31 Gennaio Gen 2019 2133 31 gennaio 2019 Aggiornato il 13 febbraio 2019

Un anno senza Pamela, il punto sulla vicenda e il ricordo dei genitori

Il 13 febbraio è iniziato il processo a Macerata. Tensione in aula dove sono presenti sia i genitori che Innocent Oseghale, il pusher nigeriano accusato di stupro, omicidio, vilipendio e occultamento di cadavere.

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Un diverbio per il rifiuto di sesso estremo e una caduta, battendo la testa, la violenza sessuale mentre Pamela era in stato di semi-incoscienza, l'aggressione e l'accoltellamento, seguito da altri colpiti di coltello e dal sezionamento del cadavere. È stato l'atroce racconto delle ultime ore di vita di Pamela Mastropietro, la 18enne romana il cui cadavere fatto a pezzi fu trovato un anno fa nelle campagne di Pollenza. Il processo a carico di Innocent Oseghale, pusher nigeriano 30enne accusato di stupro, omicidio, vilipendio e occultamento di cadavere è iniziato mercoledì 13 febbraio a Macerata.

IL PROCESSO A PORTE APERTE A MACERATA

Palloncini colorati a forma di cuore con la scritta Pamela, sono stati liberati dai familiari della ragazza prima dell'udienza della Corte d'Assise a Macerata a carico di Oseghale. Tangibile la tensione emotiva in aula dove sono presenti il padre e la madre della vittima, Stefano Mastropietro e Alessandra Verni, affiancati come parti civili dall'avvocato e zio della giovane, Marco Valerio Verni, nei banchi retrostanti quello che ospita l'imputato, anche lui presente a fianco dei suoi legali. Il Palazzo di Giustizia è presidiato dalle forze dell'ordine e ingresso limitato nell'aula per il processo, che per ora è a porte aperte. Prima dell'udienza, in cui la difesa sta illustrando questioni preliminari, la madre di Pamela, che indossa una maglietta rosa con la foto della figlia con in testa una corona, ha cercato insistentemente lo sguardo di Oseghale che si trovava dentro il gabbiotto, senza essere ricambiata. «Mi ha guardato? No non ha le p...», ha detto la madre della ragazza. Fuori dal tribunale alcuni amici della famiglia di Pamela hanno esposto striscioni con le scritte «Giustizia per Pamela» e «Pamela vive».

Palloncini liberati dai familiari di Pamela Mastropietro prima dell'udienza della Corte d'Assise a Macerata.

IL RACCONTO DI UN TESTIMONE

Il raccapriccante racconto dell'omicidio di Pamela era stato fatto a fine gennaio 2019 su RaiUno nella trasmissione Storie Italiane dalla moglie di un testimone, un collaboratore di giustizia con cui Oseghale, presunto assassino della ragazza, si sarebbe confidato in carcere. «Pamela», ha raccontato ancora la donna, «il giorno in cui se ne andò dalla comunità, pagò la droga a Desmond Lucky (uscito dall'inchiesta per omicidio, ma sotto processo per spaccio) con una collanina d'argento che le aveva regalato la mamma. Oseghale le diede due euro per comprare la siringa».

GLI ULTIMI DETTAGLI DELL'OMICIDIO

Desmond, ha raccontato ancora la testimone, svoleva un rapporto a tre, ma la ragazza si rifiutò, respingendolo e «lui le diede uno schiaffo facendola cadere e battere la testa. Desmond se ne andò e a quel punto Oseghale abusò di lei e quando Pamela si riprese minacciò di chiamare la polizia e si avvicinò alla porta per scappare. Cercò di difendersi graffiando Oseghale al collo. Lui, in preda alla rabbia, l'accoltellò, poi uscì di casa per cercare Desmond. Voleva farsi aiutare, ma Desmond si rifiutò. Oseghale tornò a casa convinto che Pamela fosse morta. Quando si accorse che non era così la colpì di nuovo e poi iniziò a sezionare il corpo per nasconderlo in due valigie».

L'OMBRA DELLA MAFIA NIGERIANA

La donna, la cui identità è stata celata per ragioni sicurezza, ha spiegato che il marito aveva incontrato Oseghale nel carcere di Marino del Tronto ad Ascoli Piceno a luglio: dopo un'aggressione iniziale, il nigeriano si sarebbe confidato con il collaboratore di giustizia, promettendogli 100 mila euro in cambio di aiuto. Ma l'uomo a quel punto avvisò un ispettore del carcere e un brigadiere. «Oseghale rivelò a mio marito di essere un referente della mafia nigeriana a Macerata», ha detto ancora la donna, «e di appartenere a un gruppo criminale chiamato Black Cats. Gli fece vedere dei segni incisi sull'addome, simbolo di affiliazione a questa organizzazione criminale nigeriana. In carcere aveva molta disponibilità economica. Gli disse anche che lui era ritenuto insospettabile in quanto compagno di una ragazza italiana».

IL RICORDO PER TE, DOLCE FIGLIA NOSTRA. Tra qualche ora, non si sa perchè, ti saresti allontanata, quel maledetto 29...

Geplaatst door La voce di Pamela Mastropietro op Dinsdag 29 januari 2019

LA RABBIA DELLA MADRE

Nel corso della stessa trasmissione la madre di Pamela, Alessandra Verna, ha lanciato un messaggio proprio contro il presunto omicida: «Parla perché tanto non hai scampo, né tu, né i tuoi complici». Qualche giorno prima, il 29 gennaio Verna insieme al marito avevano pubblicato una lunga lettera alla figlia: «Tra qualche ora, non si sa perchè, ti saresti allontanata, quel maledetto 29 gennaio di un anno fa, da quella comunità: lì eri entrata per ricominciare a camminare, invece da lì sei andata incontro al tuo atroce destino», hanno scritto. «Ti hanno dato della tossica, della prostituta, della poco di buono: per noi sei e sarai sempre una figlia a cui, nonostante le difficoltà, abbiamo voluto un bene infinito. Sbagliando sicuramente, ma cercando anche aiuto in chi, più forte di noi, si è girato indietro nell'indifferenza dei numeri», continua il post. «Tu sei stato un soldato, e sei stata promossa sul campo a comandante. Noi ti seguiremo. E non ci importerà la fine che faremo. Perchè, dopo aver visto come ti hanno ridotto, nulla può spaventarci di più».

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