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Diritto all'aborto

30 Maggio Mag 2019 1727 30 maggio 2019

Netflix e Disney contro la Georgia dopo la legge anti-aborto

Entrambi minacciano di interrompere le loro produzioni nello Stato se nel 2020 il provvedimento entrerà in vigore: «Nelle nostre produzioni lavorano molte donne: i loro diritti verrebbero calpestati».

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Da quando il 7 maggio il governatore della Georgia ha firmato la legge antiaborto più severa degli Usa (vieta l'interruzione della gravidanza fin dal momento in cui si rileva il primo battito cardiaco del feto) non si fermano le proteste. E dopo le ondate di dissenso sui social network, lo sciopero del sesso lanciato dall'attrice Alyssa Milano e le dure reazioni politiche dei democratici, anche alcune aziende iniziano a prendere posizioni forti sul tema. Per il momento sono due colossi come Netfilx e Disney.

NETFLIX: «RITIREREMMO IL NOSTRO INVESTIMENTO IN GEORGIA»

La società streaming Netflix ha minacciato di 'abbandonare' lo stato della Georgia nel caso in cui la restrittiva legge sull'aborto approvata verrà approvata (dovrebbe entrare in vigore nel 2020). Il colosso delle serie tv ha infatti fatto sapere in una nota afferma che potrebbe riconsiderare il suo «intero investimento» nello Stato, dove registra le produzioni Stranger Things e Ozark. «Abbiamo molte donne che lavorano nelle nostre produzioni in Georgia e i cui diritti, insieme a quelli di milioni di altre, sarebbero severamente ristretti dalla legge. Dato che la norma non è ancora stata attuata continueremo a girare film» nello Stato, continuando però a lavorare con le associazioni per combattere la legge in tribunale, osserva Netflix, chiarendo che se «dovesse entrare in vigore, riconsidereremmo il nostro intero investimento in Georgia».

DISNEY: «MOLTE DONNE NON VERREBBERO A LAVORARE NELLO STATO»

E dopo Netflix, anche Walt Disney ha minacciato di lasciare lo Stato della Georgia se le restrittive norme entreranno in vigore. Bob Iger, l'amministratore delegato di Topolino, ha spiegato che sarebbe «molto difficile» per la società mantenere la sua produzione di film nello Stato. «Ritengo che molte persone che lavorano per noi non vorrebbero lavorare nello Stato, e noi dobbiamo prestare attenzione ai loro desideri. Al momento stiamo seguendo attentamente» aggiunge Iger.

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