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Diritto all'aborto

22 Marzo Mar 2019 1250 22 marzo 2019

Aborto a San Marino: cosa dice la legge e come può cambiare

L’interruzione di gravidanza è punita con il carcere, ma all’orizzonte ci sono due proposte. Una, più progressista, darebbe ampia libertà alle donne. L’altra, di stampo cattolico, decisamente no.

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Aborto San Marino 1

Ah, la Repubblica di San Marino. La Rocca, il Palazzo Pubblico, le stradine strette che si inerpicano sul monte Titano. Chi c’è stato lo sa: sembra di essere finiti nel Medioevo. Le donne autoctone che vorrebbero ricorrere all’aborto hanno invece la spiacevole sensazione di viverci davvero, nel Medioevo. In questa Repubblica con poco più di 30 mila anime, infatti, la pratica è punibile con il carcere (da due a sei anni) ed è consentita solo se la vita della donna è messa in grave pericolo dalla gravidanza. Solo e soltanto in questo caso. «Il nostro codice penale non considera le condizioni in cui è avvenuto il concepimento, magari uno stupro, né la situazione della madre, che potrebbe essere bambina o malata, né la presenza di gravi malformazioni nel feto», spiega a LetteraDonna Vanessa Muratori, ex parlamentare di Sinistra Unita: «C’è solo un’attenuante: l’onore. Se una sammarinese decide di abortire perché, esempio, non è sposata, allora può essere condannata al massimo a un anno di carcere». In tutto questo è doveroso fare una precisazione. Come ricorda l'attivista, «nessuna donna è stata mai perseguita per aver interrotto una gravidanza» e, allo stesso tempo, nessun medico ha mai avuto problemi. Finora, insomma, ha prevalso il buonsenso. Ma che certe cose siano scritte nel codice penale, va detto, fa un po’ impressione.

LE DUE PROPOSTE DI LEGGE A CONFRONTO

Al momento, a San Marino sono in ballo due proposte di legge, che mirano a modificare l’attuale codice penale. Da una parte quella progressista, redatta dal comitato guidato da Vanessa Muratori e forte di 350 firme (ne sarebbero bastate 60) , che prevede «la possibilità di abortire entro la 12esima settimana ma anche successivamente, come prevede la legislazione italiana, in caso di malformazione del feto, pericolo di vita per la gestante o gravidanza dovuta a violenza o incesto». Dall’altra la proposta legge di iniziativa popolare, sottoscritta da 500 cittadini e promossa dalle Associazioni Laicali della Diocesi San Marino-Montefeltro. Che è, per così dire, un po’ meno progressista. Essenzialmente non si discosta dalla legge attuale per quanto riguarda la possibilità di aborto in caso di pericolo di vita della donna. Lo concede, precisando però che (citiamo il testo di legge, ndr) «la situazione nella quale la prosecuzione della gravidanza o il parto determinino un pericolo grave e attuale per la vita della madre gestante, deve essere accertata e rigorosamente documentata da tre medici dell'Istituto Sicurezza Sociale, di cui uno con specializzazione e attestata competenza in ginecologia-ostetricia, uno con specializzazione in neonatologia pediatria, e l'altro nell'area clinica riferita alla malattia che ne determini il pericolo grave per la vita della madre». Una volta accertato il pericolo di vita, come precisa l’articolo 9, «nessuna donna può essere indotta o obbligata all'esecuzione di una terapia o di un intervento medico». È questo il punto più spinoso di tutta la questione, quello che ha sollevato maggiori polemiche: l’unica libertà concessa alle donne sammarinesi sarebbe, pur con una nuova legge, quello di dare la propria vita per quella del nascituro.

I BONUS PRO VITA PROPOSTI DAI CATTOLICI

«La proposta di legge dei cattolici prevede possibilità di interrompere la gravidanza, ma devono essere tre medici di specialità diverse a stabilire che ci siano le condizioni necessarie. E se la donna dovesse scegliere di immolarsi, ben venga. Insomma, non un grande passo avanti», commenta Vanessa Muratori, specificando come la legge ‘avversaria’ poi «addolcisca il tutto con qualche sussidio in più, fin dal concepimento, sottolineando che sei figlio da quando sei ovulo fecondato». Le Associazioni Laicali della Diocesi San Marino-Montefeltro propongono infatti assegni famigliari fin dalla certificazione della gravidanza (per una cifra che può arrivare a 1056,83 euro), oltre al bonus per il terzo figlio e la possibilità di ‘parto nell’anonimato’, per madri e genitori che non ritengano di poter crescere un bambino nel proprio nucleo familiare, ricordando poi in un comunicato che «il codice penale sammarinese prevede già, in linea generale, la possibilità di intervento da parte dei medici, per salvare la vita della donna, senza incorrere in alcuna sanzione di natura penale». Insomma, appurato che effettivamente rispetto alla legislazione attuale per quanto riguarda l’aborto cambierebbe poco, alle Associazioni Laicali della Diocesi San Marino-Montefeltro vanno almeno riconosciute coerenza e impegno in direzione ‘pro vita’.

INTANTO LE SAMMARINESI VANNO IN ITALIA

Va da sé che, se parliamo di ‘libertà’ e ‘possibilità’, alle sammarinesi dovrebbe essere concessa la scelta di abortire, per qualsiasi motivo e senza giustificazioni. Facile a dirsi, difficile a farsi, all’ombra del Titano. «Questa è la terza legge che viene scritta da me e altre attiviste. La prima risale al 2002, la seconda al 2014», ricorda Vanessa Muratori: «Nel 2016 abbiamo preparato delle istanze d’arengo (uno dei tre istituti di democrazia diretta della Repubblica di San Marino, ndr) chiedendo la legalizzazione dell’aborto in cinque circostanze. Ne sono passate tre, tra cui il concepimento a seguito di uno stupro e la grave malformazione del feto, poi la legge è rimasta ferma». Nel frattempo, le sammarinesi che desiderano praticare l’interruzione di gravidanza continuano a 'migrare' in Italia (nonostante anche 'da noi' l'aborto sia un tabù): considerando la popolazione della Repubblica, la stima è che siano una ventina ogni anno.

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