19 Novembre Nov 2018 1959 19 novembre 2018

La marcia delle donne terremotate di cui nessuno parla

Hanno percorso 35 chilometri per riaccendere i riflettori sull'emergenza del Centro Italia. Dove, al terzo inverno dal sisma, la ricostruzione è ancora bloccata.

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Terremoto Centro Italia

Sono le donne ultimamente ad aver preso in mano le redini di molte situazioni spinose. È successo a Roma contro l’amministrazione della sindaca Virginia Raggi, a Torino per la manifestazione "Sì Tav" e adesso anche nelle zone terremotate del Centro Italia, dove un gruppo tutto al femminile ha organizzato nelle giornate del 18 e 19 novembre una manifestazione significativa quanto d'impatto: «La marcia delle donne per la vita dei nostri paesi», come è stata chiamata l'iniziativa.

35 CHILOMETRI PER RIACCENDERE I RIFLETTORI SULLE ZONE TERREMOTATE

Una camminata lunga 35 chilometri voluta da un gruppo senza bandiere di partito, nonostante insinuazioni contrarie di Fratelli d'Italia, che ha visto coinvolte tra le altre la sindaca di Cagnano Amiterno in provincia de L'Aquila, Iside Di Martino, e Lucia Pandolfi, ex prima cittadina di Montereale, insieme per denunciare lo stallo nella ricostruzione delle zone del centro Italia colpite dai diversi terremoti e lo spegnersi dei riflettori su questi eventi. Aquila 2009 e Centro Italia 2016, due realtà accumunate da un unico infausto destino del quale è fondamentale tornare a parlare perché, secondo la denuncia delle organizzatrici nonché abitanti delle zone, le pratiche per la ricostruzione delle case danneggiate nel sisma più recente non sono state approvate, mentre quelle del primo procedono a rilento. «È il terzo inverno che affronteremo nelle condizioni del 2016 e dire che siamo esasperati è poco», sottolinea Di Martino. «Il rischio più concreto è quello dello spopolamento di queste zone, perché la maggior parte dei proprietari di case danneggiate, se pur lievemente, preferisce vivere nei moduli abitati in città, visto che la situazione qui è ancora molto precaria. Sono in forse anche i servizi di base come quello scolastico: «Siamo riusciti a mettere insieme una prima media con difficoltà enorme», spiega la prima cittadina.

DAI PICCOLI CENTRI AL CUORE DELL'AQUILA

Partita dal comune di Campotosto, la marcia è giunta il 18 novembre fino a Cagnano Amiterno, mentre il 19 ha preso il via da Cermone, nel Comune di Pizzoli, per poi concludersi alla prefettura de L'Aquila, dove il corteo ha avuto un confronto con il prefetto, Giuseppe Linardi. «A lui abbiamo chiesto di farsi da tramite con il governo che deve rendersi conto della situazione in cui viviamo e sulla quale non abbiamo potere decisionale visto che alle Regioni è stato tolto il coordinamento dell’emergenza». Sono parole amare quelle della sindaca, che parla sia da cittadina di una zona difficile che da istituzione incapace, suo malgrado, di dare risposte agli abitanti, visto che il problema fonda le proprie radici in aspetti normativi e di istruttoria. Da questo sentimento di sconforto, un po' per caso, ha preso forma la manifestazione di questi giorni, la cui genesi risale alla settimana prima. «Stavo partecipando a una serata organizzata dall'Admo insieme a diversi amministratori locali e a Lucia Pandolfi, che ad un tratto ha raccontato che ogni giorno vede tornare il nipotino da L'Aquila, dopo un percorso di diversi chilometri, perché la casa del figlio è stata classificata "B" e i lavori di ricostruzione dopo il sisma del 26 agosto 2016 non sono ancora partiti. A quel punto, confrontando le nostre esperienze, abbiamo pensato fosse il momento di fare qualcosa e far sentire la nostra voce».

ORA LA PAROLA PASSA AL GOVERNO

Detto fatto, in pochi giorni ha preso vita una forma di protesta efficace, che lungo il cammino ha visto la presenza di un buon numero di persone, nonostante le rigide temperature e i territori non facili da percorrere. Persone di ogni categoria ed estrazione sociale, compresi gli operai di alcune fabbriche del territorio, senza lavoro né cassa integrazione dal giorno del sisma del 2016. «È stato faticoso ma ne è valsa la pena per riaccendere i riflettori su un problema che non può più essere taciuto», conclude Di Martino. La palla adesso passa al governo e in particolare al vice premier Matteo Salvini, chiamato a visionare di persona quanto non fatto fino ad ora.

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