Violenza Sulle Donne

Violenza sulle donne

1 Marzo Mar 2019 1900 01 marzo 2019

L’Italia non fa abbastanza contro la violenza sulle donne

Nel 2013 il nostro Paese ha ratificato la Convenzione di Istanbul, ma fatica a rispettarla. Il rapporto ombra per il Grevio sugli abusi di genere spiegato da Elena Biaggioni, avvocata di D.i.Re. 

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L’Italia è un Paese sessista, in cui i diritti delle donne non sono rispettati e gli abusi rimangono impuniti. Una non-notizia, purtroppo, confermata dal Rapporto ombra delle associazioni di donne per il GREVIO, il gruppo di esperte sulla violenza contro le donne del Consiglio d’Europa, incaricato di monitorare l’attuazione della Convenzione di Istanbul. «L’Italia è molto brava e solerte nell’adottare le leggi, meno ad applicarle», spiega l’avvocata di D.i.Re (Donne in Rete contro la Violenza) Elena Biaggioni, che con la collega Marcella Pirrone ha curato il report, il quale, nelle sue 75 pagine, «evidenzia una gravissima carenza per quanto riguarda tutela delle donne con disabilità e prevenzione, vista la mancanza di adeguati programmi delle scuole». Insomma, il quadro illustrato dal rapporto è francamente sconsolante, anche perché è in costante peggioramento rispetto al 2013, anno in cui l’Italia ha ratificato la Convenzione di Istanbul: «I dati parlano di una non diminuzione degli abusi, anzi addirittura di un aumento degli episodi gravi. Non c’è certo un miglioramento: la violenza rimane pervasiva nella nostra società».

DOMANDA. Quanti episodi di violenza si verificano ogni anno in Italia?
RISPOSTA.
Per una serie di motivi di scarso coordinamento tra i singoli soggetti che raccolgono dati, non ci sono cifre certe. Il report non indica dunque un numero delle violenze. La stima è che venga denunciato appena il 12% degli abusi.

Perché c’è un 88% che resta sommerso?
I motivi sono molteplici: mancanza di consapevolezza, volontà di tenere comunque uniti i matrimoni anche se violenti e stereotipi che ostacolano l’emersione della violenza. E poi c’è la vittimizzazione secondaria: ogni volta che la donna prova a uscire dalla violenza, trova di fronte a membri delle Forze dell’Ordine e operatori dei servizi sociali che minimizzano gli abusi.

Servirebbero più centri antiviolenza?
Sì, andrebbero finanziati maggiormente e servirebbe anche una formazione capillare, per creare spazi in cui davvero le donne possano parlare e raccontare gli abusi. Un centro antiviolenza non è solo uno sportello con un soggetto dietro a un vetro: è qualcosa di complesso, che lavora sulla relazione tra donne e all’interno della società.

Tra l’altro la loro diffusione in Italia non è uniforme.
Esatto, sono diffusi a macchia di leopardo. Il Sud non è coperto come certe zone del Nord, dove i centri sono più numerosi.

Possiamo dire che il problema della violenza sulle donne è culturale?
Sì, lo dice anche il preambolo della Convenzione di Istanbul. Gli abusi nascono dalla disparità di potere dei sessi, che ha origine da una cultura fortemente patriarcale e discriminatoria.

A proposito di cultura, l’immigrazione in aumento ha influito sul numero delle violenze?
Sono un’avvocata che si occupa di donne vittime di violenza e le posso assicurare che questo è uno stereotipo grande come una casa. Se non erro, il 65% degli abusi viene perpetrato da italiani. Si tratta di un fenomeno assolutamente trasversale, che non conosce differenze derivanti da etnia, religione, ceto sociale. Molto democratico, insomma.

Un fenomeno che può assumere varie sfumature. Il report ad esempio dà ampio spazio alla violenza economica.
A cui aggiungerei quella psicologica. Violenze meno evidenti di quella fisica, ma ugualmente gravi, pervasive e poco riconosciute. Nasce dalla differente disponibilità economica, ma riguarda anche donne che lavorano e con un discreto stipendio, costrette però dai mariti a usare tutti i soldi per il bilancio famigliare. Per non parlare poi delle separazioni: ottenere la partecipazione economica dell’ex coniuge è difficilissimo.

Il report parla anche delle molestie sul lavoro?
Ovviamente. È un tema sotto investigato, per il quale non abbiamo una normativa specifica. Lo spettro delle molestie è tra l’altro ampissimo.

Al suo interno possono rientrare gli abusi verbali?
Sì, il rapporto affronta infatti il problema degli hater online, esplicativo del sessismo diffuso: basti pensare a quello che accade a Laura Boldrini, oppure al recente episodio capitato a Emma Marrone. Se una donna si espone con un’opinione, la contro argomentazione non è sull’idea espressa, ma sulla donna in quanto tale. Oppure si passa direttamente a espressioni riguardanti la sfera sessuale, che riducono la donna a un oggetto. Questo non accade con gli uomini.

Il rapporto sottolinea come il ministero degli Interni non distingua tra femminicidio e uccisioni di donne per motivi estranei alle questioni di genere.
Lo stesso vale per i dati raccolti da procure e tribunali: visto che non esiste la fattispecie di femminicidio, non ci sono dati omogenei. Si dice che la vittima è donna, ma non viene messa in risalto la relazione tra vittima e omicida, e nemmeno la motivazione del delitto.

Nel documento viene criticato il ddl Pillon. Ci può spiegare il motivo?
Perché nega il riconoscimento della violenza in ogni sua forma. Anzi, punta a nasconderla, a zittire le donne per fare in modo che non ne parlino per paura di eventuali conseguenze. Questo disegno di legge è una minaccia che punisce le donne e istituisce lo stereotipo della strumentalità della denuncia, tra l’altro smentito dai dati: in tal caso sarebbero ben più del 12% del totale, non le pare? E invece Pillon ci fa addirittura sopra una legge! Inoltre afferma che c’è violenza solo se lo stabilisce una sentenza passata in giudicato, ma a volte ci vogliono dieci anni per ottenerla: nel frattempo donna che è vittima e i figli cosa fanno?

A proposito di minacce alle donne e al loro corpo, nel rapporto viene citato anche il ministro Fontana.
Questo perché la minaccia alla legge 194 è un attacco all’autodeterminazione della donna, alla libertà di decidere sul proprio corpo. Fa tutto parte di uno schema in atto per mettere in discussione diritti duramente conquistati: dall’aborto al divorzio, passando per la libertà di vivere senza violenza, che dovrebbe prevalere su tutto.

Tra le vittime di violenza ci sono molte prostitute. Cosa pensa degli attacchi alla legge Merlin?
Il peggio possibile. Chiudere le donne in una stanza affinché esercitino la prostituzione non è una soluzione. Ancora una volta si vuole solo tornare indietro, senza proporre qualcosa di nuovo e risolutivo. L’unico obiettivo sembra il controllo del corpo delle donne.

Ma da questo rapporto esce almeno qualcosa di positivo?
Come detto, l’impianto normativo c’è. Manca purtroppo l’approccio giusto. Ecco, il principale aspetto positivo è che, pur in un quadro con molte ombre, c’è un grande numero di associazioni di donne al lavoro ogni giorno per eliminare la violenza di genere.

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