27 Febbraio Feb 2019 1525 27 febbraio 2019 Aggiornato il 28 febbraio 2019

Perché un albo professionale delle prostitute sarebbe inutile

Via libera in Veneto alla proposta di legge avanzata sulla legalizzazione. L’obiettivo? Eliminare ogni genere di sfruttamento. Ma Pia Covre e Giulia Blasi non la vedono così: ci hanno spiegato perché.

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Albo Professionale Prostitute

AGGIORNAMENTO DEL 28 FEBBRAIO: La V commissione del Consiglio regionale del Veneto ha dato il via libera alla proposta di legge avanzata da Antonio Guadagnini di Siamo Veneto sulla legalizzazione della prostituzione. Ora toccherà al Consiglio regionale approvare il testo, che poi verrà trasmesso al parlamento nazionale.

La prostituta? È un mestiere come un altro. Chi lo esercita, dunque, deve versare i contributi, emettere fatture e, soprattutto, pagare le tasse. Non solo: secondo l’esponente indipendentista di Siamo Veneto Alberto Guadagnini dovrebbero anche essere iscritte in un albo professionale. È questo, infatti, il ‘succo’ della proposta di legge presentata a metà febbraio 2019 all’Assemblea regionale veneta. Il testo in discussione prevede l’istituzione da parte di ogni Comune di uno specifico albo, curato da un ufficio creato ad hoc, in cui verrebbero indicate le generalità complete delle prostitute, libere di cancellarsi una volta terminata l’attività. Al contrario, le professioniste iscritte sarebbero tenute alla totale riservatezza sull’identità dei clienti. L’obiettivo della proposta di legge, ha spiegato Guadagnini, mira a eliminare ogni genere di sfruttamento, in quanto le attuali norme in materia «non sono riuscite a debellare il fenomeno che, anzi, è dilagato in strada», mentre le case chiuse «si sono trasformate in appartamenti, stanze d'albergo, automobili». Un albo professionale, insomma. Può essere questa la panacea di tutti i mali per quanto riguarda un settore quantomai variegato, che comprende effettivamente giovani sfruttate ma anche professioniste totalmente indipendenti? E se non lo è, quale sarebbe al contrario un provvedimento davvero utile? Lo abbiamo chiesto a Pia Covre, fondatrice del Comitato per i diritti civili delle prostitute, e alla scrittrice e femminista Giulia Blasi.

UN SETTORE VARIEGATO

Secondo i dati della commissione Affari sociali della Camera, sono più di 70 mila le donne che esercitano il mestiere in Italia. Duemila le minorenni, altrettante le ragazze ridotte in schiavitù. Tuttavia, dovremmo allargare un po’ l’orizzonte, come sottolinea Pia Covre: «Ci sono donne, uomini e trans, italiani e migranti, comunitari e non. Le condizioni di lavoro possono essere molto diverse: dalla strada al web, è possibile avere incontri virtuali o reali, senza dimenticare i vari locali di intrattenimento e benessere». Sulla stessa lunghezza d’onda Giulia Blasi, che ritiene «ridicola» la proposta, che «mina a colpire ulteriormente chi si prostituisce senza fare alcuna differenza fra le vittime di tratta e le donne che scelgono liberamente questo lavoro».

INTERESSANO I LORO SOLDI

È certamente sbagliato fare di tutta l’erba un fascio. Al di là di questo, perché un albo professionale non servirebbe? «Perché presuppone una professionalità, corsi di aggiornamento, fatture con prestazioni dettagliate», spiega Giulia Blasi: «È facile capire come tutto questo sia difficilmente realizzabile in un Paese che non ha alcun interesse a tutelare le sex worker, ma solo ed eventualmente a controllarle per spremerle dal punto di vista economico». Per Pia Covre, si tratta di «argomenti ottimi per le campagne elettorali, con i politici che si preoccupano solo di far sparire la prostituzione di strada e tirar su un po’ di soldi dalla tassazione». Insomma, altro che eliminazione dello sfruttamento; il vero obiettivo è della proposta è il portafoglio delle prostitute: «Viene dalla Lega, che da anni propone di smantellare la legge Merlin non per difendere le donne, ma per fare soldi sulla loro pelle», chiosa la scrittrice.

NO ALLA SCHEDATURA

A proposito di legge Merlin, a Pia Covre sorge un dubbio: «Contro la prostituzione si è creato negli ultimi anni un apparato repressivo che la mette al bando insieme ai suoi ‘attori’, rendendo ogni giorno più insicuro il nostro lavoro. È una strategia forse per indurci a ritirarci nei ‘casini’ che immaginano di poter organizzare per noi?». Quanto alla proposta di legge, secondo la fondatrice del Comitato per i diritti civili delle prostitute la «schedatura» non ha ragione di essere fatta in un albo di categoria: basta guardare alla Germania, dove nel 2017 è stata varata un’iniziativa analoga che si è rivelata un fallimento, con appena settemila registrazioni su un totale di 200 mila lavoratrici. «La tutela della privacy sarebbe particolarmente importante per chi offre servizi sessuali e anche per chi li compra», spiega Covre, a differenza dei «controlli sanitari obbligatori, inutili e soprattutto dannosi sul piano della prevenzione sanitaria perché inducono i clienti a non proteggersi dalle infezioni».

DI COSA C’È DAVVERO BISOGNO

Più che un albo, il Comitato per i diritti civili delle prostitute vorrebbe la cancellazione del reato di favoreggiamento: «Lo stiamo chiedendo da 30 anni, perché impedisce alle persone che fanno questo lavoro di avere una vita sociale». Come spiega Pia Covre, chi affitta appartamenti alle prostitute, chi le accompagna al lavoro e persino chi fa le pulizie degli spazi i cui ricevono i clienti può incorrere in seri problemi: «In passato sono stati arrestati i mariti che portavano al lavoro le mogli e altri sono stati denunciati per sfruttamento, quando invece vivevano insieme con i guadagni del sex work. Vi pare normale?». No, in effetti c’è qualcosa che non va. E difficilmente un albo risolverà ogni problema e controsenso: «Continuiamo a dire che fare la prostituta è legale e lo Stato pretende di farci pagare le tasse già ora. Ma se hai una casa in affitto per lavorare te la sequestrano e la chiudono, se lavori in strada ti multano insieme ai tuoi clienti, senza parlare di tutte le rappresaglie delle Forze dell’Ordine, che fanno retate obbligandoti a scappare continuamente». Per Giulia Blasi, «una proposta di legge che regoli la prostituzione e tuteli le lavoratrici del sesso sarebbe cosa giusta, ma andrebbe fatta con la partecipazione delle donne interessate». Il vero obiettivo ? Dovrebbe impedire alla criminalità organizzata «di usare i bordelli come mezzo di riciclaggio del denaro sporco, riempiendoli di prigioniere e mettendole a disposizione di chiunque desideri farne uso, come oggetti». Ogni prostituta, diventata lavoratrice autonoma e non più schiava, spiega la scrittrice, «dovrebbe essere in grado di scegliersi i clienti, fare il suo prezzo e lavorare in sicurezza, senza timore di essere messa ai margini della società».

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