26 Ottobre Ott 2018 1821 26 ottobre 2018

Chi era Settimina Spizzichino, l'unica superstite del ghetto di Roma

È morto a 92 anni Lello Di Segni, l'ultimo deportato del rastrellamento del 1943. Vi proponiamo la storia della sola donna sopravvissuta al Sabato nero.

  • ...
Settimia Spizzichino

A 92 anni, è morto nella notte tra il 25 e il 26 ottobre Lello Di Segni, l’ultimo sopravvissuto al rastrellamento del ghetto di Roma. Conosciuta anche come il Sabato nero, la retata delle truppe tedesche della Ghestapo, il 16 ottobre 1943, durò quasi nove ore – dalle 5.30 alle 14.00 – e si concluse con la deportazione al campo di sterminio di Auschwitz di 1023 cittadini italiani di religione ebraica. Solo in 16 sopravvissero – 15 uomini e una donna, Settimina Spizzichino – e con la morte di Lello, si chiude una pagina di storia, tra le più buie del nostro Paese. «Man mano che spariscono le persone temiamo solo che sparisca la memoria», ha detto la senatrice a vita Liliana Segre ricordando Lello Di Segni, «È rivolgendoci agli studenti e soprattutto agli insegnanti che si può avere una speranza che tutto quello che è successo nel Novecento, per la colpa di essere nati, non diventi solo una riga di un libro di storia e poi nemmeno più quella».

Settimina Spizzichino (Roma, 15 aprile 1921 - Roma, 3 luglio 2000).

66210

Settimina Spizzichino nacque a Roma il 15 aprile 1921. La famiglia viveva in via della Reginella 2, in pieno quartiere ebraico, il padre era un commerciante di libri e la madre un’insegnante della scuola ebraica. All’epoca della deportazione Settimina aveva appena 18 anni, durante le numerose testimonianze, raccontò del viaggio, lungo sei giorni, e l’arrivo al campo di Auschwitz-Birkenau, quando la madre e la sorella maggiore furono mandate alle camere a gas, mentre lei e la minore subirono il processo di spersonalizzazione, il primo passo per la distruzione dei 6 milioni di ebrei vittime dell’Olocausto: «il numero, la tosatura dei capelli, la doccia, il vestiario, perché ci avevano spogliate nude appena arrivate. A notte fonda fummo portati in grandi baracche con dentro persone che sembravano scheletri. Allora cominciai a capire che l’incubo forse non sarebbe mai finito». Per i suoi aguzzini, quel giorno, Settimina Spizzichino diventò solo il numero 66210.

Settimina Spizzichino alla Comunità Di Sant'Egidio.

Adriano Mordenti

IL BLOCCO DIECI

Dopo diversi giorni, tra la fame, il freddo, e i pestaggi – che, ricordava, avvenivano più spesso per le italiane, «perché non sapevamo la lingua» - Settimina fu assegnata all’ospedale, o presunto tale, dove Josef Mengele conduceva esperimenti sui prigionieri: «Mi spiegarono, ‘Siamo al blocco dieci. Provano su di noi delle medicine; ma prima devono farci ammalare’. Vi rimasi parecchio tempo. Gli esperimenti erano sgradevoli e dolorosi (mi iniettarono la scabbia, il tifo e una dozzina di altre malattie di cui non conosco il nome) e spesso le cure erano anche peggio della malattia», ricordava lei. «La scabbia è stato il più atroce», aveva raccontato Settimina nel film Nata due volte, tratto da un'intervista concessa nel 1998 all'archivio della Survivors of the Shoah Visual History Foundation, «mi si erano formate le piaghe da tutte le parti, perfino dentro le orecchie. E io urlavo, urlavo tanto, perché davanti allo specchio non mi riconoscevo». Tra i molti ricordi, Settimina si soffermò spesso sull’incontro, durante la sua permanenza nel blocco dieci, con una coppia di gemelle, molto belle, con occhi scuri e capelli biondi: quando le rivide, dopo giorni di torture, le due ragazze avevano gli occhi azzurri, e la pelle gonfia.

LA MARCIA DELLA MORTE NEL 1945

Il 17 gennaio 1945 iniziò l’evacuazione da Auschwitz. Tra i 67.000 reclusi costretti a quella che viene ricordata come la marcia della morte sotto la neve, c’era Settimia. I sopravvissuti giunsero al campo di Bergen-Belsen, liberato dagli alleati il 15 aprile 1945, il giorno del suo compleanno. Il rientro a casa fu altrettanto difficile, durò cinque mesi: raggiunse Roma solamente nel settembre del 1945. Cercò di non pensare a quello che le era accaduto e di riprendersi la sua esistenza, iniziò a lavorare come commessa, ma la vita come donna sopravvissuta non fu facile. Riferiva con molto dolore di alcuni episodi di quel primo periodo: «Fui fermata in modo brusco da un uomo che mi disse ‘Tu perché ti sei salvata? Ti sei venduta?’». Nell’immediato dopo guerra nessuno poteva capire, allora Settimina iniziò a raccontare: e continuò la sua opera di testimonianza di fronte alle telecamere, con i giovani nelle scuole, e nei viaggi ad Auschwitz, fino all'ultimo viaggio con un gruppo di giovani di Cava de' Tirreni nel 1999, pochi mesi prima della morte, il 3 luglio del 2000.

Dal libro Gli anni rubati. Le memorie di Settimia Spizzichino, reduce dai Lager di Auschwitz e Bergen-Belsen(1996), edito da Comune di Cava de Tirreni: «Quarantotto eravamo, e sono uscita viva soltanto io. Molte di loro le ho viste morire, di altre so che fine hanno fatto. Come raccontare a una madre, a un padre, che la loro figlia di vent’anni è morta di cancrena per le botte ricevute da una Kapò? Come descrivere la pazzia di alcune di quelle ragazze a coloro che le amavano? Adesso molti dei genitori, dei fratelli, dei mariti, non ci sono più; le ferite non sono più così fresche. A quelli che restano spero di non fare troppo male. Ma adesso devo mantenere la promessa che ho fatto a quarantasette ragazze che sono morte ad Auschwitz, le mie compagne di lavoro».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso