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16 Novembre Nov 2018 1632 16 novembre 2018

La condizione delle donne in Brasile tra femminicidi e diritti negati

Nel Paese di Bolsonaro, quinto nella graduatoria degli Stati con il maggior numero di violenze commesse contro il genere femminile, le discriminazioni sono all'ordine del giorno.  

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Femminicidio Brasile Diritti Umani

I suoi figli non erano ancora adolescenti quando se n'è andata. È successo di pomeriggio, al termine di una discussione con il marito, che aveva conosciuto quando di anni ne aveva appena 15. L'ha uccisa prendendola a bastonate, fino a quando non è morta. Ci sono voluti diversi minuti. I motivi quasi nessuno li conosce. Ma il marito di quella donna, e padre di quei due ragazzi, in prigione ci è finito anni dopo. E non per aver ucciso la moglie, ma per rapina. A pochi chilometri da quella casa abbandonata, nelle campagne di Fortaleza, nel Nord-Est del Brasile, in una favela si racconta la storia di un'altra ragazza, ammazzata anni fa dal compagno perché geloso. L'aveva fatta uscire dalla sua abitazione e, davanti a tutti, compresi i suoi bambini, le aveva dato fuoco. Perché, nonostante il Brasile sia stato, negli anni, un Paese con sufficiente inclusione sociale per le categorie più a rischio di esclusione (donne e bambini, in particolare), è caratterizzato, da sempre, da una forte e radicata cultura machista. E, a dirlo, sono i numeri. Oltre ai fatti. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), i dati riguardanti gli episodi di femminicidio sono considerati «allarmanti» nel Paese che ad ottobre 2018 ha eletto Jair Messias Bolsonaro come presidente. E che non sembra essere molto interessato a difendere i diritti delle sue concittadine. Secondo alcune testimonianze, anni fa, a una deputata dell’opposizione avrebbe detto: «Non ti stupro perché non te lo meriti». Di riflesso molte donne brasiliane non lo amano e, manifestando per le strade, hanno scelto di contestarlo. «Ele Não», lui no. L’hanno scritto ovunque, dalle piazze ai social network, ma il candidato di estrema destra, nazionalista e sostenitore delle armi, le elezioni le ha vinte comunque.

L’IDENTIKIT DELLE VITTIME

Il tasso di femminicidi, per l’Oms, nel 2017, è stato del 4,8% ogni 100 mila donne, il quinto nel ranking mondiale. Secondo l'Istituto di ricerca economica applicata, dal 2001 al 2011, le donne uccise sono state oltre 5mila l'anno. Nel 2015, la Mapa da Violência ha evidenziato che, in dieci anni, dal 2003 al 2013, il numero di omicidi femminili, in particolare afrodiscendenti, è cresciuto del 54%, passando da 1.864 a 2.875 casi all'anno (+190% tra le donne di colore e -9,8% tra quelle bianche).

CHI SONO GLI ASSASSINI

Il 33,2% degli autori dei femminicidi compiuti nel 2013 corrisponde a compagni o ex partner. E, tra il settembre 2006 e il marzo 2011, si sono contati più di 300mila abusi domestici (anche se le stime effettive potrebbero essere più alte). Oggi, per il Forum Brasileiro de Segurança Pública, ogni 11 minuti, una donna è vittima di violenza, ma solo il 10% ha il coraggio di sporgere denuncia. I dati peggiorano se si consulta il documento curato dall'Instituto de Pesquisa Econômica Aplicada e dal Forum Brasileiro de Segurança Pública, dove emerge che oltre il 52% dei femminicidi è commesso da persone molto vicine alle vittime. I responsabili, spesso anche tra le forze dell’ordine, in gran parte dei casi rimangono impuniti.

LA LEGGE MARIA DA PENHA

Dal 7 agosto 2006 è stata emanata la Legge n.11.340/2006. Che tutti chiamano Legge Maria da Penha, perché porta il nome di una brasiliana che, nel Paese carioca, è diventata un simbolo dei diritti femminili. Si tratta della prima normativa nella storia locale a condannare gli abusi sessuali, fisici e psicologici nei confronti delle donne. E ha istituito delle questure specifiche su tutto il territorio nazionale. Nel 1983, suo marito, docente universitario, tentò di ucciderla. Due volte. Nel 2002 è stato condannato a otto anni di carcere, ma oggi è un uomo libero. Maria da Penha decise di portare il suo caso alla Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani dell'Organizzazione degli Stati Americani (Oas) , dove, per la prima volta, venne preso in considerazione un reato del genere. Grazie alla sua testimonianza, oggi il Brasile ha una normativa. Che, però, non sembra aver cambiato di molto la situazione. Tanto che nella graduatoria degli Stati dove si registra il maggior numero di violenze commesse contro il genere femminile, il Paese è preceduto soltanto da El Salvador, Colombia, Guatemala e Russia, ma viene prima della Siria. Dove però, dal 2011, si consuma un tragico scenario di guerra che sembra essere senza fine.

Maria da Penha, la donna che in Brasile è diventata un simbolo dei diritti femminili.

DISCRIMINAZIONI A PIÙ LIVELLI

A porre le brasiliane su un piano subalterno rispetto ai concittadini maschi non sono sempre e soltanto le violenze subite tra le mura domestiche o sul lavoro. Secondo i dati di gennaio 2017 del Gender Gap Index, le donne che vivono in condizione di povertà e nelle zone rurali sono costrette ad affrontare radicati retaggi culturali, che quotidianamente le relegano quasi esclusivamente ai lavori di casa e a non aver alcun tipo di potere decisionale su ciò che riguarda la gestione di denaro. Le gravidanze dopo gli stupri risultano essere più frequenti nella fetta meno abbiente della popolazione, in particolare nelle favelas. Sul piano della partecipazione scolastica, non esiste un divario significativo tra maschi e femmine, ma le bambine e le ragazze, dai 5 ai 14 anni, sono impiegate, oltre che nello studio, anche nei lavori di casa circa il doppio delle ore rispetto ai coetanei. Ufficialmente, poi, uomini e donne, possiedono gli stessi diritti per ciò che riguarda i possedimenti dei terreni. Ma le disparità si riscontrano nei fatti: quasi tutti i beneficiari della riforma agraria, attuata nel 1996, per esempio, erano maschi. E per ciò che riguarda i prestiti, le banche preferiscono fornirli ai padri di famiglia. Quasi mai alle donne. Disuguaglianze di genere che hanno un costo. Che corrisponde a circa 9 mila miliardi di dollari l'anno.

IL DIVIETO DI ABORTO

Inoltre secondo il Rapporto Annuale 2017-2018 di Amnesty International, circa 200 proposte legislative, tra emendamenti costituzionali, nuove leggi e modifiche alle normative vigenti, hanno minacciato di compromettere diversi aspetti legati ai diritti umani. Tra le varie misure regressive è stata proposta l'imposizione del divieto assoluto d'aborto, in violazione dei diritti sessuali e riproduttivi di donne e ragazze. In Brasile l'interruzione di gravidanza (salvo pochissime eccezioni, come il rischio di morte per la mamma o se la gestazione è conseguenza di stupro) è infatti illegale. Senza contare che a novembre 2017 una commissione speciale della Camera dei deputati ha approvato, per 18 voti a 1, una proposta di modifica della Costituzione che prevede il riconoscimento del diritto alla vita sin dal concepimento.

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