21 Gennaio Gen 2019 1411 21 gennaio 2019

Storia della Women’s March e di come è cambiata la protesta

Pensata nel 2016 da una giudice in pensione, è arrivata in 200 città del mondo. Ma in due anni la partecipazione è diminuita e la terza edizione è stata frammentata.

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Womens March 2019 Storia

Sono passati esattamente due anni dalla prima Women’s March, giunta nel 2019 alla terza edizione un po’ in affanno a causa dei dissidi interni dovuti alla vicinanza dei vertici del movimento con la Nation of Islam, denunciati dalla cofondatrice della manifestazione Teresa Shook. Per quanto riguarda la partecipazione, è stata importante ma con numeri meno imponenti che in passato: colpa appunto del germe dell’antisemitismo, che ha frazionato la marcia in tante piccole marce, ma anche (almeno negli Stati Uniti) delle temperature polari e della vittoria dei democratici alle elezioni di midterm, quando invece quella di Donald Trump era stata il ‘motore’ della prima Women’s March, che aveva potuto contare sulla voglia di scendere in piazza dei progressisti d’America. Preso atto del calo dei manifestanti, che sembra una costante, a questo punto verrebbe quasi da sperare in una quarta edizione, a inizio 2020, con pochissimi partecipanti. Per buoni motivi, però: gender gap cancellato, diritti raggiunti, femminicidi azzerati, misoginia repressa. Con questa speranza, ripercorriamo la storia della Women’s March.

NATA GRAZIE A UNA GIUDICE IN PENSIONE

La Women’s March nasce grazie a Teresa Shook, nonna di quattro nipotini e giudice in pensione originaria dell’Indiana che l’8 novembre, nella sua casa alle Hawaii, non riesce a prendere sonno: gli americani hanno appena consegnato le chiavi della Casa Bianca al misogino Donald Trump. In testa le frulla un pensiero: «Dobbiamo marciare, dobbiamo far capire che non ci stiamo». Lo scrive così sul sul gruppo privato di Facebook Pantsuit Nation, formato da supporter di Hillary Clinton, e poi decide di creare un evento, condiviso prima da pochi amici, poi da sempre più persone e infine linkato in gruppi di matrice femminista. Alla fine, va a dormire. Il mattino successivo scopre che 300 mila persone sono interessate al suo evento: dal suo buen retiro di Maui, Teresa Shook ha lanciato una palla di neve che nel giro di una notte è diventato una valanga.

Un momento della Women's March di Berlino il 19 gennaio 2019.

Appare subito chiaro che sì, l’evento si farà. Serve un nome, che dall’iniziale Million Women March diventa Women’s March on Washington, e qualcuno che lo organizzi. Entrano dunque in gioco attiviste come Vanessa Wruble, fondatrice di Okayafrica e l’ex Miss New Jersey Janaya Ingram, che si incarica della logistica, mentre per il comitato direttivo vengono scelte quattro donne molto diverse, per evitare una leadership troppo ‘bianca’ e rappresentare così le varie anime d’America: l’afroamericana Tamika Mallory, a capo della no-profit National Action Network, la latina Carmen Perez, leader del gruppo di azione politica The Gathering for Justice, Bob Bland, fashion designer bianca attenta alla manifattura etica, e Linda Sarsour, direttrice dell’Arab American Association di New York. Insieme al numero dei partecipanti, si amplia anche lo scopo della marcia, o meglio delle marce, annunciate in altre città, che dovranno sensibilizzare l’opinione pubblica anche su disparità razziale, diritti LGBT, problemi dei lavoratori e questione ambientale.

LE DICHIARAZIONI ANTISEMITE E IL POTERE DELLE DONNE BIANCHE

La prima riunione tra le organizzatrici, reale e non virtuale, avviene il 12 novembre 2016 a New York. Secondo diverse fonti, è in questa occasione che Mallory e Perez si lasciano andare per la prima volta a dichiarazioni antisemite, influenzate dalla lettura di The Secret Relationship Between Blacks and Jews: scritto dal leader della Nation of Islam Louis Farrakhan, il libro denuncia un complotto ai danni degli afroamericani da parte degli ebrei, colpevoli addirittura di aver organizzato la tratta degli schiavi. Un ‘incidente’ silenziato in qualche modo e tornato recentemente alla ribalta, ma sempre smentito da Mallory e Perez: al massimo, ammetteranno di essersi lamentate del potere assunto dalle donne bianche, poco interessate a coinvolgere figure femminili black e brown.

Una foto della Women's March di Londra il 19 gennaio 2019.

DAGLI USA A 200 CITTÀ IN 80 PAESI DEL MONDO

Accantonato l’incidente di percorso, le organizzatrici appaiono compatte e riescono a raccogliere adesioni da parte di molti volti noti, come Scarlett Johansson, Gloria Steinem, Ashley Judd, Michael Moore, tutti nel ruolo di speaker (e non si contano i vip che si metteranno letteralmente in marcia), e l’appoggio di associazione come Amnesty International, Greenpeace, Oxfam, American Indian Movement, Planned Parenthood e Human Rights Watch, tutti partner della manifestazione. Che, dagli Stati Uniti, nel frattempo si allarga a quasi 200 città di oltre 80 Paesi, Italia compresa. Alla fine, a Washington sfilano più di 500 mila persone: è dai tempi della Guerra del Vietnam che la Casa Bianca non si trova a ‘fronteggiare’ una protesta di tali dimensioni. I numeri si abbassano nella seconda edizione, ma la partecipazione rimane alta complice un 2017 che ha visto la nascita dei movimenti #MeToo e Time's Up.

Il 19 gennaio 2019 si tiene poi la terza edizione della Women’s March, come detto frammentata e con un calo delle presenze: a Washington, ad esempio, scendono in strada in 100 mila. Come in passato, partecipano molti vip e volti della politica, come Alexandria Ocasio-Cortez, la donna più giovane mai eletta al congresso, che sale sul palco a New York esaltando il potere delle donne e il bisogno di lottare compatte verso obiettivi comuni: «Essere educati non significa stare zitti. Questa è giustizia. Molto spesso la cosa più giusta è far notare cosa non va».

In occasione della terza Women’s March, LetteraDonna ha provato a intervistare Teresa Shook, Tamika Mallory, Carmen Perez, Bob Bland e Linda Sarsour. Solo la prima ci ha risposto. A causa di seri problemi famigliari non è stata in grado di parlare con noi, ma ha comunque voluto rilasciare questa dichiarazione.

Teresa Shook, fondatrice della Women's March.

Come fondatrice della prima Women’s March, so in prima persona che evento storico sia stato. Dovrebbe essere onorato e celebrato. Ha cambiato delle vite, ha spinto le donne e i loro alleati ad assumersi responsabilità per quanto riguarda chi li governa, a opporsi ai problemi che li riguardano, e ad aprire la strada a un futuro migliore per le donne e tutte le persone. In quel giorno, il meglio dell'umanità si è unito in solidarietà per stare fianco a fianco per un mondo migliore. Le donne hanno trovato la loro voce collettiva. Basta guardare ai nuovi membri eletti alla Camera dei Rappresentanti e al gran numero di donne che hanno vinto nelle elezioni statali per capire l'impatto del Movimento. La diversità degli eletti comincia a riflettere la diversità di questa grande nazione. Ma c'è ancora molto da fare, a partire dall’uguaglianza razziale e dal modo in cui comunichiamo quando bisogni e ideologie differiscono. Credo che tutti possiamo essere d'accordo sul fatto che non vogliamo che la retorica odiosa e divisiva dell’attuale amministrazione sia la norma in una società democratica. Noi, come donne, dobbiamo trovare un modo per promuoverci, sostenerci e potenziarci l'un l'altra, senza alcuna retorica odiosa anche quando non siamo d'accordo su qualcosa. Abbiamo bisogno di modellare il governo che vogliamo. Dobbiamo prima di tutto essere donne, concentrandoci sui nostri obiettivi comuni e non sulle nostre diversità. Abbiamo tutte gli stessi obiettivi per quanto riguarda equità, giustizia e inclusione sociale, anche se i nostri bisogni sono diversi. Devono essere le donne a guidare questo cammino.

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