14 Marzo Mar 2019 1224 14 marzo 2019

La giudice della sentenza di Genova: «L'assassino mi faceva pena»

Silvia Carpanini alla Stampa: «Ci sono omicidi e omicidi. Le regole del diritto sono una cosa, le emozioni dell’opinione pubblica un’altra».

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Sentenza Femminicidio Genova Giudice

A sinistra Jenny Angela Coello Reyes, la vittima. A destra la giudice Silvia Carpanini.

Ha ucciso la compagna con diverse coltellate al petto, dopo aver scoperto che non aveva lasciato l'amante come promesso. E ora il giudice gli riconosce le attenuanti generiche e lo condanna a 16 anni, contro i 30 chiesti dal pm, perché l'uomo è stato mosso da un «misto di rabbia e di disperazione, profonda delusione e risentimento». Fanno discutere e arrabbiare le motivazioni della sentenza a Genova per l'omicidio di Jenny Angela Coello Reyes, 46 anni. Sedici anni inflitti a Javier Napoleon Pareja Gamboa, operaio ecuadoriano di 52 anni, frutto delle attenuanti generiche, combinate allo sconto di un terzo della pena previsto dal rito abbreviato. «Il contesto in cui il suo gesto si colloca», scrive il magistrato sull'omicidio per mano di Gamboa, «vale a connotare l'azione omicidiaria, in un'ipotetica scala di gravità, su di un gradino sicuramente più basso rispetto ad altre». Mentre per l'avvocato Giuseppe Maria Gallo che assiste i familiari della vittima «con questa motivazione è stato riesumato il delitto d'onore». «Ormai assistiamo a un orientamento più culturale che giuridico, gli omicidi a sfondo passionale sono inseriti in un circuito di tempesta emotiva», ha aggiunto con un chiaro riferimento alla discussa - per usare un eufemismo - sentenza di Bologna relativa al femminicidio di Olga Matei.

LA GIUDICE CARPANINI: «ANCHE UN KILLER PUÒ FARE PENA»

«Ci sono omicidi e omicidi, e anche un killer può in qualche modo fare pena. E pure a mio marito, che a volte mi chiede come sono possibili certe sentenze, spiego che le regole del diritto sono una cosa, le emozioni dell’opinione pubblica un’altra»: a parlare è la giudice Silvia Carpanini, che intervistata dalla Stampa, ha spiegato le motivazioni della sentenza. «È il nostro lavoro: l’indignazione delle vittime è comprensibile, un po’ meno l’enfasi strumentale degli avvocati, che lavorano ai fianchi sollevando certi polveroni. E ripeto: anche un assassino può fare pena» perché l'operaio ecuadoriano «ha vagato per un paio di notti, si è lasciato catturare: per certi aspetti sì, faceva pena. Non ha premeditato per giorni il suo raid, non ha infierito con 30 coltellate come mi è capitato di vedere in altre occasioni molto più truculente». E alla domanda del giornalista, che ha chiesto alla giudice se, visto il precedente della tempesta emotiva, «si re-interpretano in chiave più garantista i femminicidi?», ha risposto un secco no: «La legge prevede massimi e minimi di pena, altrimenti per un omicidio faremmo sentenze fotocopia: ergastolo o 30 anni, a prescindere dalla storia».

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