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15 Gennaio Gen 2019 1937 15 gennaio 2019

A che punto sono i diritti delle donne in Tunisia

Un Paese contraddittorio, ma più libero di quanto pensiamo. Dove l'aborto è legale dal 1965. E negli ultimi due anni, la legge contro la violenza di genere e la fine della Sharia in termini di successione sono state rivoluzionarie.

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Diritti Donne Tunisia

Uguali e con gli stessi diritti. Partendo dall’eredità. È stato un processo lungo, durato mesi. Ma, alla fine, il risultato politico ha assicurato un vero primato al Paese. Perché dal 23 novembre 2018, la Tunisia, su proposta del suo presidente, Beji Caid Essebsi, ha compiuto una trasformazione sociale che sembrava impossibile. Battere la Sharia, mettendo uomini e donne allo stesso livello in termini di diritto alla successione. La prima volta nel mondo islamico, fin dai tempi dei primi califfati.

LA PARITÀ DI GENERE IN AMBITO EREDITARIO

Il cambiamento è partito il 12 giugno 2018, quando la Commissione sulle libertà individuali e l’uguaglianza (nominata dal presidente) ha pubblicato un rapporto che raccomandava la parità di genere in ambito ereditario. Il 13 agosto, Essebsi ha accolto la richiesta e, nel giro di qualche mese, il suggerimento si è trasformato nella modifica del Codice di Statuto personale, promulgato nel 1956 e in vigore dal 1957. Nella Sharia una donna eredita meno di quanto spetti a un maschio, che sia il padre, il figlio o il fratello non importa. Ma, almeno in Tunisia, questa non è più una regola. In questa circostanza, la Commissione ha anche sollecitato la rimozione della disposizione sul Codice di Statuto personale secondo cui il marito è «il capofamiglia», il che gli conferirebbe vantaggi legali in controversie sulla gestione familiare.

UNO STATO LAICO

Nei mesi scorsi, Essebsi dichiarava che il suo Paese non era uno stato teocratico, ma democratico e laico. E specificava: «Cambiare il Codice di Statuto personale non ha alcun legame con la religione o con il Corano». La nuova misura, infatti, non sembrerebbe contraddire in nessun modo il testo religioso, che, anzi, secondo le interpretazioni a opera dell’esegeta Mohamed Shahrour, spiegherebbe come la donna abbia gli stessi diritti di un uomo. Inoltre, l’articolo 21 della Costituzione tunisina (riscritta nel 2014) stabilisce che «tutti i cittadini hanno pari diritti e doveri e sono uguali davanti alla legge, senza alcuna discriminazione».

CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE

Ma la norma che ha sancito il superamento della Sharia non è il primo esempio di lotta alla disparità di genere nel Paese. Il 26 luglio 2017, il Parlamento ha adottato una legge che combatte la violenza sulle donne e che rafforza gli strumenti legali per proteggere le sopravvissute ai maltrattamenti (in particolare domestici). Ma non solo: la norma ha eliminato anche la disposizione del codice penale che permetteva a uno stupratore di eludere la pena in caso di matrimonio con la vittima. Qualche mese dopo, il 14 settembre 2017, il ministero della Giustizia ha annunciato di revocare una direttiva del 1973 che vietava la registrazione del matrimonio di una donna con un uomo non musulmano. La Tunisia, poi, è da tempo obbligata dalla CEDAW (Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination against Women), di cui fa parte, a rimuovere ogni discriminazione possibile nei confronti delle sue cittadine. E di recente, il 23 maggio 2018, il Parlamento ha approvato anche la ratifica del Protocollo di Maputo, che riguarda i diritti delle donne in Africa e in particolare il diritto alla dignità, alla vita, all’integrità psichica, all’eredità, al possesso della terra, all’istruzione, al matrimonio consensuale, alla contraccezione e all’autonomia della pianificazione familiare.

L’AVANGUARDIA (SUI DIRITTI)

Ma le trasformazioni sociali hanno sempre fatto parte della storia contemporanea della Tunisia. A partire dalle prime forme di libertà secolari istituite nel 1956 dal presidente Habib Bourguiba, che aveva facilitato l’accesso all’istruzione femminile superiore, il diritto a chiedere il divorzio ed embrionali pari opportunità sul posto di lavoro. Il Codice di Statuto personale fu, infatti, il primo documento a forte impatto riformista. Perché abolì la poligamia e la «libertà di ripudio» da parte del marito e decise un’età minima per il matrimonio, ordinando che vi fosse il consenso di entrambi i coniugi. L’anno dopo, nel 1957, alle cittadine fu concesso il diritto di voto e nel 1959 venne data loro la possibilità di accedere alle cariche pubbliche. Nello stesso periodo, la Costituzione sancì il «principio di uguaglianza» che consentì alle donne di entrare nei settori dell’occupazione considerate, all’epoca, non tradizionali, come la medicina, l’esercito o le aree scientifiche, come l’ingegneria per esempio, e di aprire conti bancari in piena autonomia. La contraccezione arrivò presto, nel 1962, e tre anni dopo - prima di molti altre realtà europee e otto anni prima che negli Stati Uniti - nel 1965, venne legalizzato l’aborto.

LE CONTRADDIZIONI

Paradossalmente fu negli anni a venire che emersero contraddizioni sociali che hanno allargato, nel tempo, le differenze tra maschi e femmine. Nel 1993, alcuni movimenti femministi avanzarono la proposta di modificare il Codice di Statuto personale, liberando le donne dall’obbligo di obbedienza ai mariti. Il che faceva sì che fossero tenute a contribuire, in parti uguali, alla gestione degli affari familiari. Ma una clausola del Codice imponeva, comunque, alle donne di «comportarsi con i loro mariti in accordo con il costume e la tradizione».

SULLA PELLE DELLE DONNE

Ma i cambiamenti sociali che hanno attraversato la Tunisia nel corso degli anni hanno inciso, e non poco, sul quotidiano delle cittadine. Partendo dall’utilizzo del velo. Prima del 2011, anno in cui sono iniziati, proprio in Tunisia, i primi movimenti legati alla Primavera araba, il Paese aveva limitato l’utilizzo dell’hijab, anche se la popolazione è al 98% musulmana e le donne, comunemente, lo indossano. In particolare, negli anni, le amministrazioni di Bourguiba e di Ben Ali hanno perseguito l’eliminazione delle tradizioni islamiche nei luoghi pubblici. Una laicizzazione che, però, non ha tenuto conto della libertà personale che ciascuna donna ha di scegliere di indossare o meno il copricapo islamico. Già nel 1981 era stata ratificata la legge che vietava alle cittadine tunisine di portare il velo negli uffici statali. E nel 1985, la stessa norma venne estesa con il divieto anche in tutti gli istituti di insegnamento. Molti anni dopo, nel 2008, Amnesty International denunciava il fatto che le donne erano costrette a togliersi il velo per poter essere ammesse alle scuole pubbliche, nelle università e, più in generale, nei luoghi di lavoro. Un’altra forma di discriminazione.

LE DONNE AL LAVORO

L'apporto femminile al mondo del lavoro, in Tunisia, è stato oggetto di cambiamenti e trasformazioni. Secondo quanto riportato da un documento della World Bank, risalente al 5 aprile 2011, alcune leggi avrebbero limitato la partecipazione lavorativa delle donne, soprattutto in numero di ore e, spesso, con l'obbligo di richiesta di un'approvazione da parte del proprio padre. E, se da una parte, la storia delle donne, in Tunisia, ha mostrato una certa intraprendenza, dall'altra l'universo occupazionale, spesso, ha limitato le libertà delle lavoratrici. Con una conseguenza diretta sul tasso di disoccupazione che, ancora oggi, colpisce più la popolazione femminile rispetto a quella maschile. Ma, nonostante tutto, oggi, le donne ricoprono ruoli in tutte le aree di business, nell'esercito, nelle forze di polizia e nell'aviazione civile e militare. Rappresentano, inoltre, il 72% dei medici, il 27% dei giudici, il 31% degli avvocati e il 40% dei docenti universitari.

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