29 Agosto Ago 2019 1410 29 agosto 2019

Il film che parla della violenza di genere nelle Filippine

In concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti, si intitola Verdict ed è stato girato dal regista Raymund Ribas Gutierrez. 

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Tra i 19 film in concorso nella sezione Orizzonti alla 76esima Mostra del Cinema di Venezia c’è anche Verdict. Non è stato girato da una donna, ma è 'per' le donne. La pellicola, diretta dal regista Raymund Ribas Gutierrez, ruota infatti attorno al tema della violenza di genere, un fenomeno che nelle Filippine, dove è ambientato il film, rappresenta una vera e propria emergenza, come riportano i dati di recenti ricerche e le denunce alla polizia, che nonostante tanta reticenza sono in costante aumento. La trama del film, le parole del regista e le cifre della violenza.

LA TRAMA

Verdict racconta la storia di Joy (interpretata da Maxene Eigenmann), una donna filippina che vive nella capitale Manila, con la figlia Angel di sei anni e il marito Dante, un piccolo criminale che spesso la picchia selvaggiamente. Una sera, tornato a casa ubriaco, l’uomo la aggredisce facendo però del male anche ad Angel: a quel punto Joy decide di denunciare il marito e si reca alla stazione della polizia, scoprendo come nel migliore dei casi la giustizia sia lenta, e nel peggiore persino impossibile da ottenere. Con il passare del tempo, la donna sente che lei e la bambina sono sempre più in pericolo.

LE PAROLE DEL REGISTA

«La violenza domestica è la forma di abuso più diffusa nelle Filippine. Ho voluto fare un film sull’argomento dopo aver incontrato una donna, sottoposta a un controllo medico legale, che aveva lividi su tutto il corpo. Aveva subito violenza dal marito durante un litigio», ha spiegato Raymund Ribas Gutierrez: «Seguendo il suo caso, ho poi scoperto che non aveva continuato l’iter giudiziario perché di fatto impraticabile». Il problema, ha sottolineato il regista, sta negli alti costi della procedura giudiziaria, astronomici per lo stipendio medio filippino: «A volte l’equità nel contenzioso porta a una procedura più complessa, che si traduce nell’impunità dell’accusato. A volte la giustizia deve essere tempestiva per essere veramente giusta. Se il tempo necessario a raggiungere un verdetto è irragionevolmente lungo, il procedimento finisce per negare il suo vero scopo e significato: cercare innanzitutto la giustizia».

Raymund Ribas Gutierrez e Maxene Eigenmann.

GettyImages

LA VIOLENZA DI GENERE

Secondo una ricerca condotta nel 2017, nelle Filippine una donna su quattro (tra i 15 e i 49 anni di età, sposata almeno una volta) è stata vittima di violenza fisica, sessuale o psicologica. Nello specifico, il 20% ha dichiarato di aver subito violenza psicologica, il 14% di aver subito aggressioni fisiche e il 5%, invece, ha raccontato di essere stata addirittura stuprata dall’attuale o ex compagno. Le aggressioni non risparmiano nemmeno le donne incinte: in base ai dati raccolti da un’altra ricerca, nel 4% dei casi si verificano violenze persino durante la gravidanza. In generale, gli abusi domestici sono più frequenti nelle coppie con più figli, mentre diminuiscono con l’età dell’età e il livello di istruzione. Purtroppo, solo il 40% delle vittime decide di denunciare le violenza subite, fenomeno questo diffuso in tutto il mondo: sempre considerando il grande ‘sommerso’, l’anno nero per le donne filippine è stato il 2017, con 11,558 denunce per aggressione. A dimostrazione di come la violenza di genere sia un problema e non da oggi, risale al 1984 la fondazione dell’organizzazione GABRIELA (acronimo di General Assembly Binding Women for Reforms, Integrity, Equality, Leadership, and Action), nata come movimento di emancipazione femminile di matrice comunista e rifondato nell'aprile 2003 come partito politico. GABRIELA, che prende il nome (anche) da Gabriela Silang, ovvero la prima donna leader di un movimento filippino per l'indipendenza dalla Spagna nel XVIII secolo, è da sempre in prima linea contro violenza domestica, abusi sessuali, disuguaglianza di genere, cultura dello stupro, sfruttamento della prostituzione e traffico di esseri umani. Il tutto in un Paese guidato da Rodrigo Duterte, presidente dalle chiare posizioni misogine: basti pensare che nel 2018 è persino arrivato a consigliare ai soldati di stuprare le donne che appoggiano i ribelli o, in alternativa, di sparare loro nella vagina durante le operazioni militari.

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