19 Ottobre Ott 2018 1021 19 ottobre 2018

Tutto il femminismo di Yoko Ono, «artista sconosciuta»

Da CutPiece al film Rape, senza dimenticare la musica e il manifesto contro il patriarcato. In occasione dell'uscita dell'album Warzone, ripercorriamo il suo attivismo.

  • ...
Yoko Ono Warzone Femminismo

In occasione dell’uscita, il 19 ottobre, del suo nuovo album Warzone, rivisitiamo la produzione artistica di Yoko Ono. Vittima di uno dei più celebri casi di sessismo della nostra epoca, oscurata dalla sua stessa fama, che – ad essere positivi – potremmo definire controversa, è stata accusata di aver rovinato la musica di John Lennon, di averlo ucciso e di aver provocato il crollo di uno dei gruppi più amati del panorama musicale (i Beatles). Un ruolo, il suo, sostanzialmente a metà tra la geisha e la strega di Salem. Ono ha dovuto aspettare a lungo – ovvero la retrospettiva personale del 2015 al MoMA di New York – per essere finalmente riconosciuta come una delle più fraintese artiste degli ultimi 60 anni. Fu proprio John Lennon – la cui morte, suo malgrado, contribuì alla infame celebrità di Ono – a definirla «la più famosa artista sconosciuta del mondo».

LA CORRENTE FLUXUS, LO ZEN E IL PRIMO FEMMINISMO

Negli Anni ’60 e ’70, Yoko Ono si avvicinò alla corrente fluxus, un movimento artistico rivoluzionario, ispirato dal Dada e da Marcel Duchamp. Aderirono a questa corrente, divisa tra arte e anti-arte, anche compositori, poeti, filosofi: fluxus era ovunque e aspirava a superare l’estetica tradizionale attraverso l’ibridazione con il ‘flusso’ della quotidianità. Cut Piece, la sua opera più famosa, venne presentata due volte nel 1964: nella performance Ono sedeva inespressiva al centro della stanza, con una forbice di fronte, e lasciava che gli spettatori le tagliassero i vestiti di dosso. Questa esibizione è stata precorritrice dell’arte femminista incentrata sul corpo e viene ancora oggi considerata l’opera femminista più importante di Ono – un commento al presente molto attuale, sulla posizione (inginocchiata) della donna – insieme al manifesto La Femminilizzazione della Società, del 1972. In un’intervista a The Guardian, in occasione della personale al MoMA, Ono parlando dell’origine dell’opera disse: «Pensavo al Buddha e all’idea di lasciare andare».

TRA GIAPPONE E STATI UNITI

È evidente l’incontro tra un’educazione di stampo nipponico e la formazione artistica statunitense, i parallelismi tra arte e religione sono più evidenti nelle opere della prima metà degli Anni ’60, mentre il lavoro scultoreo è più lineare: Half a Room (1967) consiste, per esempio, in una sedia, una borsa, un radiatore, tutto dipinto di bianco e tagliato a metà. L’opera più famosa di questo periodo fu, e forse lo è ancora, una scaletta bianca sulla quale Ono appoggiò un foglio di carta con la scritta «YES». Forse – e in realtà è molto probabile che sia così – la colpa del disprezzo per l’arte di Ono non deriva esclusivamente dal sessismo: la sua arte non è semplice, punto e basta. Non perché sia oltremodo esoterica, ma proprio per l’origine post-dadaista di oggettiva incomprensibilità: non è graziosa, né tantomeno piacevole, ma d’altronde neanche la celeberrima Fontana anti-artistica di Duchamp lo era.

L’INCONTRO CON JOHN E LA PACE

Ancor prima dello scioglimento dei Beatles, avvenuto nel '70, e l’inizio dell’accusa mediatica a Yoko Ono, tutto cambiò. La realtà è che Ono influenzò Lennon, tanto quanto John influenzò Yoko: se prima della loro relazione, la sua produzione artistica si potrebbe considerare più zen e lineare, dopo l’incontro con il musicista si avvicinò a quella campagna pacifista che la identifica ancora oggi, nelle gallerie e di fronte al grande pubblico. «L’arte deve costruire un’industria della pace che sia più grande di quella della guerra», dichiarò all’epoca. Basti pensare alla luna di miele trasformata in happening pacifista: i giornalisti furono invitati in una stanza d’albergo, ad Amsterdam, dove i due passarono una settimana senza lasciare il letto. Quello stesso anno, nel 1969, Lennon-Ono lanciarono la campagna «the war is over».

IL MANIFESTO FEMMINISTA

Pubblicato nel 1972, il manifesto Feminization of Society rappresenta l’analisi più esplicita, e accessibile, dei temi femministi secondo Ono: dall’omosessualità ai diritti delle donne, mette in discussione il patriarcato – reo di aver impedito agli uomini di vivere pacificamente: «Propongo la feminilizzazione della società; l’uso della natura femminile come forza positiva per cambiare il mondo. Possiamo, e dobbiamo, cambiare noi stessi con l’intelligenza e consapevolezza proprie delle donne – ha scritto Ono nel suo progetto – per evolvere in una società organica, non competitiva, fondata sull’amore, più che sulla ragione. Il risultato sarà una struttura equilibrata, pacifica e soddisfacente».

LE PELLICOLE: DA RAPE A WOMAN

Della produzione artistica di Yoko Ono fanno parte anche alcuni progetti cinematografici. In Rape – stupro, in italiano – la camera segue una ragazza tedesca attraverso un parco e poi nel suo appartamento, fino ad isolarla, mettendola a disagio: una allegoria della discriminazione femminile, perpetrata da media e industria cinematografica. Women rappresenta invece la solitudine e le difficoltà affrontate durante i novi mesi della gravidanza: una visione realistica e de-romanticizzata della gestazione.

LA MUSICA: DALL’AVANGUARDIA AL POP

Le sonorità vagamente punk si uniscono alla chiamata politica in Approximately Infinite Universe, il lavoro forse più accessibile di Yoko Ono e punto di partenza per capite il suo attivismo in campo musicale. Chissà se oggi, con Warzone – dopo essere stata derisa per troppo tempo dai fan, forse iperprotettivi, di Lennon – Ono potrebbe finalmente ricevere l'apprezzamento che le spetta?

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso