13 Novembre Nov 2018 1324 13 novembre 2018

La storia di violenza di Marianna Pepe e la responsabilità di tutti noi

La campionessa triestina viveva nella paura. Aveva denunciato ma poi ritirato le querele. È morta senza aver avuto la forza di chiedere aiuto. Perché le vittime sono ignorate dallo Stato.

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Morta Marianna Pepe Violenza 2

Marianna Pepe era bellissima nella sua divisa da caporale maggiore scelta dell’Esercito e nella sua divisa da atleta. Sembrava una ragazza serena, una mamma come tante.

Le foto che la ritraggono in posizione di tiro, nelle pedane di gara dove era una fuoriclasse, ti lasciano senza forze e senza spiegazioni. Una militare e una campionessa che avrebbe potuto colpire un bersaglio ad un chilometro di distanza, non è riuscita a salvare se stessa dalla violenza.

La storia l’avete letta dalle cronache: Marianna, 39 anni, triestina, azzurra del Tiro a segno è stata trovata senza vita nel suo appartamento a Muggia. Un decesso che secondo le procura di Trieste non è avvenuto a cause delle violenze, ma per l’assunzione di un cocktail fatale di sostanze che hanno causato una letale conseguenza. Mercoledì 14 novrmbre l'autopsia darà altre notizie e forse ci dirà che andranno accertate altre responsabilità, ad esempio quelle di chi può aver fornito quelle sostanze alla ex campionessa.

Tuttavia, ben prima dell’autopsia, alcune cose mi sembrano drammaticamente evidenti: Marianna era una donna che viveva nel terrore da anni, forse dalla nascita del figlio. Aveva denunciato per maltrattamenti il compagno già nel 2015 e nel 2016, ma poi aveva ritirato le querele. Da quello che si legge, lei aveva rinunciato a portare avanti le denunce, perché lui, tale Demis Corda, era un buon padre e perché riteneva che le cose andassero «meglio».

Non so, onestamente, se credere a questa versione. Spesso le donne vittime di violenza hanno anche un altro terrore, ben più grande, ed è quello che un iter giudiziario diventi un mostro che poi ti toglie tuo figlio.

Ce lo ricorda una denuncia lanciata dalla Ong Differenza Donna che avvierà uno studio sulle CTU, consulenze tecniche d’ufficio, che pare sempre più frequentemente, in sede civile divengano determinanti nel capovolgere la presa di parola dei bambini, sulle violenze subite dal padre, ritenendole un indicatore di «non collaborazione» (se non addirittura di volontà di ostruzionismo) della madre costruite «apposta» a danno del padre.

Secondo la Ong, stanno diventando prassi valutazioni che pongono l'inesistente teoria della «alienazione parentale» come fondamento di decisioni che privano dei loro figli le madri, già vittime di violenza. Situazioni che inevitabilmente terrorizzano le donne che, oltre ad essere vittime di violenza, temono di poter perdere anche i figli.

Chissà se Marianna aveva paura anche di questo, quando rimetteva le querele, ritenute fondate persino da chi le aveva esaminate…

La vicenda di questa ragazza, morta nel pieno della sua vita di donna e di madre, ci pone davanti a due questioni su cui bisogna soffermarsi e sulle quali tutti i governi dovrebbero fare riflessioni profonde. Perché il 90% delle donne non denuncia? Perché la rete di sostegno che dovrebbe aiutarle, troppo spesso non riesce a prevenire simili tragedie? E, infine, perché il mondo dello sport, tratta il tema della violenza maschile sulle donne come se non fosse una questione cui dare grande attenzione?

Alle prime domande, quelle sulla quantità risibile di denunce, in realtà si dovrebbe rispondere applicando la Convenzione di Istanbul, in Italia in gran parte ancora disattesa. La Convenzione spiega bene gli strumenti da mettere in campo, la quantità di centri necessaria, l’importanza che va data a chi opera ogni giorno sul campo, per costruire politiche e adeguati investimenti. Ma in Italia, inutile negarlo, siamo ancora lontanissimi da seguire quanto la Convenzione dice.

E in questa mancata applicazione spicca, a mio parere, il sostegno ancora inadeguato da parte dello Stato ai Centri Antiviolenza.

È lì che la donna può trovare, non solo operatrici esperte e capaci di offrire aiuto psicologico e legale, ma strumenti per poter attingere la forza di uscire dalla violenza. Non è una via facile, ed è una strada che non ha i tempi delle azioni giuridiche. Scriveva una donna speciale come Mariella Gramaglia, protagonista del femminismo italiano: «Per denunciare il proprio aguzzino occorre recuperare autonomia e fiducia in sé stesse, smettere di denigrarsi e avere il coraggio di prendere la propria vita in mano anche durante il processo. Di qui l’importanza dei centri di sostegno e delle case rifugio».

Ecco, in queste ore mi sono chiesta tante volte perché Marianna non ha avuto la forza di chiedere aiuto e restare nella rete di protezione che potevano offrirle i centri antiviolenza che pure aveva contattato.

La risposta per me è solo una: perché noi Stato (e sottolineo 'noi come Stato') non facciamo abbastanza per sostenere le vittime di violenza. Non basta l’eroismo di alcuni centri, molti dei quali peraltro costretti a vivere spesso con funamboliche ricerche di risorse economiche e logistiche. Non basta nemmeno il lavoro delle Forze dell’Ordine o di magistrati preparati. Quello che Marianna avrebbe dovuto trovare e che noi dobbiamo impegnarci a costruire è un sistema sociale e culturale che sappia riconoscere la violenza, sappia come agire per fronteggiarla (e i CAV in questo sono una risorsa fondamentale e prioritaria) e poi possa sostenerle, nel difficile recupero di forza e strumenti per tornare a vivere.

Infine, quello che è fondamentale, è che ogni settore della società si senta in dovere di fare la sua parte.

Marianna era una campionessa e lo sport è un mondo speciale, dove i valori non sono retorica e chiacchiere. Si creano, nel mondo sportivo, famiglie e comunità solide che sanno dialogare ed educare ogni giorno con le persone. Io, da presidente di Assist Associazione Nazionale Atlete, credo che lo sport finora abbia fatto poco quanto niente su questo tema. Quando sono stata portavoce della Ministra Idem (quella troppo coraggiosa che il PD di Letta ha liquidato per mille euro di ICI non pagate, vi ricordate?..), una delle prime cose che avevamo fatto fu un Protocollo di intesa con il CONI per dar vita alla «Settimana dello Sport contro la violenza di genere», in ottobre. Di quel protocollo non ho visto una adeguata attuazione e poteva (e può ancora) essere invece una splendida occasione perché il mondo sportivo tutto si mobiliti su questo tema. Perché la prima cosa che avvia il percorso per sconfiggere la violenza è proprio l’assunzione di responsabilità che ogni uomo e ogni donna di questo Paese deve fare: la violenza maschile sulle donne non è un problema delle donne: è un problema degli uomini ed è un problema di tutta la società civile.

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