10 Settembre Set 2019 1316 10 settembre 2019

Il discorso di Conte: un minuto per le donne con le parole sbagliate

Per esempio, nella manciata di secondi dedicati alla parità di genere, come non notare lo scivolone di aver usato la parola «omaggio», dicendo che il Governo intende approvare una legge che imponga la parità salariale? Non vogliamo elemosina, ma pari diritti.

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Lo ammetto: ho molte cose da rimproverare al Professor Conte-prima versione e sarò tra quelle persone che prima di credere nella redenzione dovra fare psicoterapia per cancellare l’immagine della sua foto con Salvini accanto e i cartelli con la scritta «Decreto sicurezza». Detto questo, il discorso di lunedì un merito innegabile lo ha avuto, riportando la discussione politica sul piano della civiltà e del rispetto delle Istituzioni. L’idea che possiamo risparmiarci uno che dagli scranni, magari col crocefisso in mano, dica «datemi pieni poteri» ha sicuramente reso l’aria nuovamente respirabile per molti di noi.

Non per questo, però, cederò alla tentazione di una valutazione meno severa delle parole del presidente incaricato sui temi cari alle donne. E ho detto «cari alle donne», non «delle donne»: Lo sottolineo perché dobbiamo continuare tutti a ripeterci compulsivamente che le questioni dove le donne sono penalizzate non rappresentano solo un ostacolo alla libertà femminile, ma sono un danno reale a tutta la società.

Sono certa che questo il premier lo sappia bene, ma nel minutino dedicato alla parità di genere lo scivolone di aver usato la parola «omaggio», dicendo che il Governo intende approvare una legge che imponga la parità salariale, piccolo non è. Con quella parola, per me profondamente irritante, Conte ci offre simbolicamente proprio quello che molti politici hanno praticato per anni: elemosine, concessioni, piccoli premi che sarebbe stato più onorevole per le donne avere con i punti del supermercato. Sottigliezze da femminista puntuta, direte voi: no, altro che. Provate ad andare a dire ad un vostro dipendente: «Caro, oggi ti faccio l’omaggio di pagarti quanto la tua collega parigrado femmina». Poi vedete se reagisce con eleganza.

Oltretutto un minimo approfondimento su questo tema testimonia l’assurdità della situazione che, non a caso, sta sollevando proteste in tutto il mondo. Il gap gender nelle retribuzioni in Italia è così lento a diminuire che ci vorranno 108 anni per colmare la differenza. In pratica al momento le donne lavorano un mese e mezzo gratis: un gap di 2.700 euro lordi. Siamo al 17° posto su 24 Nazioni secondo Eurostat per ampiezza del gender pay gap nel settore privato. Per non parlare poi delle posizioni apicali nelle quali le donne dirigenti sono ferme al 32%. Non vi sfuggirà che con questa situazione, anticostituzionale e anti-decenza, la parola «omaggio» risulta veramente infelice

Oltre questo, Conte ha poi toccato altre questioni, citando il contrasto alla violenza di genere, l’inasprimento delle pene per i reati di stupro, di lotta alle discriminazioni per garantire anche un accesso paritario al lavoro e infine della volontà di rendere gratuiti gli asili nido, come primo passo per sostenere i tempi di conciliazione necessari alle donne per lo squilibrio endemico dei carichi del lavoro di cura.

Cosa c’è di sbagliato nell’approccio di Conte a questi temi? Tre cose. La prima, cui ho già accennato prima: mi aspetto che un Presidente del Consiglio faccia capire che questi punti non sono a beneficio delle donne, ma della società intera. Mi aspetto che dica che la libertà e i diritti delle donne sono il vero paramentro di civiltà di un Paese. Mi aspetto che dica che tutti gli economisti del mondo affermano che l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro e nelle posizioni apicali, è fondamentale per la crescita dei Paesi. Mi aspetto che dica la parità salariale è un diritto sacrosanto e che non praticarlo è una vergona per ogni governo.

Secondo punto: a mio parere Conte cede alla naturale propensione di stampo cattolico di rappresentare le donne come madri e vittime (di violenza, delle sperequazioni, della mancanza di servizi che noi donne forniamo gratis al Paese ecc.). Avrebbe quindi dovuto evitare di parlare di necessità delle donne madri e della violenza di genere? No, ma avrebbe dovuto farlo in maniera diversa. Se parlando di violenza maschile sulle donne parli solo di repressione, come ci ricorda in ogni occasione Elisa Ercoli, presidente di Differenza Donna Ong, una delle maggiori e stimate associazioni antiviolenza, stai promettendo una misura che la violenza non la eliminerà mai. Servono prevenzione, formazione, strutture che sappiano lavorare insieme, servono case rifugio e soprattutto serve cambiare la cultura di un Paese che paga anni di patriarcato e intere «scuole di pensiero» maschiliste e machiste al potere.

Idem sulla questione asili nido: certo che va bene averli gratuitamente, certo che sarebbe auspicabile quello che Conte promette. Ma anche qui nessun accenno al lavoro culturale necessario. Perché gli strumenti possono anche esserci, come nel caso del congedo di paternità, ma se il sistema espelle, danneggia o sminuisce il valore di un uomo che intende esercitare il suo sacrosanto diritto alla genitorialità, allora possiamo creare tutti gli strumenti che vogliamo, ma le donne resteranno indietro.

Last but not least, una critica che potrei sintetizzare con il titolo di un brano di Fiorella Mannoia: il peso del coraggio. Il presidente Conte, ahimè, in questo discorso di coraggio ne ha dimostrato proprio poco. Da uno come lui, a cui sono certa piacerebbe somigliare a Justine Trudeau, mi aspettavo parole nuove, parole femministe, parole che sanno di vero cambiamento. Avrei voluto non un minuto, ma dieci minuti (vabbè anche cinque e sarei stata contenta…), dedicati alla necessità di avere in questo ed in ogni Governo una visione femminile e femminista per cambiare il Paese. Una visione consapevole che senza un vero diritto di rappresentanza del 52% della popolazione italiana (le donne, appunto) le cose non cambieranno. Una visione che non può tollerare tutto ciò che leda la dignità delle donne. Ecco, per me in queste due parole c’è tutto: Rappresentanza e Rispetto. Queste le parole che avrei voluto sentire dal Presidente Conte, magari con l’inconfessata speranza di riavvicinare alla politica i 13 milioni (tre-di-ci-mi-lio-ni) di donne che non votano.

Parlando di un'Italia che garantisce rappresentanza e pretende rispetto per le donne, Conte avrebbe potuto regalarci la convinzione che si possa lavorare per una vera discontinuità. Per adesso, lo ammetto, più che la convinzione mi resta la speranza, affidata anche alla ministra per le Pari opportunità Elena Bonetti e a quanto avrà la forza di fare. Non è tanto, qualcosa è.

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