28 Novembre Nov 2018 1211 28 novembre 2018

Lisbeth Salander è colpevole o innocente?

Al Teatro Manzoni di Milano la protagonista della saga Millenium è imputata per omicidio aggravato del suo aguzzino. Quando la legittima difesa diventa eccessiva? 

  • ...
lisbeth-salander-colpevole-o-innocente

«Signori giurati, siete chiamati qui, oggi 26 novembre, per decidere se l'imputata è colpevole o innocente». Niente di strano, fin qui; ma ad ascoltare le domande del giudice Fabio Roia, Presidente di sezione del Tribunale di Milano, e le tesi di accusa e difesa – tutti veri professionisti - non c'è una vera corte, ma la platea del teatro Manzoni di Milano. E alla sbarra c'è un'accusata d'eccezione, Lisbeth Salander, la ragazza svedese protagonista di Millenium, la saga scritta da Stieg Larsson e diventata un caso editoriale in breve tempo. È il format Personaggi e Protagonisti: incontri con la storia. Colpevole o innocente? ideato e curato da Elisa Greco che, in occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, ha scelto un personaggio diventato un simbolo della violenza di genere. Nei romanzi Lisbeth racconta la sua infanzia travagliata, con un padre manesco che ha causato la morte della madre e il ricovero della figlia in una casa di cura. Soprusi che non si fermano, perché quando la protagonista ha circa 20 anni un altro uomo entra nella sua vita: è Nils Bjurman, il sostituto del suo tutore. Per la ragazza sono mesi di violenze verbali e sessuali. Per obbligarla ad avere rapporti, l'aguzzino la tortura letteralmente con liquido bollente, minacce, botte e umiliazioni.

L'OMICIDIO DI NILS BJURMAN

Tutto cambia una sera apparentemente tranquilla. Nils ripete i suoi epiteti volgari: «Sei una troia, una puttana, vali meno di una merda, la prossima volta che mi guardi così giuro che ti ammazzo di botte, maledetta troia». Ma Lisbeth, stavolta, reagisce. Lo colpisce alla testa con un oggetto di marmo, continuando a farlo sull’addome e sul ventre. Nel suo raptus, la donna incide sul corpo dell'uomo la frase «Sono un sadico porco, un verme e uno stupratore». Lui muore circa due ore più tardi. È lei stessa – interpretata al Manzoni da Barbara Stefanelli, vicedirettrice del Corriere della Sera e fondatrice del blog al femminile La 27 ora – a descrivere quelle ore infernali. Senza cercare scusanti, ma riportando tutto quello che ha dovuto subire, senza aspettare di essere salvata, ma salvandosi da sola. «Ho fermato un uomo che odiava le donne». E per questo Lisbeth è finita sotto processo (anche se solo a teatro).

L'ACCUSA: «DA VITTIMA A CARNEFICE»

Ad accusarla di omicidio aggravato è il sostituto procuratore Luca Poniz. «È un delitto non accettabile anche se compiuto a seguito delle violenze subite». Secondo il pm, Lisbeth è passata da vittima a carnefice, adeguandosi ai comportamenti degli uomini che l'hanno violata. Soprattutto, le si contesta il fatto di non essersi mai rivolta alle istituzioni. «Non mi fidavo di loro, non mi avrebbero ascoltata. Denunciare non sarebbe servito, non potevo aspettare i tempi dello Stato», è la replica dell'imputata. E anche il pubblico è sembrato essere d'accordo con queste parole, rumoreggiando soprattutto durante l'intervento della penalista Paola Boccardi, testimone dell'accusa insieme alla scrittrice Sara Loffredi, che ha ribadito come ci siano, sul territorio, enti predisposti all'ascolto e al sostegno delle persone in difficoltà. Ma non si può non pensare alle tante, troppe donne, che hanno denunciato ma che hanno ricevuto protezione troppo tardi: erano già morte.

LA DIFESA: «È UNA SOPRAVVISSUTA SPECIALE»

«Le chiamano sopravvissute speciali o anche vittime annunciate. E bisogna sapere che, in casi come questi, qualcuno muore: o muore chi subisce violenza o muore il carnefice». Inizia così l'intervento dell'avvocato difensore Laura Cossar, che si è concentrata sulle donne che hanno reagito perché arrivate a un punto di non ritorno. Al banco dei testimoni Stefano Dominella, presidente della maison Gattinoni e impegnato da anni in un progetto di riabilitazione delle detenute che hanno ucciso i propri aguzzini; Luca De Michelis, editore di Marsilio, la casa editrice che ha pubblicato Millenium in Italia; Diana De Marchi, presidente della Commissione delle Pari Opportunità del Comune di Milano. Quest'ultima ha presentato i dati relativi alla violenza in Lombardia, mostrando come nella maggior parte dei casi il maltrattante sia il partner. Presente anche un perito d'ufficio, convocato dal giudice Roia. Si tratta del professor Guglielmo Gulotta, esperto di Battered women syndrome, riconosciuta negli Stati Uniti, ma non ancora in Italia, la possiamo tradurre come 'sindrome della donna maltrattata'. «Succede qualcosa, nelle persone che subiscono violenze, a livello mentale. Qualcosa scatta in loro nei momenti impensabili e da deboli e indifese si ritrovano con una forza incredibile che le spinge a ribellarsi e a reagire».

LA SENTENZA

Si rumoreggia ancora in sala alla provocazione lanciata dal giudice che chiede a Lisbeth che biancheria intima indossasse durante gli abusi. «Non ricordo, però ricordo bene com'era vestito lui. Ma nessuno lo chiede mai», è la pronta risposta dell'imputata. Roia ricorda subito come questa domanda non si possa più fare dal 1996, perché gli abiti sono assolutamente irrilevanti. La Corte è così chiamata a votare: la donna ha agito per legittima difesa o l'omicidio del suo aguzzino, con quelle modalità, è da considerarsi eccessivo? Diversi i commenti in sala. «Obiettivamente, non ci si può fare giustizia da soli», dice una signora, mentre un altro ribatte: «Ma se aspettava lo Stato, a quest'ora...». E poi il verdetto: Lisbeth è assolta. Un voto dibattuto che secondo il giudice Roia «va interpretato come una condanna unanime contro la violenza sulle donne. Si tratta però dell’affermazione di un principio (la legittima difesa) che tuttavia rischia di portare ad una giustizia privata, un giudizio che va altresì letto come solidarietà e desiderio di velocizzare il lavoro in favore delle donne che subiscono violenza». Lo stesso pensiero della curatrice dell'evento: «Non si tratta di un’assoluzione ad personam, ma di una richiesta delle donne di una maggiore attenzione a questo tema e a una comprensione diversa alle reazioni di chi si trova nella situazione di subire abusi. Proprio in concomitanza della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, l’assoluzione di Lisbeth arriva come un vero e proprio messaggio in favore della legittima difesa. Possiamo dire che quello a Lisbeth Salander è stato un processo alla legge stessa».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso