30 Ottobre Ott 2018 1525 30 ottobre 2018

Lettere dalle case chiuse a Lina Merlin

È uscito il 3 ottobre Cara senatrice Merlin, a cura di Mirta Da Pra Pocchiesa, la riedizione delle testimonianze del 1955 pubblicate dalla deputata, con un saggio introduttivo dell'autrice.

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Lina Merlin lettere dalle case chiuse

«Ah! Questo Paese di viriloni che passan per gli uomini più dotati del mondo e poi non riescono a conquistare una donna da soli! Se non gli riesce di conquistare le donne, a questi cretini, peggio per loro», così aveva biasimato Lina Merlin, durante un’intervista rilasciata ad Oriana Fallacci nel 1963, chi ancora non approvava la chiusura delle case di tolleranza, a cinque anni dall’approvazione della Legge 75/1958 che cancellò i bordelli di Stato introducendo i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento della prostituzione.

CARA SENATRICE MERLIN

È uscito il 3 ottobre il volume Cara senatrice Merlin. Lettere dalle case chiuse. Ragioni e sfide di una legge attuale, una ri-edizione del volume Lettere dalle case chiuse pubblicato dalla stessa senatrice Merlin, insieme a Carla Barberis, nel 1955. Nella nuova pubblicazione, a cura di Mirta Da Pra Pocchiesa, oltre alle testimonianze inviate alla deputata socialista delle donne che lavoravano nelle case chiuse, è stata inserito un saggio introduttivo dell’autrice, che analizza dieci buone ragione per l’approvazione (e il mantenimento) della Legge 75/1958, e dieci sfide per il presente.

I RICORDI E I BILANCI

«Cara senatrice Merlin, la ‘sua’ legge compie sessant’anni e, come ogni ricorrenza, evoca ricordi e induce a bilanci», così inizia la lettera aperta di Mirta Da Pra Pocchiesa – giornalista professionista e responsabile del Progetto vittime del Gruppo Abele – alla senatrice, per proseguire illustrando le dieci criticità attuali: la tratta degli esseri umani, la violenza sulle donne, l’autodeterminazione femminile e le leggi neo-regolamentiste di alcuni Paesi.

Una casa di tolleranza.

LO STIGMA DELLA PROSTITUZIONE

La storia raccontata dalle lettere delle prostitute, prima e dopo l’approvazione della legge Merlin, è la speranza del riscatto sociale: vittime di uno stigma – che le bollava anche sul libretto sanitario – che impediva loro di condurre una vita dignitosa, intrappolate nei bordelli, sfruttate e alienate, vedevano nella Legge 75 l’unica possibilità di affrancarsi da questa condizione. Le donne che nel 1948, l’anno in cui Merlin presentò per la prima volta il suo disegno di legge, risiedevano nelle maison erano circa tremila, dieci anni più tardi, al momento dell’approvazione della Merlin, le case di tolleranza erano ancora 560.

LE LETTERE

Più che cortigiane, sarebbe meglio chiamarle schiave: orari serrati per riuscire a raggiungere il numero minimo di clienti (almeno 30), condivisione di stanze, e a volte anche dei materassi, dove vivevano, senza poter uscire – i proprietari dei casini, infatti, rivendevano loro, a prezzi maggiorati, abiti, saponi e profumi – e se si fossero sottratte a una richiesta, avrebbero perso il cliente e, forse, anche il lavoro. Costrette al mestiere dal bisogno, molte avevano figli a carico e non potevano permettersi un’altra vita. Vi proponiamo alcune delle lettere ricevute dall’allora senatrice Merlin.

«Signora Senatrice, il suo progetto di chiusura delle case di tolleranza ha trovato molta favorevole accoglienza negli ambienti interessati: vale a dire in “quelle case” delle quali purtroppo sono ospite anch'io. Finalmente una speranza è entrata nei nostri cuori e il nostro tormento di ogni giorno è sollevato dal pensiero che, presto o tardi (magari più presto di quello che pensiamo), saremo liberate e potremo tornare persone civili, con diritti pari a tutte le altre. È facile giudicare quelle donne che fanno la miserabile esistenza: le stesse cose le pensavo anch'io quando ero una ragazzina e facevo le magistrali nella mia città. Bisogna provare però a restare sole per poter dire “ha fatto bene” oppure “ha fatto male”. Si dice tante volte in giro, io l’ho sentito spesso, che non siamo obbligate a entrare nella vita. Non è vero: siamo peggio che obbligate. Tante volte sono dei luridi sfruttatori che costringono a darsi al prossimo, tante volte è la fame, e altre volte è il bisogno di soldi per poter mantenere la famiglia, o i figli, o il marito malato, eccetera. Ma sempre sono gli altri a obbligarci a entrare in questi inferni, a ricevere 30-35 uomini al giorno, i vecchi sporcaccioni e i giovani infoiati, e quelli ubriachi, e quelli che gridano, e quelli che vogliono sentir parlare. Quasi tutta gente, che paga per averci, come bestie al mercato. Perché, e per quanto dovremo sopportare questa vergogna? Mi perdoni questo sfogo, Signora Senatrice, ma lei meglio di tutti ha dimostrato dì comprendere le nostre sofferenze. Deve sapere che dormiamo negli stessi letti dove ogni giorno riceviamo i clienti e ogni notte è una tortura, quasi tutte abbiamo incubi e non possiamo dormire per ore e ore. E quando mi sveglio è peggio perché rivedo lo stesso letto, gli stessi mobili, ecc. ecc. I padroni sono degli sporchi individui, i mezzani sono peggio di loro, e alcune colleghe sono delle vere e proprie pervertite che vanno dietro con le loro voglie alle altre ragazze. E anche da queste bisogna difendersi. Non ne posso più, è mille volte meglio far la fame piuttosto che rimanere ancora in questi posti. Purtroppo per molte non è facile liberarsi da quegli sfruttatori che ci hanno legate a questo mestiere. Una volta prese si rimane incatenate finché si ha forza e salute, poi si è buttate via come stracci. Ma lei deve spezzare questa catena. Vogliamo tornare a essere donne come le altre, e che ci assicurino un lavoro onesto e non una carità. Faccia sapere quando press’a poco saranno chiuse tutte le "case". Io e le mie compagne gliene saremo grate per sempre. M., 15 luglio 1949».

Una casa di tolleranza di Napoli, 1945.

«Onorevole, sono una di “quelle” e seguo con interesse quanto Lei vuol fare. Le dirò soltanto perché a 25 anni faccio questa vita. Ho fatto le scuole medie e poi mi sono impiegata. Il mio principale quando ha visto che sull’atto di nascita risultavo, senza mia colpa, figlia di N.N., ha subito preteso di approfittare di me. Il resto va da sé. Ora ritornando alla vita normale, come potrò rifarmi se dappertutto, anche all’affittacamere, dovrò mostrare i miei dati più privati? Perché non cerca di rimediare anche a questo? Perché tutti devono sapere i nostri fatti personali? La ossequio. (senza firma)».

«Signora Deputatessa Merlin, Io ò saputo dalle mie compagne della legge che fà per noi prostitute. Io non me ne intendo; sono una povera donna che faceva la serva e sono delle campagne di C. e vorrei tornarci a fare la serva o la contadina non questo mestiere che mi fa schifo. Ero a M. e M. mi faceva terrore e io uscivo poco,
avevo paura dei trammi e delle macchine, ma un giorno uscivo e incontrai uno che mi si mise dietro a camminare dietro. I miei padroni tutte le sere facevano cene, ballavano e poi si baciavano e anche con le mani non stavano fermi bene e io pensai che fare all’amore non era peccato e mi ci misi con un giovanotto che non parlava come noi di C. Ma un giorno mi portò nella sua camera perché disse «ò male allo stomaco». Ma altroché male, lui mi prese e mi cosò anche mentre io piangevo e dissi «ò paura ò paura». Poi non mi à sposato e mi a fatto fare il figliolo. Io sono prostituta perché i padroni non mi rivolevano e loro erano come me e pegio e si facevano sempre cornuti fra elli. ò paura di venire via per la fame e per chiedere perdono alla famiglia che sono onesti fratelli e sorelle. Però a C. sarei felice, ci sono nata, c’è l’aria sana, gli olivi e la vendemmia e anche i contadini mi volevano bene. M’aiuti Signora Deputatrice io voglio salvare mio figlio. B., 27 Gennaio 1951».

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