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Diritti

10 Aprile Apr 2019 1200 10 aprile 2019

«Ogni donna con disabilità vive una discriminazione multipla»

Diritto al lavoro, accesso alle cure, sessualità. Essere femmina è più difficile ed espone un rischio maggiore di essere vittime di violenza. Come spiega Francesca Arcadu, fondatrice del Gruppo Donne UILDM.

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Un 36enne residente a Riccione (Rimini) è stato arrestato la sera dell'8 aprile dai carabinieri con l'accusa di violenza sessuale e privata oltre che di lesioni su una donna con disabilità di 50 anni. Secondo quanto riportato dalla stampa locale, l'uomo avrebbe l'avrebbe incrociata in strada a Cervia e poi iniziato con l'approccio. Quindi sarebbe riuscito a caricarla sul cannone della bici, reggendo pure il deambulatore. Infine si sarebbe diretto dietro a un magazzino nei pressi del lungomare e avrebbe abusato di lei. Le grida hanno attirato l'attenzione di alcuni passanti dai quali è partito l'allarme. La vittima è stata medicata in pronto soccorso e dimessa con dieci giorni di prognosi, mentre il 36enne, che probabilmente ha agito in forte stato di ebrezza, si trova in carcere. Questo è solo l'ultimo in ordine di tempo di casi in cui a subire una violenza è una donna con disabilità. Casi di cui spesso nessuno parla. Come quello successo a Palermo a dicembre 2018 quando quattro ragazzi tra i 16 e i 18 anni avrebbero abusato, in un parcheggio sotterraneo, di 17enne con invalidità fisica e psichica. Eppure di questo problema se ne è accorta anche l’Unione Europea che tramite Il Manifesto sui diritti delle donne e delle ragazze con disabilità, strumento di azione politica e sociale adottato a Budapest nel 2011, diviso in 16 punti che rappresentano altrettanti campi in cui la discriminazione di genere è possibile, ha bacchettato l'Italia proprio su questo aspetto come ci racconta Francesca Arcadu, tra le fondatrici nel 1998 Gruppo Donne dell’Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare.

Francesca Arcadu

La 43enne residente a Sassari, dove lavora come impiegata alla Camera di Commercio e convive con il compagno Simone, è laureata in Giurisprudenza. Dall’età di quattro anni, invece, convive con l’atrofia muscolare spinale, patologia neuromuscolare caratterizzata dalla progressiva morte dei motoneuroni, cellule nervose del midollo spinale che impartiscono ai muscoli il comando di movimento. «Lo dicono i dati. Le donne con disabilità vivono una situazione di maggiore difficoltà rispetto agli uomini», racconta a LetteraDonna Francesca, che dal 1994 al 2014 è stata presidente della sezione locale UILDM: «Ciò accade perché le persone con disabilità vengono viste come asessuate, senza un maschile e un femminile, dunque prive di particolarità di genere». Costretta dall’età di nove anni a muoversi con la carrozzina elettrica e da sempre in prima linea nella battaglia per l’accessibilità, sostiene che la ratifica nei vari comuni del Manifesto sui diritti delle donne e delle ragazze con disabilità dell’Unione Europea, sia solo un piccolo passo verso la parità, perché la strada da percorrere è ancora tanta: «In Italia le donne disabili sono invisibili. Spesso si parla di differenze etniche o culturali, quasi mai della loro condizione. E, per questo, si ritrovano a subire una discriminazione multipla».

DOMANDA. Che esperienze di ‘discriminazione multipla’ hai vissuto sulla tua pelle?
RISPOSTA. In Italia come ho detto c’è una cultura strisciante che ci vede come soggetti asessuati, quindi già il fatto di avere un compagno, il mio condurre una vita normale, insomma, suscita stupore e curiosità. I disagi concreti ci sono nell’accesso alle cure. Se pensiamo a mammografie e pap test, trovare un ambulatorio attrezzato per donne disabili è un’impresa.

E trovare personale formato, invece?
Non è affatto scontato. Gli operatori a volte addirittura si stupiscono, come se noi non dovessimo fare certi esami… E ogni volta ci ritroviamo a dover ripetere le stesse cose. Questo è un cavallo di battaglia del Gruppo Donne UILDM.

In questo ambito il personale femminile si dimostra più attento rispetto a quello maschile?
No, devo dire che a per quanto riguarda bravura ed empatia tra uomini e donne non c’è differenza.

Dicevamo che l’Unione Europea ha bacchettato l’Italia in particolare per la violenza di genere che le donne con disabilità subiscono.
A parlare sono i dati. Secondo l’Istat il 36% di noi ne ha subite. Sia fisiche che sessuali. Contro il 30% delle altre donne. Su questo siamo davvero indietro. A tal proposito vorrei segnalare il video Silenzi Interrotti della Federazione Italiana Superamento Handicap, in cui viene raccontata tra le altre la storia di Emanuela che, affetta da tetraparesi spastica, è stata in grado di riconoscere gli abusi da parte del suo fisioterapista.

Ecco, immagino che per le donne con disabilità sia più difficile farsi credere e, in alcuni casi, riconoscere la violenza subita.
Esattamente. C’è sempre qualcuno che pensa: «Avrà frainteso tutto» o «Figurati, chi molesterebbe una disabile!». Ovviamente è frutto di un pregiudizio. D’altro canto, le persone con difficoltà intellettive hanno delle difficoltà a riconoscere gli abusi: pensiamo alle persone down, che spesso sono iperaffettive. Chi è costretta sulla carrozzina, invece, ha bisogno di fisioterapisti e caregiver, con cui per forza ci sarà un contatto fisico… Insomma, non è facile individuare i confini tra ciò che è normale e quello che non lo è.

Il Gruppo Donne UILDM accetta la figura dell’assistente sessuale per intenderci?
Siamo tendenzialmente contrarie. Non ci deve essere un diritto al lovegiver, né un diritto alla sessualità: il sesso è infatti un piacere, non un diritto. Con una scorciatoia rischiamo di banalizzarlo. Crediamo piuttosto nel diritto di essere integrate e trattate come soggetti attivi, in modo che il sesso diventi una possibilità nelle nostre vite, questo sì. Insomma, siamo favorevoli a un percorso di consapevolezza, di accompagnamento, con incontri e seminari in cui vengono date delle basi. Dopo di che... arrangiati!

Il Manifesto affronta anche sterilizzazione e aborto forzati. Sono pratiche usuali in Italia?
A chi pensa che possa succedere solo in Paesi arretrati, dico che purtroppo capita anche da noi. C’è chi crede che vengano fatte per il bene delle persone con disabilità, che non sarebbero in grado di avere una sessualità consapevole e sempre a rischio di incappare in malintenzionati, ma così viene meno l’autodeterminazione delle donne.

Il testo sottolinea poi il diritto alla maternità.
Esatto. Conosciamo molte storie di donne con malattie neuromuscolari che hanno avuto figli. All’inizio c’è di solito timore anche da parte dei medici e delle famiglie stesse, poi subentra il sostegno da parte di tutti, quando capiscono che è un qualcosa di possibile. Tante mamme, però, ci raccontano che avrebbero bisogno di più aiuto di assistenza domiciliare, che si rende necessaria con un figlio. A proposito, il Manifesto parla anche del diritto delle donne con disabilità ad avere in affido i figli in caso di divorzio: giusto così, visto che ci sono donne che nonostante le ovvie difficoltà riescono a crescerli da sole.

Il Manifesto parla anche di donne con disabilità lesbiche, bisessuali e transessuali. Per loro esiste una sorta di ‘tripla discriminazione’?
Questo è un tema davvero spinoso, che ha scoraggiato il molti casi la ratifica del Manifesto. Finché parliamo di donne con disabilità buone e carine, che chiedono accesso a esami clinici o il diritto al lavoro, tutto ok. Quando invece entrano in ballo donne con disabilità e una sessualità ‘non ordinaria’, ecco che le amministrazioni storcono il naso.

Mi hai parlato di diritto al lavoro. Su questo tema ci sono numeri esemplificativi?
Sì, quelli del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, i quali evidenziano come, nonostante l’alto livello medio di istruzione, le donne con disabilità abbiano un tasso di disoccupazione più alto degli uomini. Se guardiamo gli avviamenti presso aziende pubbliche e private, le donne rappresentano il 43,2%, mentre gli uomini il 56,8%. Le percentuali relative alle iscrizioni alle liste di collocamento sono poi identiche. Insomma, a parità di condizione di disabilità, le donne sono sempre un po’ indietro rispetto agli uomini.

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