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22 Ottobre Ott 2018 1255 22 ottobre 2018

Perché non reagire a una violenza sessuale non è una colpa

Davanti al pericolo, talvolta, non opporsi è il solo modo per difendersi. Ma nel caso di molestie, spesso, le vittime si sentono ingiustamente colpevoli per non averlo fatto.

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freezing violenza sessuale

L’assenza di reazione a un abuso sessuale viene, spesso, interpretata dalla vittima come una colpa. Come se avesse “scelto” di non impedire la situazione o non avesse fatto abbastanza per svincolarsene. Ma non è così. Terapisti e psicologi, infatti, hanno sottolineato come, in momenti del genere e con le poche risorse a disposizione, non reagire sia, in realtà, la strategia migliore per proteggersi e per evitare che accada di peggio.

COME GLI ANIMALI

Spesso, nei documentari, capita di osservare come gli animali, di fronte a un pericoloso predatore, abbiano a disposizione due tipi di reazioni, modulabili in base alla situazione e al tasso di rischio: attaccare e, successivamente fuggire, oppure sentirsi talmente impotenti di fronte al pericolo da immobilizzarsi, fingendosi quasi morto e attendendo che tutto passi, in fretta. Ecco, questo è esattamente quello che può succedere a chi si trova a fare i conti con una molestia o un abuso sessuale. Ed è in circostanze come questa che il vecchio adagio «no significa no» perde, in qualche modo, di validità.

COS’È IL FREEZING

In un articolo pubblicato su Psychology Today, il dott. Jim Hopper, professore di psicologia all’Harvard Medical School, ha spiegato come, in caso di violenza sessuale, «non ci sia solo un tipo di reazione valida». Accanto alla più comune (e, dai più, ritenuta erroneamente la più ragionevole) nota come fight or flight response (attacca o fuggi), esiste, infatti, anche il freezing (immobilizzazione). Da un punto di vista strettamente scientifico, l’immobilizzazione consiste in una temporanea perdita del movimento: la vittima non si sente paralizzata o incapace di muoversi o di parlare (cosa che, invece, accade in casi come l’immobilità tonica) ma è come se mettesse in pausa il cervello per proteggersi.

TRE TIPOLOGIE DI FREEZING

Nel suo studio, il professor Hopper ha individuato tre tipi di freezing. La prima tipologia è stata definita detection freezing corrisponde alla reazione più immediata e subentra nel momento in cui la vittima fiuta l’approcciarsi del pericolo. Il cervello inibisce movimento e parola in modo tale da poter ricevere una quantità sufficiente di informazioni riguardo alla situazione e, soprattutto, alle strategie per uscirne. Il discorso cambia con lo shocked freezing perché, in questo caso, la vittima si sente completamente incapace di pensare lucidamente. Non riesce a arrivare ad una soluzione perché il cervello non è in grado di superare l’empasse e la sensazione di shock può durare anche qualche minuto. Terza e ultima tipologia è quella del No good choices freezing, quella sensazione di paralisi che la vittima avverte quando si trova davanti a una scelta quasi impossibile tra due opzioni ugualmente dolorose. Come quando, ad esempio, una persona subisce una violenza e non sa se chiedere aiuto, nonostante il timore di esporsi al pubblico ludibrio, o opporsi al suo aggressore, con la possibilità di poter generare ulteriore violenza.

LE CONSEGUENZE DEL FREEZING

L’incapacità di reagire a una violenza sessuale genera nelle vittime conseguenze dolorosissime. «Se non si è in grado di normalizzare questo tipo di risposta, si cade in una pericolosa spirale di autocolpevolizzazione», ha ribadito il professor Hopper, «Su una scia di avrei potuto o avrei dovuto, la vittima si etichetta come debole, stupida, codarda». Quando invece, in situazioni come queste, la colpa non è assolutamente di chi la molestia la subisce ed è più che normale che il cervello non segua una logica, non avendo il tempo necessario per razionalizzare le dinamiche dei singoli accadimenti. L’unica cosa che potrebbe aiutare a rispondere prontamente a una molestia potrebbe essere, secondo Hopper, «fare affidamento a esperienze passate oppure ricorrere a un buon training fisico e psicologico, sviluppabile, ad esempio, attraverso l’apprendimento di tecniche di autodifesa».

IL SILENZIO NON È ASSENSO

Negli ultimi tempi, governi, scuole e università stanno diffondendo il modello alternativo dello “yes means yes”. L’obiettivo fondamentale è quello di diffondere un concetto di sessualità positiva, in cui ci sia consenso da entrambe le parti. E, soprattutto, quello di mettere in luce come l’assenza di reazione, nel caso di una violenza, non possa e non debba più essere interpretata come un silente benestare.

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