Me Too Times Up

#MeToo

26 Ottobre Ott 2018 1500 26 ottobre 2018

Google ha protetto i dirigenti accusati di molestie sessuali

L'inchiesta è del New York Times: non solo Andy Rubin, l'azienda ha coperto le denunce a David Dummond, Richard DeVaul e Amit Singhal, pagandoli profumatamente.

  • ...
Google Molestie

Solo pochi mesi fa, a giugno 2018, Google aveva ricevuto un duro colpo, inferto dal Diversity report 2018. Il rapporto aveva rilevato un aumento di donne tra il personale del colosso della Silicon Valley di un singolo punto percentuale, raggiungendo solo un 30,9% di ‘quote rosa’: non bene per la parità di genere. Una nuova bufera, però, si è abbattuta sull’azienda: il 25 ottobre, The New York Times, infatti, ha pubblicato un inchiesta sul licenziamento – e conseguente liquidazione milionaria – di Andy Rubin.

L’INCHIESTA DEL TIMES

Il creatore del software Android aveva concluso il suo rapporto lavorativo con Google nel 2014, ricevendo una buona uscita di 90 milioni di dollari – pagati in comode rate da due milioni al mese per quattro anni, l’ultima prevista per il mese di novembre 2018 – oltre a una sospensione dei pagamenti dovuti all’azienda per un prestito di 14 milioni, chiesto da Rubin per l’acquisto di una casa di villeggiatura in Giappone. La società tech, però, all’epoca, non aveva fatto menzione ai motivi dell’allontanamento del manager, che solo pochi mesi prima aveva ricevuto un premio (considerato eccessivo perfino per gli standard di Google) di 150 milioni di dollari attraverso un pacchetto azionario: secondo New York Times le dimissioni – come ha dichiarato Rubin – sarebbero state in realtà un licenziamento, diretta conseguenza dell’accusa di abuso sessuale, profumatamente pagato per evitare scandali e, soprattutto, perché il pacchetto azionario, così generosamente donato all’uomo, al momento delle trattative di fine rapporto, gli aveva attribuito un potere non indifferente.

Da sinistra: Andy Rubin (Chappaqua, 13 marzo 1963); Amitabh Kumar "Amit" Singhal (Jhansi, settembre 1968); Richard Wayne DeVaul (16 luglio 1971); David Carl Drummond (Carmel, 6 marzo 1963).

L’EPISODIO NEL 2013

Secondo l’inchiesta condotta dal quotidiano statunitense, che sarebbe in possesso di documenti privati dell’azienda, oltre agli incartamenti presentati al tribunale insieme all’istanza di divorzio – presentata in settembre – dalla moglie di Rubin, tra il 2012 e il 2013, il manager avrebbe intrapreso una relazione sessuale extra-coniugale con una collega di Google (della quale non si conosce l’identità), senza riportare il rapporto alle risorse umane, come richiesto dalla politica aziendale. Non solo, durante un incontro, nel 2013, in una stanza d’albergo, l’amante avrebbe tentato di chiudere il menage, a quel punto lui l’avrebbe costretta a praticargli del sesso orale. La donna, però, non riportò subito l’episodio all’ufficio competente – temendo per il suo impiego, in quel momento erano in corso le trattative per una promozione nella sezione Google Chrome e il premio di 150 mila dollari, oltre ad un investimento di altri 90 milioni a favore di una società di robotica di proprietà dello stesso Rubin – e si fece avanti solo l’anno successivo: nel 2014, quando denunciò il fatto e Rubin venne, volente o nolente, allontanato dal board. Degli ex dipendenti contattati dal Times, diversi riportano quanto il comportamento di Rubin fosse inappropriato, oltre che crudele, in diverse occasioni. Google però fece poco per limitare le sue angherie nei confronti dei sottoposti, e lo riprese una sola volta: quando alcuni agenti della sicurezza trovarono, sul computer di Rubin, alcuni video hard. Quell’anno i suoi premi vennero dimezzati, secondo quanto riportato da Google.

LA RISPOSTA DI RUBIN: «ILLAZIONI, VOGLIONO SCREDITARMI»

«La storia di The New York Times contiene numerose imprecisioni a proposito del mio lavoro a Google, e una selvaggia esagerazione riguardo la mia liquidazione. In particolare, non ho mai costretto una donna ad avere rapporti sessuali in una stanza d’albergo e queste illazioni fanno parte di una campagna per screditarmi e distorcere la realtà», è quanto si legge nella risposta, affidata al suo profilo Twitter, di Rubin, che ha proseguito: «per inficiare la mia causa di divorzio e la custodia per l’affidamento di mio figlio. Inoltre, sono profondamente allibito da questi anonimi dirigenti Google che avrebbero divulgato informazioni personali su di me, travisando i fatti».

Neanche la società si è lasciata sfuggire l’articolo del Times, anche se non ne ha fatto esplicita menzione: in una sorprendente – quanto inaspettata – email indirizzata ai dipendenti, l’amministratore delegato di Google, Sundar Pichai, ha ribadito l’impegno della dirigenza a combattere abusi e molestie sessuali. Pichai rivela che negli ultimi due anni sarebbero stati allontanati dall’azienda, a causa di comportamenti sessuali inappropriati, 48 dipendenti, 13 di questi erano dirigenti o manager, senza che venisse loro pagata alcuna buona uscita o premio.

MA GOOGLE PROTEGGE DAVVERO I DIPENDENTI?

Purtroppo per Google, i dipendenti non sono rimasti così impressionati dalla lettera di Pichai, soprattutto perché Times, non ha fatto riferimento solo al caso di Rubin. Sarebbero diversi, infatti, gli alti dirigenti coinvolti in casi di sessismo o abuso, che sono stati più o meno protetti dall’azienda. Fin dalla sua nascita, la società, fondata nel 1998 da Larry Page e Sergey Brin, ha una storia, se così si può dire, licenziosa: nel 2013, Richard DeVaul, direttore di GoogleX, invitò ad un festival musicale una candidata, durante un colloquio ufficiale, dove le chiese di avere rapporti sessuali. Lei rifiutò, alcune settimane dopo la candidatura venne rifiutata, mentre DeVaul – il cui comportamento era stato segnalato – ha continuato il suo lavoro per X. Le ‘conseguenze’ furono simili per David C. Drummond, che entrò da Google nel 2002 come consulente legale, e nel 2004 intraprese una relazione con Jennifer Blakely, resa pubblica nel 2007 con la nascita del primo figlio. Mentre Blakely venne allontanata perché «la politica aziendale non permette relazioni tra colleghi», a Drummond fu concesso di mantenere il proprio posto, ottenendo, anzi, diverse promozioni: 190 milioni di dollari con un pacchetto azionario e un introito annuo di 200 milioni. (I due si lasciarono un anno dopo, nel 2008.) Un altro episodio, risalente al 2015, coinvolge Amit Sighal, vicepresidente della sezione ricerca, denunciato da una impiegata, che sarebbe stata molestata durante un evento aziendale. Google confermò l’episodio, al quale avevano assistito diversi colleghi, ma non licenziò Sighal, che si dimise dopo qualche settimana, con una buona uscita di diversi milioni di dollari, e – complice il silenzio di Google sul fatto – trovò un posto da Uber (che in seguito alla scoperta delle accuse lo ha allontanato).

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso