1 Marzo Mar 2019 1408 01 marzo 2019

In Argentina una bambina 11enne è stata costretta a partorire dopo uno stupro

Abusata dal compagno della nonna, è stata sottoposta a un parto cesareo al termine di una battaglia legale con le autorità locali contrarie all'aborto. Su Twitter mobilitazione delle attrici contro l'orrore di questa storia.

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Una storia agghiacciante arriva dall'Argentina, dove una bambina di undici anni, violentata mesi fa dal compagno 65enne di sua nonna a Tucuman, nel nord del Paese, è stata sottoposta a un parto cesareo al termine di una vera e propria battaglia legale con le autorità locali contrarie all'aborto. Aveva chiesto ben otto volte di interrompere la gravidanza, frutto dell'orrore di quelllo stupro. Un diritto che non le è stato concesso: la piccola ha dato alla luce un neonato del peso di 600 grammi che è stato posto in una incubatrice in respirazione artificiale, e che secondo i sanitari ha pochissime speranze di sopravvivere.

IN ARGENTINA L'ABORTO È ANCORA ILLEGALE (MA NON IN CASO DI STUPRO)

L'Argentina non ha una legislazione che regola l'interruzione della gravidanza (ad agosto 2018 il Senato ha bocciato la legalizzazione dell'aborto dopo una lunga battaglia delle donne nel Paese), ma nel 2012 la Corte suprema aveva stabilito con una sentenza che in caso di evidente situazione di stupro l'aborto può essere realizzato senza conseguenze penali per la madre e per il medico che lo ha procurato. Va detto però che la provincia conservatrice di Tucuman è una delle più arretrate del Paese e che gli organismi dipendenti dalla Provincia hanno cercato in tutti i modi di imporre in questa storia, pur in presenza di rischi evidenti nel portare avanti la gravidanza di una bambina in tenera età, una pratica dilatoria che permettesse di «salvare le due vite».

LE RICHIESTE DELLA BAMBINA INASCOLTATE

Ma Lucia (nome di fantasia per tutelare la sua privacy), ha rivelato il quotidiano Pagina 12, aveva dichiarato senza mezzi termini a una psicologa di non voler tenere il bambino: «Voglio togliermi questa cosa che mi ha messo dentro il vecchio», ha detto con le parole di chi non ha piena consapevolezza di quello che sta vivendo, vista la sua età di bambina. Inoltre, sua madre aveva firmato il consenso per praticare l'interruzione della gravidanza, giunta però nel frattempo alla 23esima settimana. Alla fine, per l'intervento anche di movimenti di donne e di Amnesty International, il parto cesareo è stato praticato martedì nell'Ospedale 'Eva Perón', dove la bambina è ancora ricoverata non in pericolo di vita.

IL RACCONTO DELLA GINECOLOGA

La ginecologa argentina Cecilia Ousset ha raccontato quanto sia stato complesso e terribile il parto della piccola: «Ieri è stata salvata la vita a quella bambina, che non sarebbe mai dovuta arrivare alla 23 settimane di gestazione. Quando ho visto la bimba di 11 anni che stava giocando con dei giocattoli sul suo letto, mi si sono allentate le gambe». La dottoressa ha detto di aver partecipato insieme al marito, il dottor Giuseppe Gijena, entrambi del settore privato, all'ospedale pubblico dopo essere stati convocati dal ministro della Salute per una pratica di emergenza. «La bambina aveva 17/12 di pressione sanguigna, era in una situazione di emergenza. Per toglierle i vestiti è stato necessario sedarla. È umanamente impossibile costringere il corpicino di una bambina a portare avanti una gravidanza arrivata alla 23esima settimana gestazionale. Era impossibile che continuasse la gravidanza perché la bambina stava per morire». Ma quando la ginecologa e il marito sono arrivati in ospedale l'incubo non era finito, racconta. «Tutti si sono dichiarati in quel momento obiettori di coscienza, con una bambina di 11 anni, con un'alta pressione sanguigna, violentata, disperata e a rischio di vita. Anche l’anestesista di guardia si è dichiarato obiettore di coscienza. Ho dovuto coinvolgere mio marito, medico anche lui del settore privato e un anestesista di un altro reparto. Erano tutti fuori a chattare sui social network e a distorcere quello che stava succedendo, non prestando soccorso a una bambina che stava morendo e che non sarebbe mai dovuta arrivare alla 23esima settimana. L’intervento è andato bene, ma la bambina è fortemente traumatizzata e rivittimizzata da una legge patriarcale. All’uscita dalla sala operatoria la polizia ha preso i nostri dati».

HA TENTATO IL SUICIDIO

«Quella bimba non solo è stata vittima di stupro e per questo ha già tentato di uccidersi due volte, ma correva gravi rischi per la sua salute nel portare avanti quella gravidanza», ha denunciato Soledad Deza, rappresentante dell'associazione Women for Women che ha denunciato pubblicamente l'accaduto, ricordando che la ragazzina aveva esplicitamente chiesto di poter abortire.

UN DRAMMA IN UN DRAMMA FAMILIARE

La vicenda si è sviluppata all'interno del dramma umano vissuto da Lucia che un tribunale aveva sottratto sei anni fa alla madre, dopo che il partner con cui viveva aveva abusato delle sue due figlie maggiori. Il giudice l'aveva all'epoca affidata alla nonna ed al suo compagno, credendo che questo la mettesse al riparo dal vivere ulteriori esperienze dolorose. Ma così non è stato perché in autunno, trovatosi solo con lei nella casa di Tucuman, l'uomo non aveva esitato ad usarle ripetutamente violenza.

LA CAMPAGNA #NINASNOMADRES DELLE ATTRICI SU TWITTER

Su Twitter, attiviste, giornaliste e donne comuni stanno protestando contro l'orrore che ha dovuto subire Lucia, e contro uno Stato che si è dimostrato menefeghista di fronte a un tema tanto delicato e assente. Mariana Carbajal, giornalista e attivista femminista che per prima ha raccontato la storia di Lucía, ha invece scritto che «Tucumán l'ha trattata come un recipiente, un'incubatrice». E moltissime attrici argentine, da Thelma Fardin a Celina Font, hanno lanciato la campagna #NinasNoMadres (Bambine, non madri), postando le foro di loro a 11 anni, spensierate come delle bambine dovrebbero essere. Non come Lucia, che è stata costretta a veder nascere il frutto di uno stupro, e dovrà fare i conti con questa sofferenza per tutta la vita.

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