizione, la deputata Parvaneh Salahshouri ha lanciato una serie di appelli contro la discriminazione delle donne nella Repubblica Islamica. Ma non solo: il capitano e attivista della nazionale calcistica iraniana, Masoud Shojaei, si è fatto sentire, condannando duramente «il retaggio medievale che tiene le donne fuori dagli stadi e crea conseguenze drammatiche». Sul piede di guerra anche Human Rights Watch che, in un comunicato di poco successivo alla notizia della morte di Sahar, ha sottolineato come il divieto, pur non essendo formalmente una legge, «viene imposto dalle autorità iraniane come se fosse legittimo, violando le regole e ledendo gravemente i diritti umani». Non sono mancate dure accuse nei confronti della FIFA e dell’eccessivo lassismo mostrato nell’affrontare la questione, senza mai spingersi a punire davvero la sovversione del Paese rispetto agli inviti (ben poco accolti) a cambiare la situazione e ad allentare la stretta di una misura ormai diventata paradossale rispetto al cambio di rotta, almeno apparente, che il presidente Rouhani aveva annunciato di voler predisporre.

LE REAZIONI

Diffusa la notizia, sui social sono stati migliaia i tweet e i messaggi di sdegno e dolore ma, molti di più, quelli che hanno voluto ricordare il coraggio mostrato da Sahar. L’Esteghlal, in un comunicato ufficiale, ha espresso la propria vicinanza alla famiglia mentre, dall’Italia, il primo commento alla vicenda è stato quello di Valeria Fedeli, senatrice Pd e capogruppo in Commissione Diritti Umani: «Una vicenda che ci impone di continuare a fare pressione contro le discriminazioni di genere e di farlo in tutte le sedi internazionali, assieme a tutti i soggetti che possono esercitare un’influenza in quelle aree del mondo dove non sono riconosciuti e tutelati i diritti fondamentali e la libertà delle persone».

UN DIVIETO, POCHE APERTURE

Imposto sulla scorta della rivoluzione islamica del 1979 guidata dall’ayatollah Khomeini, su spinta dei religiosi che sostenevano che le donne dovessero essere tutelate dall’atmosfera maschile e dalla vista di uomini semi-vestiti, il divieto ha conosciuto aperture soltanto per eventi di grossa portata, dove l’Iran ha scelto di voler mostrare la migliore immagine di sé. Come, ad esempio, i mondiali di Russia 2018, dove le donne sono andate in trasferta a seguire la nazionale o, a novembre 2018, per la finale di Champions League Asiatica, in occasione della quale era stato predisposto, per le donne con invito, un intero settore dello stadio. Nonostante queste eccezioni, in realtà, poco o nulla è davvero cambiato e, agli inizi di ottobre 2018, il procuratore generale del Paese ha dichiarato di essere assolutamente contrario al permesso accordato alle tifose di assistere alle partite, convinto che tutta questa libertà le avrebbe, irrimediabilmente, condotte al peccato.

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