6 Dicembre Dic 2018 1419 06 dicembre 2018

Assolta la donna turca che aveva ucciso il suo stupratore

I fatti risalgono al 2014, quando l'imputata aveva reagito al tentativo del convivente di violentarla. La Cassazione ha riconosciuto la legittima difesa. 

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«Ha usato il suo diritto alla legittima difesa», e per questo motivo la Corte di cassazione turca ha assolto Antalya Aslihan S., ragazza turca che nel 2014 ha pugnalato a morte il suo convivente che stava cercando di violentarla. Un verdetto storico in un Paese, la Turchia, dove le donne sono spesso considerate cittadine di serie b e dove le vittime di femminicidio dall'inizio dell'anno sono 340. I fatti risalgono al 2014: Aslihan viveva in una regione a sud dove accudiva il suo figlio disabile, e era spesso vittima di abusi da parte del suo compagno. Durante il suo ultimo tentativo di essere costretta a un rapporto sessuale, la donna lo ha colpito alla gola con un coltello. Subito dopo ha cercato di fermare l’emorragia e ha chiamato l’ambulanza, ma per l’uomo non c’è stato niente da fare. La prima sentenza aveva condannato Aslihan all’ergastolo per omicidio premeditato, riducendo la pena a 16 anni in appello, considerando il crimine «commesso a causa di un’ingiusta provocazione», e non premeditato. Gli esami che hanno svelato le violenze sessuali sono stati fondamentali in Cassazione, che ha finalmente concesso la piena assoluzione. «L'imputata non può essere punita se ha agito per necessità, per fermare in modo proporzionato un attacco ingiusto contro i suoi diritti», hanno stabilito i giudici applicando l'articolo 25 del codice penale turco.

LA LEGITTIMA DIFESA DELLE DONNE, UN TEMA ACCESO IN TURCHIA

La difesa delle donne che si ribellano contro i loro aguzzini è un tema molto dibattuto in Turchia, alla ribalta dal 2012, quando fece scalpore il caso di Nevin Yildrim, che uccise il suo stupratore mozzandogli poi la testa e gettandola nella piazza principale del suo paese. Inizialmente assolta, fu in seguito condannata all’ergastolo perché non le era stata riconosciuta la legittima difesa. Nel 2015 la stampa si occupò di Çilem Doğan, colpevole di aver ammazzato il marito che la obbligava a prostituirsi. Un episodio che divise la popolazione turca tra colpevolisti e innocentisti e che la fece diventare un simbolo del movimento per l’emancipazione delle donne turche. Dopo vari dibattimenti, il tribunale la condannò a 15 anni, rilasciandola dopo due mesi su cauzione. «Non mi sono mai chiesta se ero un assassina, perché non lo sono. Era la persona che dormiva con me a esserlo. Stavo morendo ogni giorno», ha dichiarato Çilem dopo la scarcerazione. «So che molte donne hanno monitorato questo caso sin dall'inizio. Ho sentito che questo ha avuto un effetto per il mio rilascio», ha aggiunto, raccontando che le altre carcerate l’hanno salutata esultando e applaudendo per il suo rilascio, nonostante gli avvertimenti delle guardie carcerarie. «Continuerò a lottare per le donne e per i nostri diritti». E a giudicare da questo nuovo verdetto, forse qualcosa, in una Turchia che continua a essere molto maschilista, sta davvero cambiando.

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