13 Febbraio Feb 2019 1727 13 febbraio 2019

Chhaupadi, la tradizione che uccide le donne con le mestruazioni

Nei giorni del ciclo, molte donne nepalesi sono costrette ad andare in esilio in capanne apposite, perché considerate impure. Da dove nasce questa assurda pratica e cosa dice la legge?

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Mestruazioni Nepal Esilio Chhaupadi 2

Tulasi Shahi aveva 18 anni ed è stata uccisa dal morso di un serpente velenoso, oltre che, probabilmente, dal terrore. Roshani Tiruwa a 15 anni è morta soffocando tra le esalazioni di un fuoco costruito come meglio poteva per scaldarsi. Una ragazza di 11 anni, infine, non è sopravvissuta a un attacco di dissenteria e disidratazione. Tre storie apparentemente diverse ma che hanno come filo conduttore il luogo in cui sono avvenute: una capanna angusta costruita nel giardino di casa con qualche pietra, una manciata di terra e un po’ di paglia. È lì che, secondo l’usanza nepalese del chhaupadi devono vivere le donne di tutte le età durante i giorni del ciclo mestruale. A riaccendere i riflettori su questo tipo di violenza meno noto di altri ma tutt’altro che di nicchia è stata la notizia dell’ennesima ragazza morta, avvenuta a inizio febbraio a causa del fuoco appiccato per difendersi dal gelo di zone non distanti dall’Himalaya.

UN PRECETTO INDUISTA

Dalle parole nepalesi che significano letteralmente qualcuno che porta impurità, il chhaupadi è un’aberrante tradizione che affonda le radici nell’induismo e che risulta diffusa in diverse parti del Paese, soprattutto quelle occidentali meno densamente popolate e nelle quali gli abitanti vivono in maggiore situazione di arretratezza culturale ed economica. Alla base del fenomeno, la credenza che una donna nei giorni delle mestruazioni e in quelli dopo il parto sia impura e possa contaminare cose e persone. Non può toccare un uomo altrimenti questo si ammalerebbe, né un animale onde evitare di farlo impazzire, né un cibo che diventerebbe immediatamente velenoso. Vietatissimo anche recarsi a scuola o lavarsi se non nei corsi d’acqua naturali come i fiumi perché servirsi di quella dei pozzi ne pregiudicherebbe la potabilità. Anche l’ingresso nella propria abitazione è quasi sempre bandito, in caso contrario potrebbero verificarsi sciagure di ogni tipo, da morti di familiari, a tempeste, ad attacchi di animali feroci. E proprio quest’ultimo veto è all’origine dell’esilio, ritenuto necessario.

CINQUE GIORNI AL MESE IN UNA CHAUPADI GOTH

Quando il primo accenno di sangue mensile appare le donne sanno già cosa fare: devono raccogliere le poche cose che possono e trasferirsi in capanni angusti e senza finestre chiamati chaupadi goth. Privi anche delle più basilari norme igieniche, questi posti non hanno nemmeno un letto e chi vi soggiorna è costretta a dormire e riposarsi su un po’ di paglia buttata sul pavimento, riparandosi solo con una leggera coperta. Alle più fortunate, se così si può dire, è concesso restare dentro la propria casa anche in quei giorni, purché rimangano confinate in una stanza separata chiamata baithak. Le altre invece devono fare i conti con il freddo, i tanti animali selvatici che si aggirano in quelle zone e soprattutto la violenza degli uomini visto che non è raro che alcuni di loro, a volte anche in preda ai fumi dell’alcol, si infilino nelle capanne e stuprino senza pietà le ragazze che si trovano all’interno.

Una donna in una capanna 'chhaupadi house' nel viallaggio di Achham, a 800 chilometri da Kathmandu, in Nepal.

QUANTE DONNE SONO COINVOLTE?

Numeri ufficiali della diffusione del fenomeno non esistono, né tanto meno delle vittime che ne conseguono. Se per quanto riguarda l’intero Nepal le stime di chi lo pratica dovrebbero aggirarsi attorno al 20%, secondo un rapporto dell’ONU pubblicato nel 2011 nella aree occidentali del Paese i numeri si impennerebbero notevolmente, fino ad arrivare al 95% delle donne. Il chhaupadi sembra essere in vigore anche in alcune zone dell’India e del Bangladesh anche se in misura minore.

COSA DICE LA LEGGE

La pratica dell’esilio mestruale in Nepal è vietata dal 2005 ma fino a un paio d’anni fa non erano previste pene per chi lo praticasse o inducesse a farlo, quindi di fatto il divieto è passato inosservato. Cosa rimasta pressoché invariata anche a seguito di quanto deciso dal Parlamento nell’agosto 2017, ovvero la formalizzazione di una pena che prevede tre mesi di carcere e una multa per chi costringa le donne all’isolamento mensile. Una presa di posizione che non sembra essere stata quella decisiva, anche per un motivo molto semplice: nella maggior parte dei casi le donne non sono obbligate a compiere un’azione contro la propria volontà visto che sono le prime ad essere convinte di poter mettere in pericolo la vita delle persone che amano nei giorni del ciclo. Questo fa sì che la loro sia di fatto una reclusione quasi sempre volontaria e consapevole.

Una donna in una capanna 'chhaupadi house' nel viallaggio di Achham, a 800 chilometri da Kathmandu, in Nepal.

QUALCOSA PERÒ STA CAMBIANDO

Nemmeno le ipotetiche conseguenze legali, quindi, sono in grado da sole di scoraggiare chi ancora oggi privilegia l’applicazione di antiche leggi divine che altro non sono se non uno dei modi peggiori per far sentire la donna in colpa di essere ciò che semplicemente è: donna appunto. Fortunatamente però in alcuni villaggi chi governa sta provando a cambiare le cose facendo leva su altre corde, come racconta il Guardian. Nel villaggio di Dilu Bhandari, infatti, per accedere ad aiuti economici statali di qualunque genere nessun membro femminile della famiglia deve essere protagonista di questa barbarie. «Chiunque venga nel mio ufficio per ottenere servizi da parte del Governo come assistenza, sussidi, indennità mediche, assegni di vecchiaia, registrazioni di nascite, cittadinanza, prestiti e molto altro deve essere in grado di dimostrare di non farlo. A chi ammette il contrario invece chiediamo di distruggere la capanna che usa e di tornare solo dopo averlo fatto», spiega Janak Bhandari, una sorta di presidente del villaggio che si trova nel distretto di Achham, uno dei quali la tradizione del chhaupadi è più radicata. Una chiave di risoluzione del problema che sembra funzionare visto che da quando la si utilizza pare che la diffusione sia scesa del 20%. Un ottimo strumento di partenza ma che da solo non potrà mai vincere una guerra da combattere con l’unica arma in grado di sconfiggerla: l’educazione, come stanno provando a fare nel distretto di Dadeldhura, dove vengono tagliati fondi e negato il diritto di accedere a diversi servizi a chi non manda le proprie figlie a scuola. Un luogo anch’esso fatto di mura tra le quali stare obbligatoriamente diverse ore al giorno, ma non per vivere in isolamento, bensì per imparare come farlo da donne libere.

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