8 Marzo Mar 2019 2245 08 marzo 2019

L'8 marzo e un corteo che non aveva nulla da festeggiare

Un 2019 fatto di ddl Pillon, anti-abortisti, discriminazioni e femminicidi ci ha imposto di scendere in piazza. Contro l'ipocrisia di un Paese che non ama le donne. Il racconto della manifestazione di Milano.

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8 Marzo 2019 Milano Manifestazione Corteo

Contro le discriminazioni e la violenza di genere, omofobica e transfobica. Contro la precarietà, che diventa doppio carico di lavoro e salari dimezzati. Contro un welfare che non esiste più, che equivale a lavoro di cura gratuito e sfruttato. Tutto sulle spalle delle donne. Ma nel 2019 qualcosa è cambiato. La necessità e il dovere di scendere in piazza si fanno sempre più forti, ancor più carichi di significato. Il ddl Pillon su affido e separazione, contrario persino alle convenzioni internazionali, Istanbul su tutte. La Legge Salvini su immigrazione e sicurezza, la propaganda (e le pratiche) che la sostengono. Un reddito di cittadinanza spacciato per tale, la maschera di un sussidio di disoccupazione a condizioni proibitive. Una Commissione di inchiesta sul femminicidio, lasciata morire dall’attuale governo. La finta flessibilità del congedo di maternità, la mancata azione di prevenzione contro gli omicidi per mano di compagni, mariti ed ex. La messa in discussione della legge 104. Il World congress of families di Verona con Dmitri Smirnov, personalità di spicco dell’antiabortismo, Igor Dodon, presidente moldavo dalle posizioni omofobe e Lucy Akello, promotrice in Uganda di una legge contro le coppie uomo-uomo e donna-donna, che prevedeva originariamente la pena di morte per “omosessualità aggravata”.

Cartelli al corteo dell'8 marzo a Milano.

LE MIMOSE CHE ORMAI «CI HANNO STANCATO»

Una festa? Sì, ma dell’ipocrisia e di un Paese che non ama le donne. La contropartita? Una copertura mediatica pressoché nulla, di quello che sarebbe successo l'8 marzo a Milano: solo poche righe che raccontano le motivazioni dello sciopero della mattina, e della manifestazione - pacifica - della sera. Il risultato? Un corteo composto da migliaia di persone che hanno risposto così alla chiamata di Non Una Di Meno, in un 8 marzo macchiato, ancora una volta, di sangue. Se ne contano più di 20 mila, ma è ancora troppo presto per dare dati certi. «Io da festeggiare non ho proprio niente», dice Veronica, 24 anni e un padre violento. Piazza Duca D’Aosta, punto di ritrovo e partenza, è tinta di fucsia, il colore della giornata. Si intravedono alcune mimose, ma ormai «ci hanno stancato».

«Sono incinta, lavoratrice autonoma. Prendo una miseria. Sarò costretta a far soldi in nero»

Clara

C’è una mamma, Clara, con il suo bambino, vestito con i colori dell’arcobaleno. «Sono incinta, lavoratrice autonoma». Le due cose, si sa, faticano a combaciare. Per lei è destinato l’80% della retribuzione media giornaliera calcolata sull’ultimo anno. «Una miseria, insomma. Sarò costretta a far soldi in nero». Aggiungiamo la maternità flessibile: la manovra finanziaria 2019 sposta infatti al nono mese il congedo obbligatorio. «Se otto mesi sono pochi, provate voi a lavorare. Servono asili, servizi e paternità», continua Clara. Il figlio, 5 anni, mi chiede se sono femminista. La mamma lo sgrida, «ognuno è quello che vuole, Joseph». Intanto, secondo gli ultimi dati, sono oltre 25 mila le donne con figli fino a 3 anni di età che hanno dovuto abbandonare la carriera, per l’impossibilità di conciliare famiglia e lavoro.

Due ragazze alla manifestazione dell'8 marzo a Milano.

«VIA I CATTOLICI DALLE NOSTRE MUTANDE»

Poi c’è chi reclama un diritto che si pensava conquistato. Secondo Medici senza frontiere, infatti, l’interruzione di gravidanza clandestina rappresenta una delle cinque principali cause di mortalità materna diretta. «Ho 17 anni», e forse nessuno avrebbe mai pensato che una figlia degli Anni 2000 avrebbe dovuto lottare per l’accesso libero e gratuito all’aborto. «Non voglio dover morire per una decisione che riguarda me stessa», incalza Giulia, stanca di un Paese che non ha ancora fatto pace con il diritto alla procreazione cosciente e responsabile. Viso candido, quella della 17enne. «Scusa, non sono molto brava a parlare». Poco conta l’eloquio, se le idee sono così chiare. «I miei compagni e le mie compagne hanno preso in giro la decisione di essere qui oggi. Mi sento abbandonata». Intanto, il megafono di Non Una Di Meno inizia a gridare. «Via i fondamentalisti cattolici e i comitati Pro-vita dalle nostre mutande», in un’esplosione di gioia e goliardia delle manifestanti. No Giulia, non sei sola: vedi?

«Sono pakistana, nata e vissuta a Milano. La mia famiglia non sa che sono qui. Vogliono farmi sposare un cugino fra due mesi»

Anonima

«Sono qui, ma la mia famiglia non lo sa». Ha paura a rivelare persino il suo nome, ha il volto nascosto da una sciarpa. «Sono pakistana, nata e vissuta a Milano». Tra due mesi, però, c’è un matrimonio con un cugino ad aspettarla. Scoppia a piangere, in silenzio. C’è altro da aggiungere? I visi stranieri sono tanti. Le loro storie, però, si sperano migliori. Un tentativo, in questo senso, si sta facendo. L’8 marzo, infatti, vuole combattere anche la Legge in materia di sicurezza del nostro ministro dell'Interno, una forma legittimata di violenza razzista che ostacola la libertà e l’autodeterminazione dei popoli. Al fucsia del corteo, misceliamo l’oro: simbolo di chi scappa dalla guerra, dai regimi economici, dalla schiavitù.

GRAZIE ANCHE A VOI, UOMINI

«Sì, sono un uomo, non posso essere qui?». Divento rossa, per aver chiesto a Pietro, 75 anni, il motivo della sua presenza. «È normale, giusto e sacrosanto lottare contro le violenze di genere». Sono circa 60 anni che si impegna in questo senso. «Negli Anni 70 eravamo incazzatissimi». Ricorda con nostalgia i reggiseni lanciati e bruciati, chiedendosi perché tra i giovani si è perso questo spirito. Lo contraddico. «Forse abbiamo spazi residui sui media e meno ascolto, ma siamo pacificamente agguerrite, lo posso assicurare». Si irrigidisce. «Forse è proprio quell’avverbio così bello che vi frega». Il corteo avanza, si balla, si ascolta, ci si dà la mano. Sulle note gospel di Freedom, al grido “Donne, vita e libertà”. Siamo tante. Troppe ne abbiamo perse. Anche per loro, questo 8 marzo ha il dovere di diventare permanente.

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