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Diritto all'aborto

31 Dicembre Dic 2018 0704 31 dicembre 2018

Le cose da sapere su aborto farmacologico e aborto chirurgico

Tempistiche, farmaci utilizzati, day hospital o degenza, effetti collaterali. Una guida preliminare all'interruzione volontaria di gravidanza garantita dalla legge 194. 

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Guida Aborto Farmacologico Chirurgico Ru486 1

La decisione di interrompere una gravidanza non coinvolge solo aspetti sanitari, ma anche sociali e culturali. Prima di tutto però va ribadito che stiamo parlando di un diritto garantito a ogni donna dalla legge 194. Questa guida sintetica sui due metodi, farmacologico e chirurgico, realizzata grazie all’aiuto della dottoressa Elisabetta Canitano, medico della Asl Roma 3 e presidente dell’associazione Vita di Donna, è un primo passo per ottenere le informazioni di base che però, ricordiamo, vanno sempre accompagnate dal parere del medico. Ecco cosa c’è da sapere sulle due procedure abortive.

ABORTO FARMACOLOGICO: LE COSE DA SAPERE

L’aborto tramite la somministrazione della RU486, anche se l’intera procedura prevede l'assunzione di due farmaci, è consentito in Italia dal 2010 e può essere effettuato solo in ospedale sotto il controllo del personale sanitario. È praticato esclusivamente se la gravidanza in utero con amenorrea (l’assenza di ciclo mestruale) è entro i 49 giorni e la datazione ecografica dell’età gestazionale rispetta il limite dei 35 giorni. Diversamente si procede per via chirurgica. Dopo aver ottenuto il certificato di Igv, in ospedale si procede con una fase di accoglienza e di anamnesi sulla storia della paziente - necessaria anche per evitare di andare incontro a controindicazioni - poi si passa alla valutazione medica sulla base delle analisi del sangue e infine all'assunzione della pillola RU486 sempre in presenza di un medico. I farmaci somministrati sono il Mifegyne (conosciuto anche con il nome di RU486) e la prostaglandina. Il Mifegyne blocca gli effetti dell'ormone progesterone interrompendo lo sviluppo della gravidanza. La prostaglandina invece induce contrazioni uterine e provoca l'espulsione dei tessuti embrionali.

LA DISCUSSIONE SULL'OBBLIGO O MENO DI RICOVERO

Sull’obbligo del ricovero o meno è in corso un animato dibattito. L’Aifa (che ha previsto la somministrazione del farmaco solo in ambito ospedaliero) e il ministero della Salute sulla base del parere del Consiglio superiore di sanità raccomandano il ricovero ordinario fino al completamento della procedura abortiva. Eppure non tutti i servizi territoriali rispettano questa procedura. C’è chi ritiene eccessiva, oppressiva e inutile (oltre che costosa per il servizio sanitario nazionale) la degenza obbligatoria di tre giorni per una pratica considerata sicura e che in altri Paesi europei, per esempio Francia e Svizzera, avviene in regime di day hospital. Un ragionamento sostenuto dal fatto che durante il percorso abortivo la paziente ha comunque a disposizione il sistema d’urgenza e il sostegno del personale ospedaliero. Pensiamo anche al fatto che lo stesso aborto chirurgico viene praticato in day hospital. I detrattori del day hospital sostengono invece che questa sia una maniera di "banalizzare" l’aborto. Un’altra critica ricorrente riguarda il fatto che le donne potrebbero, in assenza di ricovero, essere lasciate sole in un momento molto delicato. Eppure in ospedale è già fornita tutta l’assistenza medica e psicologica necessaria. Inoltre già oggi è consentito - con la firma delle dimissioni volontarie - che la donna se lo ritiene opportuno torni a casa dopo l’assunzione della prima pillola e che rientri in ospedale solo il terzo giorno per l’assunzione della seconda pillola e per aspettare l’espulsione del materiale abortivo, rigorosamente sotto osservazione.

Il diritto all'aborto è garantito dalla legge 194.

LE PROCEDURE E LE PERCENTUALI

Sull’obbligo del ricovero di recente alcune Regioni (la Lombardia, l'Emilia-Romagna e il Lazio) danno la possibilità di effettuare la procedura in day hospital, mentre prima l’opzione dipendeva dai singoli protocolli ospedalieri. «Le donne possono sempre firmare le dimissioni volontarie dopo l’assunzione del primo farmaco», spiega a Letteradonna.it la dottoressa Canitano. «Tuttavia questa procedura si applica in modo non regolare sui territori. Alcune strutture mostrano maggiore solidarietà nei confronti delle pazienti. Altre per una sorta di paranoia burocratica chiedono il ricovero oppure negano la somministrazione del misoprostolo che accelera l’espulsione e la rende rapida (analogo sintetico della prostaglandina, ndr) così la donna va incontro a un aborto spontaneo che può avvenire in tempi lunghi mentre il farmaco garantirebbe la brevità dell’espulsione. Un’opzione legata a una pressione politica», insiste la dottoressa. «In nessun Paese del mondo le donne vengono ricoverate per tre giorni per un aborto farmacologico. Quando si somministra il primo farmaco spesso non accade nulla. Nelle ore successive, dopo 8-10 ore ma anche dopo 24, è possibile che si abbiano delle perdite dovute all’interruzione della vitalità della gravidanza». Per quanto riguarda la fase espulsiva, secondo i dati ministeriali il 5% delle donne espelle l’embrione dopo l'assunzione del primo farmaco, il 60% entro 4-6 ore dal secondo farmaco, il 20-25% entro 24 ore e il 10% nei giorni successivi all’assunzione del misoprostolo. L’efficacia del metodo è del 93-95%. Nel 5% circa dei casi – secondo la letteratura scientifica riportata dal ministero della Salute - è necessario sottoporsi comunque a un intervento chirurgico di revisione della cavità uterina per completare l’aborto o per fermare un’emorragia importante in atto.

GLI EFFETTI DEI FARMACI

Dopo l’assunzione del Mifegyne la paziente può avvertire stanchezza, accusare dolori addominali e si possono verificare perdite ematiche. Dopo l'assunzione della prostaglandina invece si possono manifestare perdite e crampi simili ai dolori mestruali. Al momento dell’espulsione, se i dolori sono forti, può essere somministrato un antidolorifico. «A volte l’espulsione è asintomatica. Non sempre è dolorosa», ricorda Canitano. Dopo l’aborto il medico può prescrivere un controllo nei successivi 15 giorni. In altri casi si prescrive un test di gravidanza che, per essere affidabile, va eseguito dopo 30-40 giorni.

ABORTO CHIRURGICO: LE COSE DA SAPERE

L’aborto chirurgico è un’operazione vera e propria che può essere praticata entro i primi 90 giorni di gravidanza. Di regola l'intervento non è effettuato prima della settima settimana ed è eseguito in ospedale. Solitamente dopo poche ore è possibile tornare a casa ma esiste anche la possibilità della degenza notturna. L'intervento avviene sotto anestesia generale o locale. Il prodotto del concepimento può essere rimosso con diverse tecniche a seconda della settimana di gravidanza. La più diffusa è quella per aspirazione (metodo Karman). Il collo dell'utero è allargato cautamente con dilatatori metallici e ammorbidito tramite la somministrazione di alcuni farmaci. Poi è inserita una fine canula per l'aspirazione che rimuove i tessuti embrionali dalla cavità uterina. L'operazione dura circa 20 minuti. Il rientro a casa avviene tra le 2 a 8 ore seguenti oppure il giorno dopo. Generalmente è prevista una visita di controllo nelle due settimane successive all'intervento. L'operazione può essere seguita da perdite di sangue e nausea. «Voglio ricordare che il Cervidil, uno dei farmaci utilizzati per dilatare il collo dell’utero, presenta effetti collaterali abbastanza pesanti», sottolinea la dottoressa. «Questo va ricordato soprattutto se compariamo il metodo farmacologico e quello chirurgico anche sulla base del dolore fisico della paziente». Tra le complicazioni si registrano traumi al collo dell’utero, infezioni ed emorragie. «L’utero subisce un trauma evitato nella procedura farmacologica perché l’espulsione è più naturale. Per questo ognuna deve essere in possesso di tutte le informazioni per poi poter scegliere il metodo che preferisce».

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