20 Marzo Mar 2019 1717 20 marzo 2019

L'aggressore di Lucia Annibali le ha chiesto perdono in una lettera

A scriverla dal carcere Rubin Talaban, il sicario dell'agguato avvenuto nel 2013. Lei risponde: «Se è sincero posso concederglielo, ma serve più a lui che a me».

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Lucia Annibali Lettera

Sono passati quasi sei anni da quel 12 aprile 2013, quando Lucia Annibali, avvocata di Pesaro, oggi deputata del Partito democratico, fu aggredita con l'acido mentre stava rincasando. Per quell'atroce agguato sono stati condannati a 20 anni l'ex fidanzato e mandante Luca Varani, a 12 anni l'albanese Rubin Talaban e il suo connazionale Altistin Precetaj che gli faceva da palo. E dopo tutto questo tempo l'albanese Rubin Talaban, dal carcere di Larino (Campobasso), ha scritto una lettera ad Annibali per chiederle perdono. «Lucia, perdona il mio gesto indegno e brutale e perdona me che lo fatto (...) Ho provato ad essere nei tuoi panni e non posso stare più di qualche secondo nei momenti di dolore e di sofferenza causati da me. Che io sia maledetto per sempre(...)», scrive in un italiano impreciso. «Vorrei abbracciarti e stringere le tue mani con le mie. Puoi essere la mia guida anche se il peccato lo porterò a vita (...) Non posso fare l’indifferente come se non c’è stato niente (...) Allungami la mano, Lucia, perché non sono un mostro ma un grande errore. Se mi perdoni mi aiuti», sono le parole di Talaban, che aveva sempre scelto il silenzio: in tre gradi di giudizio e sei anni di carcere non aveva mai, in nessun modo, ammesso la propria colpevolezza. Scrive la 27esima Ora che quando quella lettera è stata recapitata nello studio legale del padre, a Urbino, Annibali l'ha messa da parte dopo una prima lettura, perché non deve essere semplice leggere la richiesta di perdono del sicario che ti ha provocato tutto quel dolore. Nonostante quel dolore, lei non rifiuta quella richiesta.

"Le vittime hanno bisogno di tempo e distanza per lavorare su se stesse e sul trauma che hanno vissuto. Io non voglio...

Geplaatst door Lucia Annibali op Woensdag 20 maart 2019

«QUEL PERDONO SERVE PIÙ A LUI CHE A ME»

«Se quello che scrive è la sincera verità, se davvero oggi è consapevole di quello che ha fatto e non è più la sagoma scura che ho visto dentro casa mia, io lo posso anche perdonare. Ma quel perdono serve più a lui che a me. Deve fare i conti con quel che ha fatto come io convivo ogni giorno con quello che mi ha fatto, perdono o non perdono. Se tutto questo non è una carta da giocare per avere permessi o chiedere misure alternative, meglio per lui e per il suo futuro. Ma io dico anche meglio per tutti noi, perché ogni detenuto recuperato è una garanzia di sicurezza per la società intera. Detto questo, non è che ora diventiamo amici o che io abbia intenzione di incontrarlo. Tra l’altro la sentenza prevede che, espiata la pena, lui torni nel suo Paese...», ha detto Annibali al Corriere della Sera. «Finora il fatto che fossero detenuti e fisicamente distanti mi ha aiutato», ha aggiunto l'avvocata, «perché le vittime hanno bisogno di tempo e distanza per lavorare su se stesse e sul trauma che hanno vissuto. Io non voglio vendetta, sconteranno le loro pene e usciranno, va bene così. Io voglio solo vivere tranquilla».

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