Sessismo

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22 Ottobre Ott 2018 1400 22 ottobre 2018

Perché non abbiamo bisogno che la misandria diventi un reato

A settembre il parlamento inglese aveva promosso una revisione dei crimini d'odio per inserirvi la misoginia, ma adesso si parla anche dell'odio contro gli uomini.

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Quando il governo britannico ha deciso di riclassificare la violenza contro le donne, inserendola tra i crimini d'odio, qualcuno ha pensato bene di lamentarsi. «Volete uguaglianza, ma pretendete anche di avere diritti speciali», è stata l'argomentazione degli attivisti per i diritti degli uomini - sì, sembra uno scherzo ma esistono davvero. Così, quando la commissione incaricata di valutare le modifiche legislative ha proposto anche di equiparare misoginia e misantropia, l'opinionista di The Indipendent, Victoria Smith, ha deciso di dire la sua e nell'articolo – che vi riproponiamo tradotto – spiega perché sarebbe sbagliato e anche pericoloso criminalizzare la misantropia.

L'ARTICOLO SU THE INDIPENDENT

«Le donne eh? Sempre a dire che vogliono lo stesso trattamento, poi, nel momento in cui viene offerto loro, cominciano a lamentarsi.

Prendiamo per esempio la proposta di rendere la misoginia un crimine d’odio. Dati i livelli attuali di molestie per strada, aggressioni sessuali e violenze sulle donne da parte degli uomini, non può che essere una cosa positiva. Ma perché fermarci qui? Perché non rendere anche la misandria – il pregiudizio contro uomini e ragazzi – un crimine d’odio? In questo modo sicuramente nessuno viene escluso.

Il mese scorso è stato annunciato che una commissione legislativa esaminerà l’ipotesi che i reati d’odio verso le donne dovrebbero essere riclassificati. Al momento, alcune categorie sociali – come la disabilità, l'etnia e l’orientamento sessuale – hanno uno status protetto. Il sesso non è una di queste. Le femministe sostengono che il modo in cui la misoginia incoraggia l'abuso, sia la prova del bisogno di cambiare. Tuttavia, la stessa commissione ha deciso di valutare anche se la misandria meriti di essere inclusa nella nuova definizione di crimini d’odio. Secondo il ministro degli Affari Interni, Baroness Williams, questa sarebbe la risposta a ciò che «vogliono i cittadini».

Da femminista, confesso di non essere contenta. E allo stesso tempo sono consapevole del modo in cui questa insoddisfazione verrà percepita da molti: la tipica femminista. Sostengo di volere l’equità, ma in realtà voglio un trattamento speciale. Dico di credere che le donne siano forti, ma in realtà voglio che siano deboli. Credo che il femminismo non sia una questione di odio verso gli uomini… ma in realtà, lo è.

Ho familiarità con questo genere di argomentazioni – e il modo in cui vengono usate – per reinterpretare la richiesta di uguaglianza come una conferma del loro ruolo di vittime. Sembra che non ci sia niente che le donne possano avere – neppure il loro status di sesso di seconda categoria – che gli uomini non pretendano di condividere.

L’argomentazione secondo la quale la misoginia ha la sua controparte nella misandria – e che solo una persona misandrica negherebbe – è superficialmente attraente: c’è una soddisfacente simmetria, per non dire un grado di verità. Tutti sono, potenzialmente, tanto vittime quanto oppressori. A parità di tutto il resto, tutti dovrebbero essere trattati nello stesso modo.

Il problema è che non tutto è in parità, che poi è proprio il motivo della proposta di legge sui crimini d’odio. Tutte le nostre azioni si svolgono all’interno di gerarchie sociali che mettono alcuni gruppi in cima e altri in fondo. I tentativi di rendere la misandria l’equivalente della misoginia si basa su due equivoci: primo, l'idea che il genere non faccia parte di una gerarchia; secondo, che lo status di vittima sia una fonte di potere e privilegio.

È vero che i ragazzi sono danneggiati dal pregiudizio di dover essere mascolini. Vero, anche, che fa male a ogni membro di un gruppo essere giudicati sulla base delle azioni violente di una minoranza. Tuttavia, sono queste le condizioni sulle quali si basa la perpetrazione della supremazia maschile. Chiedere che sia garantito lo steso status alle vittime 'interne' al gruppo degli oppressori e agli oppressi, significa non aver centrato il punto. Ogni sofferenza proveniente dall’esercizio del potere può essere alleviata solo una volta che tale potere sia stato deposto.

I cosiddetti attivisti per i diritti degli uomini considerano lo status di subalternità femminile come qualcosa da invidiare. Le femministe sono accusate di sfruttare l’oppressione storica per poter appropriarsi del potere e delle risorse, in un mondo in cui dilaga una sorta di discriminazione positiva a favore delle donne.

Si dice che quando si è abituati al privilegio, l’uguaglianza suona come una sorta di oppressione. Questo, a mio parere, è ciò che accade quando gli uomini si lamentano della misandria: le donne conquistano un centimetro e tutto ciò che gli spettatori maschi vedono sono chilometri e chilometri.

Personalmente ritengo che sia improbabile che la misandria sarà resa un crimine d’odio, ma il fatto che ci sia anche una minima possibilità che ciò possa accadere resta molto preoccupante. Andrebbe a danno della più basilare argomentazione in favore della protezione delle donne, sostenendo di fatto le pretese degli attivisti per i diritti degli uomini (MRA) che vedono in ogni conquista delle donne l’esistenza stessa del «sessismo al contrario».

Inoltre, tale riconoscimento fornirebbe ulteriori occasioni a uomini violenti di dipingere la resistenza delle donne agli abusi come «odio». Donne e ragazze fronteggiano una censura più che sufficiente ogni volta che osano fare delle rivendicazioni, che subito vengono normalizzate da uomini e ragazzi che pensano di essere stati per questo discriminati. Dove finiremo, se si potesse sostenere che il nostro reagire esprime un’intolleranza verso gli uomini?

La misoginia dovrebbe essere riconosciuta come un crimine d’odio per la stessa ragione per cui la misandria non dovrebbe esserlo: le donne e le giovani vengono sistematicamente oppresse e sfruttate dagli uomini. E non dovrebbe accadere. Un mondo in cui tutto sia giusto e equo è possibile, ma, per il momento, dovremmo smettere di credere di averlo già raggiunto».

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