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25 Ottobre Ott 2018 1935 25 ottobre 2018

Perché le donne hanno pensioni più basse

Secondo il rapporto Inps sulle prestazioni del 2017, percepiscono il 28% meno degli uomini a causa delle retribuzioni differenziate. La segretaria UILP Piersanti ci spiega i dati.

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Pensioni Donne Inps

Il 25 ottobre è stato pubblicato il rapporto Inps Prestazioni pensionistiche e beneficiari del sistema pensionistico italiano, che vede nelle donne la fascia maggioritaria di pensionati liquidati, ma anche quella che riceve la percentuale minore sul totale delle prestazioni erogate. L’importo medio dei trattamenti percepiti dalle donne pensionate è di 15.078 euro annui, contro i 20.986 euro degli uomini, ovvero, il 28% meno. «Questi dati non sono nuovi», ha chiarito a LetteraDonna Livia Piersanti, segretaria nazionale UIL Pensionati. «È un divario che esiste da sempre nella storia della nostra Repubblica, se così si può dire, ma come in tanti altri Paesi europei. E vale per tutte le tipologie di pensioni e tutte le classi di reddito».

DUE TERZI DEGLI ASSEGNI SOTTO I 500 EURO VA ALLE DONNE

I dati rilevano, inoltre, che sono oltre sei milioni i pensionati con un reddito inferiore a mille euro al mese, di questi oltre 2 milioni sono sotto la soglia di 500 euro mensili, circa due terzi dei quali – 1,14 milioni – sono donne. «Le motivazioni di un divario pensionistico di questo tipo, però, si trovano a monte della vita lavorativa delle donne. Le quali percepiscono stipendi mediamente più bassi», ci ha spiegato Piersanti. «Nonostante sia illegale, il problema delle retribuzioni differenziate, esiste. Oltre ad avere una carriera più discontinua, per la maternità, spesso scelgono il part-time, e raggiungono livelli apicali con maggiore difficoltà, quindi si presentano all’età pensionabile con retribuzioni diverse rispetto ai colleghi maschi».

52,5% PENSIONATI SONO DONNE, MA AGLI UOMINI VA IL 55%

Un dato significativo, e preoccupante in termini di uguaglianza di genere, è quello relativo alla spartizione dell’importo pensionistico totale erogato: nonostante le donne siano la quota maggioritaria sul totale dei pensionati (il 52,5%), percepiscono solo il 44,2% del totale elargito. Per quanto riguarda le nuove pensioni dei primi tre trimestri del 2018 – da gennaio a settembre – si è registrato un significativo calo delle prestazioni (ne sono state liquidate solo 349.621, a fronte delle 454.534 nei primi nove mesi del 2017), complici l’aumento dell’età pensionabile delle donne e quella degli assegni sociali (diminuiti del 77%) che è passata da 65 anni e sette mesi a 66 e sette mesi.

LA QUOTA 100 È LESIVA PER LE LAVORATRICI

Sul tema della quota 100, la segretaria UILP Piersanti ha ribadito la difficolta di raggiungere i 38 anni di contributi richiesti per le donne, che si troverebbero fortemente penalizzate: «Già oggi percepiscono pochissime pensioni di anzianità, che sono quasi esclusivamente maschili, a vantaggio di quelle per vecchiaia». Nei primi nove mesi del 2018, a causa dell'aumento dei requisiti, uniformati a quelli degli uomini, il pensionamento di vecchiaia per le donne ha subito un calo del 67,4%, comprese quelle con assegno sociale. La possibilità di non calcolare gli anni di maternità sarebbe un ulteriore danno, ha aggiunto Piersanti, sottolineando: «Noi, anzi, chiediamo qualcosa in più, ossia la contribuzione figurativa anche in assenza di un rapporto di lavoro, per quello di cura. Dal momento che molte donne, invece che godersi il meritato riposo, complice l’allungarsi della vita, si trovano a dover curare i genitori anziani».

«C’È IL RISCHIO DI FORTE ESCLUSIONE SOCIALE»

«Per le donne avere pensioni più basse è un problema anche dal punto di vista sociale. Hanno una durata della vita più lunga rispetto agli uomini e quindi si trovano ad essere più anziane, e più sole, quando sono vedove. Avendo pensioni più basse, anche per la reversibilità, che è al 60%, c’è un rischio di forte esclusione sociale. Per questo noi siamo così legati al tema della povertà tra le donne anziane, che andrebbe combattuta non solo al raggiungimento della pensione, ma dovrebbero farsene carico politiche attive per il lavoro, per pensare alle lavoratrici che andranno in pensione in futuro», ha concluso Piersanti.

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