8 Febbraio Feb 2019 1743 08 febbraio 2019

La storia delle «donne conforto» coreane

Venivano rapite con l'inganno e costrette a diventare schiave sessuali dei militari giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale. Kim Bok-dong fu la prima di loro a rompere il silenzio sugli abusi subiti.

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Donne Conforto Giappone Kim Bok Dong

Molti dei Paesi asiatici sono ancora caratterizzati da una forte disparità di sesso. Le donne subiscono spesso trattamenti discriminatori, costrette a sottostare all’egemonia gerarchica maschile. In Corea del Sud questa sembra essere la prassi e le battaglie femministe in atto vengono accolte con ostilità e disappunto dalla società. In un’epoca definita «civile», si contano ancora molti casi di ingiustizie, molte delle quali restano anonime e sconosciute. Una voce che ha aspettato oltre 40 anni per farsi sentire, è quella delle «donne conforto», chiamate così per l’orribile ruolo da schiave sessuali che erano costrette a ricoprire. Il termine infatti fa riferimento alle 200 mila ragazze coreane, indonesiane, cinesi, filippine e taiwanesi che furono obbligate «servire» i militari giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale.

GLI ABUSI INFLITTI ALLE «DONNE CONFORTO»

Le giovani ragazze venivano prelevate dalle loro case con la forza e con l’inganno, attirate da false promesse di impieghi lavorativi. Ma dietro si celava un destino: contro la loro volontà, venivano smistate in «centri di conforto» nei vari territori dove si appoggiavano le basi militari giapponesi, con lo scopo di soddisfare le esigenze sessuali dei soldati. Delle vere e proprie schiave del sesso ridotte senza forze dai molteplici rapporti quotidiani che dovevano affrontare (a volte più di 50). Molte delle giovani rapite si tolsero la vita e non tornarono mai più a casa, mentre la maggior parte delle sopravvissute soffrì le cause dei traumi ricevuti, ad esempio l’infertilità. Le eventuali gravidanze venivano risolte con l’aborto obbligatorio e non c’era nessun a pietà vero questa violenta mercificazione. Una pratica atroce e umiliante che ha scatenato negli anni numerose manifestazioni di protesta.

LE BATTAGLIE FEMMINISTE CONTRO IL GIAPPONE

Ogni mercoledì da oltre 30 anni le donne scendono in piazza con animate contestazioni che rivendicano il diritto di essere supportate. E la questione tra la popolazione femminile della Corea del Sud e il Giappone è ancora irrisolta, nonostante gli accordi firmati dai due governi. Un dramma di tale portata non si può dimenticare né può finire nel dimenticatoio senza i dovuti risarcimenti (morali prima che economici). Nel 2015, Tokyo si impegnava ad un risarcimento pari a 9,2 milioni di dollari, da versare in un fondo alla città di Seoul destinato ad aiutare le vittime. In cambio la richiesta era quella di togliere la statua in bronzo posta davanti all’ambasciata coreana come tributo alle giovani violentate. Molte si schierarono contro questo accordo, ponendo l’accento su una violenza in primis di tipo morale che merita di entrare nella memoria collettiva e nei libri di storia. Sono sempre meno le donne in vita che possono testimoniare i trattamenti atroci che hanno dovuto sopportare. E proprio l’attivista di punta nonché paladina delle «donne conforto» si è spenta a 92 anni. Si chiamava Kim Bok-dong e fu la prima a raccontare degli stupri.

Kim Bok-dong, la prima «donna conforto».

CHI ERA KIM BOK-DONG

Kim Bok-dong venne rapita all’età di 14 anni con la scusa di un posto di lavoro in una fabbrica cinese. Inizialmente considerata troppo giovane, dopo qualche accertamento fu poi ritenuta idonea a soddisfare i militari, finché non riuscì a scappare, rischiando la vita, su una barca di rifugiati diretta in Corea. Divenne la prima «donna conforto» conosciuta pubblicamente, dopo che trovò il coraggio di rompere il silenzio negli anni 90. Nel 2012 fondò, insieme a una compagna, The Butterfly Fund (il fondo della farfalla) per sostenere le vittime di violenza sessuale. Fu una delle oppositrici all’accordo governativo con il Giappone, ritenendolo sminuente e meramente economico. Durante il suo corteo funebre è stata omaggiata da una grande folla per l’impegno dimostrato nel tempo. Un attivismo mai abbandonato neanche in età avanzata.

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