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25 Ottobre Ott 2018 1424 25 ottobre 2018

Le cose da sapere sulla proteste di Glasgow contro il gender pay gap

Dopo una discriminazione durata decenni, le donne impiegate nei lavori di servizio sono scese in piazza per chiedere stipendi adeguati alle loro prestazioni.

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scozia gender pay gap

A distanza di un secolo, le donne di Scozia sono ritornate a far sentire la loro voce. E se nel 1914 avevano scioperato contro le conseguenze del sovrappopolamento indotto dalla prima guerra mondiale, che aveva portato i proprietari degli alloggi a gonfiare i prezzi e a innescare un’ indiscriminata serie di sfratti, oggi sono scese in campo per protestare contro le disparità salariali che, da anni, le penalizzano nei lavori di servizio.

UNO SCIOPERO DI 48 ORE

Alla class action, definita come una delle manifestazioni più grandi per la rivendicazione dell’equità salariale nel Regno Unito, hanno aderito più di 10 mila donne, che hanno partecipato a uno sciopero nelle giornate del 23 e 24 ottobre, con la chiusura di asili, scuole, musei, centri commerciali e disagi alle istituzioni cittadine, e a picchetti davanti a fabbriche, parcheggi e società di catering. Perché ad alzare maggiormente la voce sono state proprio quelle figure, spesso di mezz’età, impiegate nei lavori peggio pagati, dalla badante alla cameriera, e che hanno lamentato di percepire fino a 3 sterline all’ora (e 4000 all’anno) in meno rispetto ai colleghi uomini. La risonanza della protesta è arrivata fino in Islanda, dove le lavoratrici hanno deciso di imitare il coraggio delle scozzesi. Ed è approdata sui social, diventando virale: poco tempo dopo essere stato lanciato, l’hashtag #GlasgowWomenStrike è arrivato in cima alle tendenze di Twitter.

DA COSA È NATA LA PROTESTA

Lo sdegno che ha innescato il malcontento delle fasce lavorative femminili con salari medio-bassi e al quale si sono uniti anche molti uomini (soprattutto spazzini e operatori ecologici, che rischiano una denuncia per interruzione non annunciata di pubblico servizio), è nato dalla Workforce Pay and Benefit Review, legge approvata nel 2006 dal partito laburista. Che, nonostante si fosse proposta di appianare la discriminazione sessuale sul posto di lavoro in fatto di compensi, non è riuscita a ottenere l’effetto sperato. Anzi: il complicato sistema di bonus e di ripartizioni che era stato introdotto aveva finito col favorire i lavori con turni continuativi, come quelli degli spazzini (quasi tutti uomini) a scapito delle donne impiegate nelle mense o nelle imprese di pulizie, professioni caratterizzate da orari variabili e, spesso, non ancorate a un solo luogo. In più, mentre agli uomini sono state rimborsate per anni le correzioni degli stipendi, alle donne, nella quasi totalità dei casi, non sono state pagate neppure le ore di lavoro fatte nei giorni di festa.

LE VOCI DELLE MANIFESTANTI

Mentre il Glasgow City Council ha condannato le proteste come «ben poco necessarie e dall’impatto devastante», assicurando di «avviare un discorso risolutivo sul gender pay gap nei prossimi mesi», le donne hanno dichiarato di essere arrivate a questo punto perché «stufe di una discriminazione che dura ormai da decenni». E hanno scelto lo strumento della protesta anche per ricordare tutte le lavoratrici morte per l’assenza di equità nella giustizia: «Abbiamo vinto tante battaglie legali nel corso degli anni per riequilibrare i salari e riavere gli arretrati ma l’amministrazione comunale e la leader del consiglio comunale Susan Aitken non ci sostengono», queste le parole di Shawna, una delle manifestanti scese in piazza e condivise da tutte le sue compagne di lotta.

E ADESSO?

Per risarcire le donne di oltre dieci anni di sproporzione salariale, servirebbero tra 500 milioni e un miliardo di sterline. Una cifra che manderebbe in rosso le finanze di Glasgow. E che alcuni consiglieri hanno pensato di iniziare a racimolare vendendo immobili e beni di pregio. Come il Cristo di San Juan De La Cruz, il capolavoro di Salvador Dalì conservato alla Kelvingrove Art Gallery.

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