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15 Aprile Apr 2019 1517 15 aprile 2019

A lezione di parità di genere dalla Svezia

Rappresentanza politica senza quote rosa, congedo parentale all'insegna dell'uguaglianza tra mamma e papà, fecondazione assistita per le single. Il punto sui diritti delle donne nel Paese. 

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Diritti Donne Svezia

«Mano nella mano si procede più veloci», recita un antico detto popolare svedese. Ed è probabilmente sulla base di questo assunto che, negli anni, la Svezia, partendo dal consolidamento delle pari opportunità, a più livelli, ha costituito una struttura sociale femminista in cui la maggior parte dei cittadini ha imparato a riconoscersi. Donne e uomini. Il tutto costruito su alcuni pilastri, che fanno del Paese scandinavo un precursore della parità di genere: indipendenza, uguaglianza e, soprattutto, sensibilizzazione. Elementi che hanno permesso alla Nazione di trasformarsi. E di rivoluzionarsi.

TUTTO È INIZIATO ALL'INIZIO DEL XX SECOLO

La prima associazione per il suffragio femminile è datata 1902. Sette anni dopo, nel 1909, la parola «uomo svedese» veniva rimossa dai moduli di candidatura degli uffici pubblici. Una decisione che permise alle cittadine di accedere a una serie di professioni che, fino a quel momento, erano state loro negate (tra queste l’insegnamento universitario e il lavoro sanitario negli ospedali statali). La prima donna presente in un’assemblea legislativa fu Emilia Broomé, nel 1914, ma fu necessario aspettare fino al 1961 prima che le parlamentari occupassero più del 10% dei seggi. Ma una primissima forma di uguaglianza sociale si concretizzò, davvero, nel 1923, quando ai cittadini di entrambi i sessi venne garantito un uguale accesso a tutte le professioni e le posizioni sociali, tranne che in ambito militare e sacerdotale. Queste restrizioni vennero rimosse, gradualmente, tra il 1958 e il 1989, anno in cui anche alla donne venne permesso di entrare a far parte dell’esercito. Pochi anni dopo, nel 1994, le elezioni legislative rappresentarono un punto di svolta: per la prima volta, le candidate riuscirono a ottenere più del 40% dei seggi ed esattamente la metà degli incarichi governativi.

LE QUOTE ROSA NON SERVONO

Oggi, in Svezia, le donne costituiscono il 45% dei rappresentanti politici del Riksdag, il parlamento e, a partire dal 2014, anche il 43% dei rappresentanti delle legislature locali. Nel novembre del 2015 le ministre erano invece il 52% della squadra di governo. Eppure, anche se può sembrare un paradosso, in Svezia, non esistono quote rosa legali per le candidature femminili, perché la maggior parte dei partiti promuove, al proprio interno, la partecipazione femminile. Non sorprende quindi che nel 2014, l'Esecutivo del Paese sia stato il primo al mondo a lanciare un piano definito di «politica estera femminista» che si basa sul principio delle «tre R», che stanno per «rights» (diritti), «representation» (rappresentanza) e «resources» (risorse) basate su una quart R quella di «reality» (la realtà in cui le donne in cui sono calate). Un programma il cui obiettivo è fondamentalmente eliminare le disuguaglianze.

«In Svezia non esistono quote rosa legali per le candidature femminili perché i partiti promuovono al proprio interno la partecipazione femminile».

DI ABORTO SI PARLAVA GIÀ NEL 1938

E le disuguaglianze passano anche dalla libertà sessuale. E su questo il Paese scandinavo si è dimostrato ancora una volta avanti coi tempi. Già nel 1938 si introduceva il tema della contraccezione parallelamente al diritto all’aborto, legalizzato in determinate circostanze. La liberalizzazione totale dell’interruzione di gravidanza è poi arrivata nel 1974. Più spinoso il tema della gravidanza surrogata che è proibita per legge sia nella sanità pubblica che su base commerciale. È invece legale dal 2016 la fecondazione assistita per tutte le donne single.

IL RICCO CONGENDO DI PATERNITÀ ALLA PARI

E anni di lotte, che hanno incluso anche la popolazione maschile, hanno portato a un cambiamento radicale anche della visione del congedo parentale al momento della nascita del bambino: i genitori (naturali o adottivi) hanno diritto a 480 giorni di maternità e paternità pagati e a 660 se i neonati sono gemelli (con la possibilità, per la coppia, di rimanere insieme ad accudire i nuovi arrivati). Fra questi, 90 giorni sono riservati alla madre e 90 giorni al padre, ma i restanti giorni possono essere divisi liberalmente fino al compimento del nono anno di età del figlio. Oggi, nei primissimi anni di vita di un bambino, nove padri su dieci scelgono di sospendere la propria attività lavorativa per seguire la prole e permettere alla propria compagna di rientrare al lavoro. All’interno di questa percentuale, ogni papà, in media, resta a casa quasi quattro mesi (tre mesi e 19 giorni, più dieci giorni di paternità a ridosso del parto), ma sono in tanti a decidere di prolungare il congedo fino a un anno. D'altronde lo Stato assicura loro l’80% dello stipendio (Spotify, il celebre servizio di musica on demand con sede a Stoccolma, arriva a pagare addirittura il 100% di stipendo nei primi sei mesi), incentivo che, durante i primi anni, ha spinto anche i più scettici a provare un’esperienza che, per tanto tempo, era stata appannaggio solo delle madri. Insomma un successo. Tanto che nel 2018 sul numero complessivo dei giorni di congedo, il 30% è stato utilizzato dagli uomini.

I PROBLEMI COL GENDER PAY GAP

L’educazione alla paternità è frutto di 40 anni di lavoro sui ruoli sociali di uomini e donne che, però, oggi assicura alla Svezia alti tassi di fertilità e una buona occupazione femminile. Anche se, per la psicanalista Erica Komisar, il mercato del lavoro del Paese risulta essere tra i più sessualmente segregati al mondo. Secondo la studiosa, le svedesi sarebbero infatti «sproporzionalmente impiegate in lavori da stereotipo femminile (infermiere o maestre d’asilo), mentre sono sotto rappresentate in campi, per molti, più “maschili”, come la finanza e l’ingegneria». Inoltre, secondo Komisar «soltanto il 36% circa delle posizioni manageriali è occupato da donne, meno che negli Stati Uniti, in Canada, Francia, Russia o Australia» e il salario medio delle lavoratrici «è del 13.4% più basso di quello dei colleghi». Eppure, uno studio riportato dal Corriere della Sera quantifica in un 7% l’aumento medio di stipendio di una donna per ogni mese di congedo preso dal marito.

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