1 Marzo Mar 2019 1232 01 marzo 2019

Femminilizzazione dei mestieri, la svolta dell'Accademia di Francia

Per la prima volta, la prestigiosa istituzione autorizza la declinazione di nomi di professioni un argomento finora tabù a livello accademico. Ma nessuna lista o regola formale.

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Declinazione Mestieri Femminili Francia

Il 18 febbraio è stata una Giornata storica per l'Accademia francese, che ha deciso di voltare pagina: alcune parole della lingua sulla quale la prestigiosa istituzione detta legge potranno essere declinate al femminile con un significato che fa onore alla parità di genere. Quello che ormai nella società è acquisito - la presidente non è necessariamente la moglie del presidente così come l'ambassadrice è la titolare della sede diplomatica e non la consorte dell'ambasciatore - era ancora tabù per il dizionario accademico. Lo storico Gabriel de Broglie, 87 anni, capo della commissione incaricata di redigere il rivoluzionario rapporto, ha consegnato il frutto del lavoro portato a termine con la romanziera e saggista Daniele Sallenave, con il poeta di origine britannica Michael Edwards e con la scrittrice e biografa Dominique Bona. «Non esiste nessun ostacolo di principio» alla femminilizzazione dei nomi di mestieri e professioni, hanno statuito a tempo di record gli accademici, approvando «a larga maggioranza».

NESSUNA LISTA UFFICIALE DI NOMI: «COMPITO INSORMONTABILE»

Mai prima era stato accettato di declinare al femminile i nomi di mestieri e professioni nella prestigiosa istituzione fondata nel XVII secolo dal cardinal Richelieu: «Quanto ai nomi di mestieri», ha statuito l'Académie, consideriamo che tutte le evoluzioni miranti a far riconoscere nella lingua il posto oggi riconosciuto alle donne nella società possano essere ammesse». Nessuna «lista» di nomi con relativo corrispondente femminile, né «regole per la femminilizzazione» dei nomi di mestieri saranno redatte dall'Accademia, che reputa questo compito come «insormontabile»: «Conviene lasciare alle pratiche che assicurano la vitalità della lingua il compito di decidere», hanno fatto sapere gli Immortali, abdicando in qualche modo al rigidissimo rituale dell'imposizione di regole strette sull'uso delle parole.

SE CI FOSSE UNA PRESIDENTE DONNA COME LA CHIAMEREMMO?

Unica norma dettata espressamente, quella che impone alle forme che terminano in «eure» come professeure (femminile di professeur) è che la e finale sia muta. Qualche sopracciglio si è alzato quando è stato menzionato nell'alto consesso il femminile di chef (cheffe): «Se non si può affermare che questa forma faccia parte del 'buon uso' della lingua», ha detto gli accademici, «sembra peraltro difficile metterla all'indice in modo assoluto, vista l'alta incidenza nella sua utilizzazione che la commissione ha potuto appurare consultando le fonti». A convincerli è stato un passaggio chiave del rapporto: «Se i francesi decidessero di portare una donna alla presidenza della Repubblica, sembra difficile immaginare un motivo per opporsi all'uso della forma femminile presidente. E si può egualmente supporre che première ministre si imporrebbe altrettanto facilmente in francese che cancelliera» in Germania. Soltanto cinque anni fa, l'istituzione aveva «respinto» uno «spirito di sistema che tende a imporre, talvolta contro il volere degli interessati, forme come professeure, recteure, ingenieure, procureure... che sono contrarie alle regole ordinarie di derivazione e costituiscono vere barbarie».

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